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lunedì 8 dicembre 2025

HOPFGARTEN

 (Prima pubblicazione 25.10.2009)


E' forse appropriato, in una fredda notte come questa, lasciare che i ricordi tornino  a rincorrersi, ricordi gioiosi di tanti anni fa. Quando ancora usavamo partircene tutti insieme in famiglia in viaggi europei, a bordo del caravan con la famiglia intera o dopo sposato, con il caro Maggiolino raggiungevo insieme alla consorte mio padre e mia madre che ci precedevano da qualche parte a farsi le vacanze per loro conto. Una delle mete che tanto ci attrassero, stupendamente locata in quell'Austria Felix che sempre ci ammaliò, era la minuscola cittadina di Hopfgarten, là nel Tirolo. Sita in un amena vallata, tra campi sempreverdi e alti monti a circondarla, con i locali caratteristici della zona aperti dal mattino al tardo pomeriggio, ché i buoni austriaci usavano cenare presto e subito chiudere per andare a dormire, ospitava un grazioso campeggio ed un grande albergo dove ci aquartieravamo, pronti a raggiarci intorno per valli e città. Il sindaco aveva la curiosa abitudine, a chi fosse stato ospite per almeno tre anni di seguito, di nominarlo cittadino onorario, piacere che toccò a mio padre, il quale un giorno ricevette appunto una lunga lettera in austriaco e trasecolò dopo essersela fatta tradurre. La mattina al cantar del gallo si correva subito giù nella hall dove ci propinavano inaudite e sontuose colazioni, pari a pranzi sibaritici, zuppe, insaccati, formaggi a iosa, cereali, frutta, dolci a perdercisi, soprattutto dei curiosi e gargantuelici piattoni di creme con sopra decori disegnati con sciroppi multicolori. Preparavamo panini d'ogni genere e poi scarpinavamo sino all'ovovia, lanciandoci su per le vette. Raggiunti i termini dell'ovovia scendevamo per battere sentieri scoscesi e dirupati, godendo di spettacolari panorami, col cervello inebriato dall'altitudine si raggiungeva una certa qual baita minuscola e ruspante, nella quale una ghiotta servotta a piedi nudi (con quel freddo!) rasserenava i nostri spiriti con balde ciotole brodose e dense nelle quali galleggiavano grandi e untuosi knodel di fegato macinato misti ad erbe a noi sconosciute. Quei sapori intensi rimpallavano tra lingua e palato, confortando stomaco e cuore. Scendevamo infine, aggrappati ai nostri alpenstock sui quali orgogliosamente mostravamo costellazioni di stemmi in peltro d'ogni (così tante!) vetta e città visitata, fermandoci a far foto a gruppi di mucche incuranti, perse nei loro gastrici ragionamenti. E la sera, seduti sul balcone di legno traforato dell'albergo, discettavamo dei luoghi ancora da vedere davanti a grandi bottiglie di Marillerschnaps o di KaiserWilhelmschnaps, inframezzando il tutto con le mie lunghe tirate di pipa... Grandi momenti, perduti nel tempo insieme agli alpenstock ed a mio padre, e mentre sfumano riguardo la mia giacca di tweed, rozza, marrone, dalle toppe in pelle e i favolosi bottoni in corno di cervo che papà trovò ad Innsbruck, ma sì, la giacca che ogni tanto citavo nelle favole di re Brian Borough, sempre quella, che ancora porta in sé il canto dello jodel e quei profumi fantastici.


Commenti dei lettori dell'epoca:

follettoarrabbiato : Fantastico trovo il modo in cui descrivi alcuni scenari, sembra di caderci dentro...e sembra anche di sentire i sapori che descrivi....e' fantastico il tuo mondo e tu....Folletto

roberto.1969 : stupendi ed emozionanti momenti di vita

i bei ricordi un energia infinita dalla quale tutti noi dobbiamo attingere la forza per andare avanti

tieni duro amico mio credici e questi torneranno

un abbraccio

roberto

lunedì 3 novembre 2025

ALLA RICERCA DEL TEMPO PERDUTO : 31

(16.02.2009)

 In quegli anni i nostri viaggi diventavano sempre più lunghi, le scorribande in Europa a volte si sapeva dove cominciavano ma non dove andavano a parare. E così a volte ci fermavamo a Campodolcino per più settimane, a volte invece erravamo senza sosta spingendoci sempre più su, sempre più lontano. La nostra meta reale, confessata o solo percepita, era Capo Nord ma non riuscimmo mai ad arrivarci perché quell'anno, in Svezia, il pulmino iniziò ad andare a tre pistoni e mestamente ci girammo arrancando per tornare a casa. Vedemmo però cose fantastiche: quando penetrammo nella Foresta Nera, la strada si dipanava attraversando una infinita sequenza di alberi giganteschi, immersi nell'eterno crepuscolo dove la luce del sole non riusciva a farsi strada. Da un momento all'altro ci aspettavamo di dover dare un passaggio a Sigfrido , con la benedizione di Wotan...a Norimberga scendemmo nello stadio dove si svolgevano le monumentali adunate del Fuhrer e lanciammo i nostri sguardi all'intorno, tra gli ammassi di macerie, oltre il filo spinato che ancora spezzava in due il campo erboso. Ad Amsterdam restammo impressionati nel vedere i nuovi palazzi costruiti a fianco delle rovine causate dai bombardamenti, ancora presenti dopo tutti quegli anni, e passeggiammo nei vicoli affollati di negozietti folkloristici, tra fumerie di droga legalizzate e pornoshop - una novità assoluta dato che in Italia ancora non avevano preso piede. Nel porto beccheggiava un favoloso galeone, diventato un museo, che pochi anni orsono andò distrutto in un incendio doloso. Grande perdita. E il grandioso parco dei divertimenti, dove al pomeriggio passava la banda in costume ottocentesco annunciando gli spettacoli e le attrazioni sotto la ruota panoramica. In Austria più volte ci fermammo ad Innsbruck e in un piccolo paesino lì vicino, Hopfgarten, dove c'era un grazioso campeggio e la bizzarra abitudine di nominare cittadini onorari gli ospiti che vi soggiornavano per più anni, come capitò a mio padre, visto che io negli ultimi tempi, troppo occupato a fare l'uomo sposato, a volte non partivo più con loro...a Hopfgarten la mattina ci riempivamo con la colazione a buffet, una roba da non credere, tavolate di bevande, uova fritte, salami e salsicce, wurstel e crauti, dolci clamorosi e frutta, mangiavamo più la mattina che a pranzo, poi ci preparavamo pacchi di panini e così muniti ci inerpicavamo per le montagne, con le funivie che si perdevano tra le nuvole. Scendevamo e continuavamo tra i pascoli, con i nostri alpenstock pieni di distintivi in lamierino d'ogni città visitata ad aiutarci nell'ascesa; ci si fermava a godersi le mucche intente a brucare e arrivavamo, nell'aria frizzante, ad una minuscola baita dove la graziosa e tonda figlia dei padroni offriva latte appena munto, knodel di fegato in brodo ben caldi e a volte i minuscoli gnocchetti inzuppati nel formaggio. Cose semplici, tipiche ma tanto saporite. E si faceva ritorno a bordo delle cabine volanti, nel tramonto incalzante, verso l'albergo a volte o verso il campeggio, a seconda di come avessimo avuto disponibilità per vedere il paesino sempre con le serrande chiuse, ché alle diciassette già se ne tornavano a casa per cenare, e infatti la sera si trovavano aperte unicamente le birrerie dove gruppi di locali nei loro costumi tipici intonavano cori tradizionali. Ci rimangono - di quegli anni vagabondi - montagne di fotografie che facevamo con le nostre reflex, altro che le moderne miracolose macchinette digitali, lì c'era da combattere con Din e Asa, e io che all'epoca mi ero attrezzato una camera oscura a casa, ne sapevo una più del diavolo in tema di velocità di scatto e di sviluppo, tirando le pellicole a 400 asa sino a 3600 per fermare le mosche in volo...Una in particolare mi è cara, mio padre in posa all'incrocio tra il fiume Reno e la Mosella, perché era un luogo immancabile per i turisti. I due fiumi infatti avevano due diversi colori, giallo e blu e si fondevano in un verde inconsueto, cosa mai vista nei normali panorami che attraversavamo. Unica tristezza, l'averla stampata in bianco e nero..