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lunedì 3 novembre 2025

ALLA RICERCA DEL TEMPO PERDUTO : 38

 (24.04.2009)

In fondo, fu solo la paura per il lavoro che non c'era, i soldi che non sarebbero bastati, a legarmi le mani per così tanto tempo. Ero realista, o forse, soltanto terrorizzato all'idea di non poterti dare tutto quel che mio padre aveva dato a me. Alla fine, più per salvare un matrimonio che per vera convinzione mi decisi e mi ritrovai così ad aspettarti. I giorni si accavallarono frenetici tra una visita medica e un giro per comprare corredi e varie cose, tutto quel necessario imposto dalle idee comuni che colora piacevolmente il tempo dell'attesa non dando più spazio ai pensieri ed ai ripensamenti. Te ne stavi lassù, tra le nuvole, aspettando il tuo momento di venire tra noi, beato, nella minuscola incoscienza che accomuna tutte le creature di Dio che ancora non sanno come il mondo vada. E alla fine anche tu ti sedesti nel trenino volante dei bambini, con la tua valigetta piena di desideri e di speranze e ti affacciasti alla luce. Restai vicino a lei fino al momento del parto poi mi ritirai in buon ordine come tutte le persone dovrebbero fare, tranne i malati di protagonismo modaiolo che usano star tra i piedi anche alle levatrici, rispettando l'aura misterica insita in quel momento così naturale. E dopo un po' l'infermiera ti sollevò da dietro i vetri a mostrarmi tutte quelle piccole dita, come se mai me ne fosse importato qualcosa se per caso ne avessi avuta qualcuna in meno. Eri un cosino minimo e nessuno sconvolgimento, pure atteso, mi attraversò il cervello perché se ti avevamo chiamato era ovvio tu fossi lì. Un padre: in quel momento realmente capii che sarei morto. L'idea balzana e giovanile di una presunta immortalità svanì come spire di fumo e mi ritrovai a contare i granelli di sabbia della mia vita che iniziavano il conto alla rovescia. Iniziavi tu e cominciavo a finire io. Furono tempi curiosi nell'inventarsi un ruolo che nessuno ti insegna, a vederti piccolissima cosa bisognosa di pappe e bagnetti man mano diventare quel bricconcello che già eri e il tuo primo pianto mi fece sprofondare in un abisso di vergogna e inutilità, di dolore persino, incapace com'ero di rendere la tua vita solo un sogno. E passo a passo, giorno dopo giorno crescevi e a te mi rapportavo parlando e parlando di tutte le mille cose che nella mente mi han sempre frullato, crescendoti fin troppo e troppo presto, tentando - è vero - di equilibrare questo mio peccato con le tante favole che sempre ti inventai lì, sul momento, da quel vecchio cantastorie che sono, regalandoti i sogni più bizzarri. I primi anni per me furono un distillato d'inquietudine a causa del lavoro vago, fittizio nel quale mi barcamenavo poi trovai quella stabilità inattesa che tante cose ci ha permesso di realizzare ed iniziai a vivere la notte, per poterti essere sempre vicino nell'andare e venire dalla scuola, presente ad ogni tuo bisogno quando altri orari lavorativi non avrebbero permesso a tua madre d'esserlo. Che questo mi stia consumando non importa, quel che conta è che quando ti servo ci sono, quasi sempre è vero, ché i tuoi pianti notturni non sono io ad asciugarli, e me ne dolgo anche perché spesso son pianti dovuti alla mia lontananza. Ma stai crescendo e vedo la tua innocente fanciullezza ogni giorno limarsi e modellare in te il ragazzo che sarai, sempre col tuo sorriso e la tua scapigliata voglia di far birbonate. Ne provo gioia e dolore assieme, perché non so più essere un bambino e ti lascio giocare da solo quando invece compagno dovrei esserti, ora, adesso, fin che ancora mi vuoi. Ma resto a scaldarmi vicino al camino, con una sigaretta in bocca, a volte persino infastidito del fracasso che fai, mentre sul tappeto ruzzoli con tutte le tue piccole cose che in quantità ti compro, dimentico delle mie scarpe bucate o dei pantaloni lisi. Che tu sia felice, non io, io la mia parte l'ho fatta e Dio ne benedica mio padre, ora tocca a te avere quel che desideri. Presto verranno i giorni in cui sarò solo il genitore, se non addirittura un portafoglio, o un intralcio e avremo perso lo splendore della tua infanzia, le meraviglie della tua fanciullezza, le tue bambinerie. Bevo di te ogni attimo, figlio mio, e ne faccio tesoro di ricordi dorati, per farmene scudo ai momenti brutti che inevitabilmente verranno e provo orgoglio d'averti, un devastante amore che ogni briciola di me penetra e pervade rendendoti l'unica cosa che mi fa vivere. Ricordalo questo, ricorda tutti i momenti vissuti assieme, che ti siano compagni per sempre. Un giorno forse leggerai questo mio lascito e tante altre cose di me, che ti aiuteranno a conoscermi, ma un unica cosa dovrai rammentare: tuo padre ti amava.



ALLA RICERCA DEL TEMPO PERDUTO : 37

 (09.04.2009)


C'era una volta, ai tempi dell'era preisterica, la gente tranquilla, quella che aveva del tempo e sapeva come adoperarlo. E di solito lo usavano per fare cose che gli procuravano soddisfazione. Una di queste cose, lo si deve ammettere, era fumare la pipa. Un vizio meno delirante del farsi fumare da una sigaretta, quella cosa bianca che fa tutto da sé. Mi ero accostato a questo piacere già da giovane , in virtù di una certa pipa squadrata e irlandese che mio padre mi aveva regalato, quasi per gioco, forse perché anche lui ne possedeva una a boccetta, di legno scuro, priva di marca, nella quale a volte metteva del tabacco americano da un pacchetto giallo e quadrato la cui marca ormai mi sfugge. Amavo vederlo compiere tutto il rituale del caricare e fumare la pipa e così, avanti negli anni, mi ci dedicai anche io. Solo che, da quel maniaco collezionista di tutto che son sempre stato, anche qui mi lasciai prendere la mano e invece di fumare una pipa come tutti i gentlemen di campagna che si rispettino, iniziai a comprarne ad ogni occasione, a farmele regalare, a collezionare intere raccolte. Le preferite - lo ammetto - son sempre state le irlandesi Peterson's, sia perché economiche sia perché fatte benissimo con dei legni pregiati, delle ottime radiche ad occhio di pernice, e a volte persino le fiammate che si trovavano a prezzi contenuti. Rispetto naturalmente alle italiane Brebbia e Savinelli le cui fiammate, quelle pipe il cui legno mostra dal fornello all'alveo le rigature verticali della radica, avevano ed hanno costi salatissimi. Prediligevo le Peterson's lucide e con l'anello in argento, di solito le Rhodesian squadrate, angolate o diritte, a volte persino le curve alla Sherlock Holmes e anche le militari opache. Ottime pipe, già preparate, nel fornello, per essere rodate dalla prima accensione, mentre con certe italiane bisognava prima spalmarne il dentro con un velo di miele, aspettare che asciugasse e poi caricarlo basso così da cristallizzare le pareti e fare attaccare meglio il carbone. E le magnifiche Stanwell's, dai lunghi cannelli e dai colori accesi, i legni lavorati ad aniline, scuri o violentemente rossastri, con l'anello in ottone superiore e a volte il coperchietto per proteggere la brace dal vento del Nord, quei vecchi marinai la sapevano lunga, e nel fumarle all'aperto, d'inverno, ti potevi immaginare pastore in una brughiera.. Abituato a sperimentare di tutto, compravo, sì, i tabacchi confezionati, meravigliose miscele aromatiche come il Borgia, il Navy Cut, la gamma della Dunhill già all'epoca carissima, ma alla fin fine quel che mi dava gioia era prepararmi in casa le miscele, sia seguendo le ricette che trovavo sui libri sia sperimentando in maniera vorticosa e a volte invero bizzarra. Era facile infatti trovare i pacchetti di tabacchi puri del Monopolio con i quali si facevano le mescole. Mezzo pacchetto di Regolare, un antico toscano sbriciolato per dare forza, un pizzico di tabacco Perique azzurro per il retrogusto piccante, un abbondante manciata di Latakia, il tabacco turco grasso affumicato nelle stalle al fumo lento dello sterco dei cammelli, che una volta era il nerbo stesso delle celebri Camel mentre ora avendo raggiunto costi proibitivi per la lunga lavorazione, è stato surclassato da surrogati chimicamente simili al gusto originale. Tritavo tutto alla stessa misura e ne riempivo i vasi, aggiungendovi dei piccoli orciolini di terracotta riempiti di liquore o di estratto di arancia, che diffondevano aroma e umidità al tabacco. Dopo qualche mese erano finalmente pronti per essere caricati nei fornelli, spinti giù col pollice, accesi con lente boccate e ti godevi quieto la tenera brace che, amica, sapeva dare conforto nei momenti bui o quando il freddo scendeva nel cuore, magari leggendo un buon libro sulle pipe, ma sì, di Gianni Rodari, o i consigli sui tabacchi che trovavo nella rivista Smoking di Fincato. E quelle meravigliose pipate fatte sul pontile di Ostia, al freddo dell'inverno, col vento che ti strappava i pensieri lasciandoti a tu per tu con l'anima e null'altro, allungando i minuti della propria vita nel rituale lento e sapiente del caricare e riaccendere, tenendo due dita sul fornello a confortarsi, come un uomo delle caverne vicino al fuoco in una grotta buia con l'incertezza nel futuro...Quale conforto sapeva dare una buona pipa, che senso di legame forte col passato, un gioco per bambini ormai troppo cresciuti, il profumo delle radici smarrite. Quanta tristezza nel vederle ora allineate nella vetrina del mobile dei tabacchi, che in casa c'è il pupo e non si fumano, che al lavoro sei circondato da contagiosi fumatori di sigarette che ti guardano come un matto e le tradisci così, con un rimpianto, ma senza più vergogna. Poter avere tempo..



ALLA RICERCA DEL TEMPO PERDUTO : 36

 (03.04.2009)

I primi ricordi, forse, sono della tua schiena sulla quale salivo a cavallo, piccolissimo, ancora incosciente di quel che fosse il mondo, per me tutto racchiuso in quella casa dal balcone coperto, e la pecora a dondolo e il topolino giallo da far galleggiare nella mia vaschetta. E i tuoi grandi sorrisi, orgoglioso di quel figlio che ti portavi appresso anche sui cantieri, dove guardavo stupito le grandi impalcature e le buche nel terreno dove si impastava la calce. Tutti i giorni, quando mi portavi a scuola e sempre ti ritrovavo all'uscita, anche negli anni bui in cui varcavo con terrore le porte dell'istituto certo di quel che mi avrebbero fatto i compagni e contavo i minuti pregando di arrivare allo squillo della campana e correvo per le antiche scale in cerca di rifugio nella nostra Dauphine blu, e non capivi cosa avessi, finché non confidai tutto a mia madre. Ricordo il giorno in cui, all'uscita, affiancasti i miei compagni e bastarono poche parole perché potessi nuovamente vivere qualche tempo tranquillo. Almeno fino a che non fui cresciuto a divenire carogna quanto loro e a riprendermi il rispetto con i pugni. Ricordo i grandi viaggi vagabondi con le tende in tutta Europa, alla scoperta di un mondo che ci trovava complici nel meravigliarci e dove io facevo da interprete e tu da spettatore curioso del mio parlare con chiunque capitasse. Ricordo gli anni passati a dipingere e a disegnare, sempre più, sempre meglio e il tuo ripetermi che non mi avrebbe portato da mangiare ma poi, quando arrivavano i trofei e salivo sui palchi per riceverli ti brillavano gli occhi. Ed il lavoro che seguimmo insieme, le albe gelide prima che venissero gli operai a sentire la pelle delle mani attaccarsi ai tubi dei ponteggi e le nottate ancora a finire i conti ed i preventivi, ed il tuo continuo arrovellarti per trovare da mangiare e lavorare per venti famiglie e tutto quello che sempre facesti per noi, sempre il meglio, le scuole, i club esclusivi dove andavo a nuotare con lo Scià di Persia ed a giocare a scacchi con Burt Lancaster per poi non capire perché tu giravi sempre con gli stessi vestiti.. Mi insegnasti che un contratto si può fare stringendo una mano, che dire una cosa obbliga a farla, che se ti prendi una moglie è per la vita. E l'ho fatto, Dio sa se l'ho fatto, perché io sono te, e finché io vivo tu vivi.. E non bevevi, e non fumavi, ed in cambio ne avesti una cirrosi epatica mai diagnosticata perché asintomatica, che rapida e maledetta ti portò alla fine, tra sbocchi di sangue e svenimenti, in quel letto del Gemelli attaccato a flebo e macchinari ed ancora - col terrore di quanto ci avrebbe aspettato - continuavi a scrivere appunti per il lavoro da svolgere. Il mio colpevole sfuggire alle visite, oggi perché gli orari del lavoro non collimavano, domani perché abitavo fuori Roma, ma in fondo solo per la scaramantica illusione che se non ti vedevo morire non saresti morto. E stavo accanto a te, indeciso se parlarti, senza trovare le parole, contando i minuti per fuggire, da quel bastardo che ero. Ci lasciasti così, in un giorno di luglio nel sole, a misurare i mesi che ci aspettavano prima del crollo che ci avrebbe portato via tutto insegnandoci quanto sa di sale il pane altrui, e la paura di vivere senza te. Mi restarono il tuo cappello col quale fingo di sentire i tuoi pensieri, i tuoi occhiali con i quali guardo il mondo che vedevi tu, il porcellino di plastica che bambino ti nascosi nel portafogli e lì lo ritrovai ed ora viaggia ancora con me. E la incalcellabile colpa di non averti mai detto "Ti voglio bene" tutte le volte che avrei potuto farlo. Aspettami nella luce, papà, presto saremo di nuovo insieme. Per sempre.



ALLA RICERCA DEL TEMPO PERDUTO : 35

 (30.03.2009)

Avevo sempre seguito la passione per la fantascienza, sin da minuscolo per via di un certo album di figurine che tanto mi appassionava e che mio padre fece sparire non ritenendolo adatto ad un bambino. Così, divorati tutti i libri di Giulio Verne che potevo avere, ai primi anni settanta approfittai di un regalo di un mio zio e mi feci donare il mio primo libro di Urania, LA PISTA DEI MOSTRI di Roger Zelazny, scatenando la mia fantasia. Dato che già disegnavo da tempo mi gettai a creare illustrazioni fantasy e galattiche e da lì ad entrare in pieno nel Fandom, il mondo degli appassionati della S.F. italiana , il passo fu breve. Tra una mostra e l'altra dei miei quadri in tutta Italia, lavorai per una massa enorme di pubblicazioni del settore, le cosiddette Fanzine, e infine iniziai a partire per partecipare con i miei lavori a tutte le Italcon che si tenevano annualmente in giro per l'Italia. Ebbi così modo di conoscere i migliori nomi italiani e stranieri e stringere con loro legami di amicizia, rispetto e collaborazione che durarono anni: conobbi Frederic Pohl, John Brunner del quale ancora conservo i libri autografati, Williamson, Lundwall, Harryson e i grandi disegnatori, Miani, Bonadimani, Marsan e naturalmente Karel Thole che tanto avevo amato come copertinista di Urania, col quale facevamo le nottate a bere e a scambiarci pettegolezzi; partiva sempre con un enorme boccale in ceramica per la birra ed una specie di bicchierino in peltro per i liquori, in valigia. Un grande, rimpianto da tutti. Alle Italcon si combinava di tutto, si stringevano alleanze, amori, contratti, amicizie e si finiva per ricevere premi, targhe, trofei e pacche sulle spalle, tutti felici e pieni di fervore produttivo. Gli anni d'oro del mainstream letterario della fantascienza, poi crollata, a metà anni ottanta sotto i colpi della morte dei vecchi autori internazionali, il rotolare della S.F. nel cyberpunk, le continue copie-clone di libri fantasy come Il Signore degli Anelli. Ma era quel che gli editors chiedevano e gli autori furono costretti a seguire la via della pagnotta, anzichè scatenare la loro fantasia. Forse solo Bradbury resta imperterrito ancorato al suo mondo fantastico ma gente come Vance, Clarke, Asimov con le loro enormi saghe stellari non ne nascono più. Io creai la mia fanzina, prima con un ciclostile, poi finendo per farla con le copertine a colori e i gadgets allegati, dedicata a Lovecraft, ed ebbi un seguito enorme ma alla fine la vita e gli anni, e il matrimonio, hanno macinato tutto lo splendore creativo di una fantastica gioventù per sommarlo alla polvere che si deposita sulle cornici dorate dei miei quadri e l'aver lavorato con i migliori cervelli dell'epoca, i più creativi, resta un onore che rende più lustri tutti i trofei e le coppe che son stipati nella mia casa.

(la foto che vedete fu scattata durante l'XI Italcon, a Fanano, a maggio 1985. A sinistra io e Harry Harryson, davanti a me a destra Karel Thole e dietro Frederic Pohl, in fondo si intravedono Brunner e Sam Lundwall.)



ALLA RICERCA DEL TEMPO PERDUTO : 34

 (19.03.2009)

Ettari di terreno incolto, binari a perdersi all'infinito. Lo scalo deposito dei vagoni ferroviari, laggiù, nella campagna sulla Salaria. Dove la notte lenti arrivavano come capodogli ad arenarsi, treni passeggeri, treni merci, tender con vagoni blindati di merci da sdoganare. Sbuffanti, rugginosi, lentamente approdavano alle banchine terminali. Vuoti, ma solo per poco, perché dalle colline circostanti, dai cespugli e dai frattoni centinaia d'occhi aspettavano, Nel silenzio. Lì noi aspettavamo, neanche più in divisa, in jeans, stivali e giaccone, trasandati, nascosti nel buio, dietro il muro della casamatta dei ferrovieri. Nella sinistra la Maglite da trenta centimetri, acciaio pesante, un fascio di luce accecante e una valida spranga se fosse servita; nella destra la .40 col colpo in canna. Ci si muoveva indolenti, tranquilli, come parte stessa del tessuto della notte, a passi felpati nell'erba alta, scivolando tra le file dei vagoni con i capelli ritti sulla nuca, sempre in attesa della coltellata che poteva arrivarti quando arrivavi al distacco tra un vagone e l'altro poi si saliva piano sui gradini e si apriva la porta del vagone nell'aria irrespirabile, tra i vetri divelti, negli scompartimenti devastati, merda e urina ovunque a cataste, si spalancavano a calci le porte delle "camere" e si gridava a tutti di uscire. Come ogni notte, iniziava l'esodo dei dannati. A diecine, stipati con tutte le loro masserizie, nel fetore ammorbante, si alzavano da terra e dai sedili e noi, uno al capo del vagone e l'altro in fondo a chiudere la fila si facevano scendere tra le bestemmie. Rumeni, polacchi, albanesi, tunisini, magrebbini, egiziani, russi, ceceni, moldavi li si faceva camminare incolonnati scortandoli, due contro trenta, quaranta, spesso anche di più, verso l'uscita dello scalo ferroviario. Sotto le luci algide dei lampioni controllavamo i documenti sapendo che più di tanto non potevamo fare e si cacciavano tutti fuori. Il tempo di una sigaretta e li vedevi scomparire nelle campagne poi iniziavamo la marcia verso le colline dalle quali sapevamo bene che entro un ora sarebbero calati di nuovo. E quando arrivavano a volte bastava puntargli la luce addosso per farli girare sui tacchi. Le aggressioni erano all'ordine del giorno - o della notte, a voler ben vedere - e non erano solo coltelli da macellaio arrugginiti quelli che ci sguainavano mentre ci passavano accanto nello scendere dai vagoni. Più volte il balenare della canna di una pistola ci costringeva a gettarci a terra, in quella selva fetida e sparsa di escrementi, sperando di fare in tempo. La polizia ferroviaria non passava neanche più, il suo gabbiotto era diventato il regno dei topi che danzavano sugli scatoloni delle vecchie pratiche. L'ultima volta gli avevano sparato contro con i fucili a pompa, gli era bastato. In due, in quattro ettari di campagna e treni, giravamo. Come dei folli, la barba lunga, irriconoscibili. Capitava di puntarsi le armi addosso con altri in borghese, dei carabinieri o dei poliziotti, anche loro infiltrati in quel sottomondo alla ricerca di refurtiva, visto che da lì partivano i furti che spazzavano gli appartamenti di tutta la Salaria. Però riuscivamo sempre a fermarci in tempo, qualificandoci e mostrando i distintivi. La mafia russa spadroneggiava, taglieggiando tutti per farsi pagare il pernottamento sui vagoni e noi eravamo l'ostacolo al loro reperire i fondi per l'acquisto di droghe. Un vagone sepolto dall'erba era stato trasformato in set per film porno, era arredato più lussuosamente di casa mia. In un altro un gruppo di russi bivaccava tra sacchi di immondizia e ciarpame di ogni genere, ubriachi fino al delirio, sempre intenti a picchiarsi a sangue, fino a che una notte prese fuoco tutto e in due ci restarono dentro. Ogni tanto venivano certe squadre speciali a dare la caccia ad un egiziano che conoscevamo bene, in odore di terrorismo e li portavamo nel vagone che occupava di solito dove una notte trovammo cartine dettagliate di San Pietro segnate e scritte in arabo, cavi elettrici e materiale che non riconoscemmo ma che fu subito portato via da loro. Lui era sparito , avvertito dagli zingari che facevano da vedetta nello scalo. A volte la pioggia rendeva tutto più difficile, il gelo penetrava nelle ossa, il mattino sembrava un sogno irrealizzabile. Le albe mortifere vissute là avevano il sapore della liberazione dall'inferno ma era una condanna quotidiana che non finiva mai. Quando partivi per andarci non sapevi mai se saresti tornato a casa. Poi, una notte, un collega vide nel gruppo che stavamo allontanando una ragazza, rumena, e si allontanò con lei con la scusa di trovargli un posto per dormire. Io trascinai tutti fuori, da solo e continuando a guardarmi la schiena. Lui tornò dopo un paio d'ore dicendo di averla lasciata su un vagone. Non era uno dei "fissi" e non tornò nei giorni seguenti. Ma dopo poche notti vennero i carabinieri, presero la ragazza e si chiusero con lei per parlare, nella stazioncina; usciti mi vennero a cercare e quando entrai lei si girò dicendo che non ero stato io ma l'altro. Se l'era violentata e prima di andarsene gli aveva dato il mio nome e cognome dicendo che l'avrebbe cercata di nuovo. Io diedi fuori da matto e loro capirono l'equivoco. Lo prelevarono a casa e finì carcerato ma il servizio, laggiù, rendeva pazzi. Si sa bene, abissus abissum invocat. E molti di noi hanno il loro piccolo Vietnam nascosto in fondo all'anima.




ALLA RICERCA DEL TEMPO PERDUTO : 33

 (02.03.2009)

Diversi anni fa, con la scusa di evitare di fumare le tante sigarette che mi ottenebravano, decisi di passare al sigaro, un modo di fumare relativamente meno pericoloso dato che il fumo non va inspirato ma solo assaporato tra boca e naso. E come sempre accade, la mia mania di sviscerare qualsiasi argomento, prese il sopravvento: in breve tempo ero diventato un avido frequentatore dei migliori salotti di tabaccai, quelli per intenderci specializzati nel sigaro e nella pipa arrivando quasi ad iscrivermi all'Accademia del Fumo Sapiente, bizzarra congrega di buongustai del saper vivere, ma ahimè la cui retta era talmente alta che fece da intelligente sbarramento alle mie desiderata. Me li provai tutti, i sigari sul mercato nostrano, dai morbidi Garibaldi ammezzati - il tipo di Toscano più dolce ed affabile che ci sia - all'Antico fatto a mano, nodoso e patriottico, amato a tal punto da Mario Soldati che, per motivi medici essendogli stato proibito di fumarli nei suoi ultimi anni di vita, si era fatto costruire una macchinetta che fumava per lui, dandogli però la possibilità di aver casa piena di fumo e goderselo... La mania dell'Antico mi aveva avvolto al punto che, quel tragico anno in cui i produttori di tabacco e i tabaccai italiani ci avevano steso a pavimento con i loro scioperi, un giorno mi venne (è il caso di dirlo) il fumo agli occhi, presi l'auto e mi scaraventai a Siena dove feci incetta di tutte le scatole in legno dei pregiati Antichi riportandole a Roma in segno di vittoria per lo spasso degli amici a cui lo raccontai e per l'invidia degli amici fumatori che erano restati a secco. Quasi leggendarie furono le cavalcate in Maggiolino fino a Innsbruck per caricarmi dei migliori sigari prodotti dalla Austria Tabak, altro che il nostro Monopolio, patria dei sigari olandesi cosiddetti per via del tabacco di provenienza dall'Oriente, dolci, amabili, secchi e facili da fumare. Dai piccoli Vandermeer panciuti e gustosi ai formidabili corona e doppio corona della serie celebrativa di Mozart, fino al grandioso Idomeneo, un Doppio Corona capace di regalare un ora di ottimo fumo, e tutta la produzione austriaca vantava scatole di presentazione bellissime, laccate in nero con fregi in oro o in rosso scolpito e in mille e più dimensioni. E qui da noi si riuscivano ancora a trovare gli ottimi Henry Wintermans nella confezione in velluto rosso, con i loro tubos in vetro o in metallo laccato bianco e oro, dal sapore gentile, adatti ad ogni occasione, simpatici da unire ad un buon bichiere di Porto. Fu naturale scatenare la passione nell'acquisto di attrezzi vari per la cura del sigaro, dai portasigari in pelle da tasca alle taglierine per mozzarne la coda così da poter ricevere il fumo fresco evitando le buffonate classiche da film americano col taglio dei denti e susseguente sputo...Fino, era chiaro, ad una pregiata scatola humidor in radica di noce che presi dal caro Carmignani, gran signore del fumo, tenutario della più bella bottega per pipe che ci fosse a Roma, invidiatissimo dal vicino Fincato che pur vantava nel suo negozio la presenza di tutti i politici del vicino Quirinale ma che era pur sempre nata come tabaccheria. E da qui a passare al gradino successivo, i mitici sigari cubani, ci volle poco, giusto il tempo di aver quattrini sufficienti, ma si sa, ero giovane e con diversi soldi a disposizione, la casa ed il figlio erano ancora nel limbo delle idee in divenire. Intrecciai un corposo epistolario con due case a dir poco leggendarie di Ginevra, la Davidoff e la Gerard et Fils, dai quali mi facevo spedire il meglio a loro disposizione: tutta la serie degli Chateau di Davidoff, persino gli Haupt-Bryon poi mai più prodotti, anche se prediligevo gli Chateau Margaux perché più piccoli e panciuti, quasi dei Torpedos, che garantivano una pienezza invidiabile. Da Gerard invece mi giungeva il meglio di Cuba, i Punch, i Romeo e Julieta, i Cohiba che centellinavamo nel retro negozio di Carmignani sprofondati in poltrone di cuoio grasso inglese davanti a bicchieri di grappa toscana nei quali il caro Carmignani aveva il vezzo di intingere il suo sigaro attendendo che si asciugasse per meglio assaporarselo. E l'anno in cui i tifoni spazzarono la Vuelta Abajo, la più grande e celebre piantagione, culla del migliore tabacco cubano? Tutto il mondo dei fumatori tremò, restando in trepida attesa di sapere quanti mannocchi di foglie sarebbero stati disponibili per le lavorazioni, precipitandosi a prenotare casse su casse, con la paura di dover ricadere sui sigari honduregni..I cubani andavano conservati religiosamente negli humidor e ognuno di noi faceva a gara nel trovare la temperatura giusta e la migliore mescola di acqua e liquore con cui impregnare la spugna interna per garantire la vita e l'aroma dei preziosi gioielli, lasciandoli maturare per anni, pulendoli una volta all'anno quando facevano la fioritura sulla capa, la foglia esterna del sigaro..Ancora adesso conservo una piccola ma nutrita scorta di sigari nel mio mobile per il fumo, insieme alle tante miscele per le pipe che col tempo avevo perfezionato e lasciato a maturare, ma questa, ah sì, questa è un altra storia..



ALLA RICERCA DEL TEMPO PERDUTO : 32

(20.02.2009)

 Con gli anni quanto facilmente i sensi perdono la loro capacità di restare vigili...Muscoli un tempo atletici accusano dolori che non immaginavano, occhi capaci di vedere oltre l'orizzonte dimenticano la forma delle cose. E quanto ancora perdiamo, un filo alla volta, dalla ragnatela della nostra esistenza, lentamente, nel silenzio, senza farci caso. Oggi una cosa, domani un particolare, poi una frase, poi quel bacio, poi quel viso... Soli, nel tempo, immutabili restano ancorati alle nostre anime i soffi dei profumi, col loro carico di sensazioni capaci di riportarci indietro come per magia. I gioiosi profumi del talco, quel borotalco Robert's dalla antica etichetta, che mamma ci spargeva copioso ad asciugarci usciti dalle nostre catinelle d'acqua saponata dove ci divertivamo con le bolle e quel topolino di plastica gialla col quale ora gioca il mio bambino nella vasca. E poi la nuvola inebriante legata al ricordo di quelle domeniche mattina passate a guardare mio padre farsi la barba , schiuma morbida e ricca, lavata via e la pelle aspersa della più classica delle acque di lavanda, l'Atkinson centenaria, mai cambiata nel tempo se non per la confezione... colonia infine scelta a marchio per sempre, pur essendo passato tra le mille essenze nuove che i miei anni giovani sceglievano, essenze forti, muschiate, aromi d'Oltremare col loro bagaglio di effluvi e spezie. Sandalwood, Drakkar, e la ghiotta fantasia di accondiscendere alla tentazione di seguire i consigli del barbiere, cospargendo il viso del vecchio e fuori moda Ffloyd Hungrolyzed, così morbido, quasi dolce, leggerissimo ma efficace al pari della gloriosa Aqua Velva Ice Blue Williams, protagonista di caroselli in bianco e nero e della toilette di mio nonno. Profumi più alla moda, invariabilmente regali di donne amate inconsapevoli dei gusti reali, ma felici di dimostrare affetto con un piccolo dono. Donne che hanno lasciato che i loro volti, i loro corpi svanissero negli anni e nei meandri della mente seminando dietro di sè fantastiche scie...l'esotico Fidji, la classe di uno Chanel sapientemente nascosto tra gambe tornite e su candide pelli...le curiose, quasi infantili meraviglie economiche dell'Avon ai tempi in cui le venivano a presentare a casa, in quegli ultimi anni sessanta ancora pieni di promesse. E la scoperta di quanto bastasse a scatenare i miei sensi una sola goccia di essenza di vaniglia, pura, calda, potente, dolcissima al punto tale da far perdere i contatti con la realtà e aprire le porte dell'amore. Quei profumi dalle architetture inesplicabili, nei quali riuscivi a riconoscere legni pregiati, quercia, fiori di giglio, orchidea e le ambre e il sandalo e il muschio ancora a ripetersi nella testa e nel cuore del profumo stesso. Persino la segreta potenza della Fava di Tonka si riusciva ad avvertire, quello stesso misterioso ingrediente usato per celebrare le mescole più pregiate dei tabacchi inglesi da pipa.. La seduttività del Mango e il succo inebriante delle rose carnacine..Nulla rimane nel cuore di un uomo quanto la cicatrice sublime lasciata da un profumo, ogni momento un suo valore, ogni fiore morto per la bellezza di una donna un omaggio eterno e irrinunciabile.



ALLA RICERCA DEL TEMPO PERDUTO : 31

(16.02.2009)

 In quegli anni i nostri viaggi diventavano sempre più lunghi, le scorribande in Europa a volte si sapeva dove cominciavano ma non dove andavano a parare. E così a volte ci fermavamo a Campodolcino per più settimane, a volte invece erravamo senza sosta spingendoci sempre più su, sempre più lontano. La nostra meta reale, confessata o solo percepita, era Capo Nord ma non riuscimmo mai ad arrivarci perché quell'anno, in Svezia, il pulmino iniziò ad andare a tre pistoni e mestamente ci girammo arrancando per tornare a casa. Vedemmo però cose fantastiche: quando penetrammo nella Foresta Nera, la strada si dipanava attraversando una infinita sequenza di alberi giganteschi, immersi nell'eterno crepuscolo dove la luce del sole non riusciva a farsi strada. Da un momento all'altro ci aspettavamo di dover dare un passaggio a Sigfrido , con la benedizione di Wotan...a Norimberga scendemmo nello stadio dove si svolgevano le monumentali adunate del Fuhrer e lanciammo i nostri sguardi all'intorno, tra gli ammassi di macerie, oltre il filo spinato che ancora spezzava in due il campo erboso. Ad Amsterdam restammo impressionati nel vedere i nuovi palazzi costruiti a fianco delle rovine causate dai bombardamenti, ancora presenti dopo tutti quegli anni, e passeggiammo nei vicoli affollati di negozietti folkloristici, tra fumerie di droga legalizzate e pornoshop - una novità assoluta dato che in Italia ancora non avevano preso piede. Nel porto beccheggiava un favoloso galeone, diventato un museo, che pochi anni orsono andò distrutto in un incendio doloso. Grande perdita. E il grandioso parco dei divertimenti, dove al pomeriggio passava la banda in costume ottocentesco annunciando gli spettacoli e le attrazioni sotto la ruota panoramica. In Austria più volte ci fermammo ad Innsbruck e in un piccolo paesino lì vicino, Hopfgarten, dove c'era un grazioso campeggio e la bizzarra abitudine di nominare cittadini onorari gli ospiti che vi soggiornavano per più anni, come capitò a mio padre, visto che io negli ultimi tempi, troppo occupato a fare l'uomo sposato, a volte non partivo più con loro...a Hopfgarten la mattina ci riempivamo con la colazione a buffet, una roba da non credere, tavolate di bevande, uova fritte, salami e salsicce, wurstel e crauti, dolci clamorosi e frutta, mangiavamo più la mattina che a pranzo, poi ci preparavamo pacchi di panini e così muniti ci inerpicavamo per le montagne, con le funivie che si perdevano tra le nuvole. Scendevamo e continuavamo tra i pascoli, con i nostri alpenstock pieni di distintivi in lamierino d'ogni città visitata ad aiutarci nell'ascesa; ci si fermava a godersi le mucche intente a brucare e arrivavamo, nell'aria frizzante, ad una minuscola baita dove la graziosa e tonda figlia dei padroni offriva latte appena munto, knodel di fegato in brodo ben caldi e a volte i minuscoli gnocchetti inzuppati nel formaggio. Cose semplici, tipiche ma tanto saporite. E si faceva ritorno a bordo delle cabine volanti, nel tramonto incalzante, verso l'albergo a volte o verso il campeggio, a seconda di come avessimo avuto disponibilità per vedere il paesino sempre con le serrande chiuse, ché alle diciassette già se ne tornavano a casa per cenare, e infatti la sera si trovavano aperte unicamente le birrerie dove gruppi di locali nei loro costumi tipici intonavano cori tradizionali. Ci rimangono - di quegli anni vagabondi - montagne di fotografie che facevamo con le nostre reflex, altro che le moderne miracolose macchinette digitali, lì c'era da combattere con Din e Asa, e io che all'epoca mi ero attrezzato una camera oscura a casa, ne sapevo una più del diavolo in tema di velocità di scatto e di sviluppo, tirando le pellicole a 400 asa sino a 3600 per fermare le mosche in volo...Una in particolare mi è cara, mio padre in posa all'incrocio tra il fiume Reno e la Mosella, perché era un luogo immancabile per i turisti. I due fiumi infatti avevano due diversi colori, giallo e blu e si fondevano in un verde inconsueto, cosa mai vista nei normali panorami che attraversavamo. Unica tristezza, l'averla stampata in bianco e nero..



ALLA RICERCA DEL TEMPO PERDUTO . 30

 (14.02.2009)

Settembre 1984. Sulle rive del Tevere si teneva, come ogni anno, l'Expo' sovvenzionata dal Comune e da mille altri sponsor. La manifestazione annuale attirava migliaia di visitatori che scendevano allegramente sulle rive del fiume a passeggiare sui grandi marciapiedi tra le centinaia di stands multicolori. Era sempre uno spasso andare a vedere le mercanzie, le esposizioni culturali e degli Enti, i baracchini dei cibi locali ed etnici. Nell'aria fina della sera odori d'ogni genere si spargevano unendosi in connubi vorticosi, il dolciastro dello zucchero filato alle spezie del venditore di porchetta e hot dog, i fumi untuosi delle graticole dei venditori di salsicce si addensavano molli obnubilando gli aromi degli stand di profumi e trucchi. I lampioni ottocenteschi diffondevano la luce calda e gialla dall'alto dei muraglioni del lungoTevere mentre nella bolgia in basso rutilavano le miriadi di lampioncini, neon e lampare dei barconi ormeggiati ai lati. Il morbido sciaquìo del fiume faceva da sipario complice e compiacente nel frastuono degli altoparlanti che diffondevano canzoni in voga al momento. La gente, gruppi di giovani, coppiette, famigliole semiaddormentate, vagavano senza posa nello struscio generale, soffermandosi ad occhieggiare le bancarelle e concedendosi qualche acquisto impulsivo trascinati dalle richieste dei piccoli o delle fidanzate. Quell'anno il Comune aveva invitato anche me, nella sezione Artisti espositori ed ebbi il mio spazio, molto grande in verità, dove potei esporre la maggior parte della mia produzione : erano quasi tutte illustrazioni di stile fantasy e quasi tutte in china nera, lo strumento che predilegevo da sempre, oltre ad alcuni olii su tela e cartoncino. Oltre tutto, in quell'anno ero reduce da una convention di fantascienza tenutasi in alta Italia e potevo sfruttare le copie che avevo realizzato per la manifestazione, vendendole nel mio stand. Fu un grande successo di pubblico e anche molti dei miei amici dell'epoca vennero a visitarmi, io ero nel pieno del periodo più fervido della mia produzione, le mostre si susseguivano incessanti in tutte le regioni e i premi - coppe, targhe, diplomi - fioccavano invadendomi la casa. Mio padre, che aveva sempre tenuto a ribadire come con quella cosa non ci avrei mai mangiato, dovette ricredersi e so che segretamente era orgoglioso di tutte le volte che salivo su un palco per una premiazione o allestivo una mostra negli atelier. Sulle rive del Tevere, in quelle due settimane notturne, conobbi e feci amicizia con i vari standisti e ogni tanto facevamo qualche gioioso scambio merce con soddisfazione da entrambe le parti. Ricordo sopra tutto un giovane antiquario che volle che ritraessi la sua fidanzata a mo' di principessa fantasy e mi ripagò con uno di quegli antichi porta fotografia che si usava portare al collo appesi ad una collanina, d'oro e con un piccolo rubino al centro, che ancora conservo tra i beni di famiglia. Tutte le sere poi, il pianista jazz improvvisava le sue buffonesche prese in giro di un certo Bushmann, altro antiquario, intonando i suoi "BushmannBlues" a tutto volume, e noi si sghignazzava radunati attorno ai boccali di birra gelata. Si vendette bene, si conobbe tanta gente e presi contatto con varie case editrici presenti alle quali, col tempo, fornii molte copertine per i loro libri. Anni intensi, quando l'Arte mi scorreva rapida ed irrefrenabile nelle vene, anni gioiosi, anni di gloria..



mercoledì 22 ottobre 2025

ALLA RICERCA DEL TEMPO PERDUTO : 29

 (11.02.2009)

Anni Ottanta, il "Plein Air" impazzava e la moda del campeggio spopolava grazie anche alla possibilità di fare grandi viaggi contenendo le spese. Ci armavamo di tutto il ben di Dio possibile e stipavamo il pulmino Volkswagen verde militare, col tetto alzabile e le bizzarre tendine a fiorellini in ogni angolo consentito poi si partiva, carichi sopra tutto di allegria e aspettative. Il pulmino macinava tranquillo lunghi chilometri d'asfalto, ci si divertiva a riconoscere il passaggio da una regione all'altra d'Italia dalla conformazione dei monti e delle campagne. Quando attraversavamo la Toscana era sempre una gioia, quelle immense colline con quei colori inconfondibili, i verdi digradanti nell'azzurro, i gialli senape delle messi, il celebre Terra di Siena bruciato che indicava le coltivazioni messe a maggese. E quegli sparuti grappoli di alberi immersi solitari in cima a favolose colline, come eterne sentinelle delle greggi, dormienti nella calura d'agosto. Si tagliava l'Umbria con i suoi panorami schivi e irti di fabbriche, gironzolavamo nell'Emilia Romagna così piatta e verde alla ricerca delle nostre radici ataviche, in quei paesini raccolti attorno alla piazza ed al suo portico, con quei fiumiciattoli dove le rane si stipavano gracidanti. E si andava su, sempre più su, sino ai confini verso uno dei nostri campeggi favoriti, meta già da anni delle nostre vacanze e spesso ultima tappa in patria prima di immergerci nell'Europa sconosciuta, forti del cambio favorevole e della mia conoscenza delle lingue. Ci fermavamo per più giorni nel campeggio di Campodolcino, vicino Chiavenna ed al favoleggiato porto franco di Livigno, meta preferita dai vacanzieri perché la benzina costava due lire e si compravano stecche di sigarette, liquori e quanto altro a pochissimo. Si giungeva al campeggio dopo la lunga strada montuosa che sfociava in una vallata circolare coronata dai monti, le palazzine della reception, della mensa e dei bagni ancora in costruzione; una vista meravigliosa, file e file di roulotte e di tende ad attenderci. La gente sempre quella che incontravamo da anni e con i quali avevamo stretto un certo qual rapporto di amicizia annuale, il Panzieri - una sorta di rustico montanaro - col Panzierino, un pupattolo che teneva in braccio sempre ridente e rosso per la malaugurata abitudine dei suoi di fargli assaggiare il grappino mattutino, la piccola Paola che ogni anno cresceva un po' di più e con la quale ogni anno mi spingevo un po' più in là con reciproco spasso...e tutti gli altri con i quali la notte ci si stringeva intorno al falò per preparare un potente e untuoso vin brulè con dentro pepe e chiodi di garofano. Una manna viste le temperature polari che stecchivano le tele delle tende e chi le occupava, passato di bocca in bocca nelle grolle, sotto costellazioni mai viste dalla capitale. E gli enormi pentoloni dove quotidianamente sobbolliva la polenta taragna per ore, e l'attesa spasmodica che suonasse il campanaccio a mezzogiorno per avvertire che nella mensa erano pronti i pinzoccheri. Si badi bene, mica gli astrusi pinzoccheri nelle buste precotte oggi in voga nei discount, no, questi erano una sorta di gnocchi di patate miste a vari tipi di formaggi locali che salivano e scendevano nei calderoni fumiganti per poi essere versati nei piatti con l'intingolo bianco e filante dei formaggi fusi, coprendo il tutto di parmigiano grattato. Un profumo che si spargeva per tutta la valle costringendoci a interrompere le partite a bocce e gli altri giochi - a carte, più che altro - per correre ai tavoli. La piccola canadese ci liberava dal dover dormire con i miei nel pur caldo pulmino, offrendoci la possibilità di svicolare la notte in cerca delle altre compiacenti campeggiatrici con le quali quasi sempre si rimediava un calore di tutt'altro genere. I monti che chiudevano in solido abbraccio la valle offrivano escursioni leggendarie, in cerca di funghi e a volte di gnomi: una volta mi inerpicai per un sentiero senza rendermi conto che era un semplice camminatoio di capre e finii appeso ad un albero sul burrone senza poter tornare indietro finché riuscirono a ritrovarmi e a trascinarmi sano e salvo al campeggio, dove fu salvifico il rito del grappino per farmi tornare il colore in faccia. Poi tutto finì, come spesso succede in questa nostra Italia, nella maniera più gretta...la Lega Nord emetteva i suoi vagiti e le popolazioni risposero all'appello senza bisogno di chiederglielo così un giorno, al nostro arrivo, quello che sentimmo intorno a noi non fu: Come state? Quanto tempo! ma il ben peggiore: Sono arrivati i Terroni. Insalutati ospiti, a sera smontammo tutto e ce ne andammo in Germania per non tornare mai più in quel campeggio.



ALLA RICERCA DEL TEMPO PERDUTO : 28

 (01.02.2009)

Primi anni 80, cominciavano i nostri grandi vagabondaggi per l'Europa. Avevamo comprato un pulmino Volkswagen e lo avevamo attrezzato a camper col cucinotto, il tetto alzabile, tendine, cassettoni, wc nautico e letti smontabili. Più avanti, negli anni, aggiungemmo anche una tenda da campeggio a quattro posti che si attaccava di lato, nella zona del portellone, consentendo così un miglior uso del mezzo una volta fermi nei campeggi. Con il pulmino, a mo' di bizzarri figli dei fiori, facevamo delle traversate senza fine, spaziando dalla Francia alla Norvegia. Prima di partire, organizzavo maniacalmente il viaggio, munito di cartine, mappe, liste degli alberghi: calcolavo spese e quanto altro, arrivando a misurare i litri e il costo della benzina per tutto il viaggio, imprevisti compresi e di solito la cosa funzionava egregiamente. Di quegli anni e di quei viaggi restano impresse nella memoria scene, sensazioni, emozioni fortissime; l'arrivo nel parcheggio di Schaffausen che si affacciava sul baratro prospicente alle Cascate Regina, sotto le quali si poteva andare con un battellino, e distinguevi tutto lo spettro dei colori dell'iride nel vagolare delle gocce disperse nell'aria dalla cascata. O l'arrivo, nel morire del giorno, alla frontiera olandese, dove - appena passata - il panorama cambiava drasticamente: la strada calava in basso immergendoci in un infinito tappeto di nebbia densa alta un metro da terra, dalla quale come una visione spuntavano le schiene di diecine di mucche nell'aria soffusa di uno spettacolare tramonto. Notti infinite sotto cieli sconosciuti, le stelle non più al loro posto, aromi e fragranze stranieri. A Chateau d'eau, avvolti da una pioggerella tiepida e uggiosa, mangiammo curiosi cubi di carne al sangue, profumatissimi, che si scioglievano in bocca, sotto una tettoia di legno su panche rustiche in riva al lago e un passero paffuto e malizioso saltellava imperterrito sul tavolo in cerca di ghiottonerie. A Copenhagen, dopo la visita al magnifico Parco dei Divertimenti, ci recammo a visitare la Sirenetta, che tranquilla lascia che le onde della battigia lambiscano lo scoglio sul quale è alloggiata, vicino al pontile, per scoprire che l'immagine da sempre amata e immortalata ritrae una statuina alta poco più di un metro.. E Madurodam? quell'incredibile parco a tema col mondo in miniatura, dove si poteva passeggiare tra monumenti celebri e cattedrali che ti arrivavano alle ginocchia, capendo al fine come debba sentirsi Godzilla quando va a Tokio in vena di far danni. Quanti campeggi visitati, quanti chilometri sotto quelle ruote.. quando passavamo la frontiera italiana - altri tempi, certo - ci sentivamo come dei veri contrabbandieri perché occultavamo in ogni interstizio possibile, da veri italiani doc, pacchi e pacchi di pasta Barilla necessari alla nostra sopravvivenza all'estero. Comprensibile, se si tiene conto che fuor dall'Italia si trovava solo in confezioni da 125 grammi e a prezzi proibitivi. Fossimo stati furbi ci si sarebbe arricchiti, o quantomeno si sarebbero limate bene le spese dei viaggi.. in realtà volevamo portare con noi solo un pezzo di Patria. Gastronomicamente parlando, beninteso, ma sempre cara!



ALLA RICERCA DEL TEMPO PERDUTO : 27

 (31.01.2009)

A metà degli anni settanta, in una stagione di benessere economico generale, capitò a mio padre di conoscere la prima violinista del Teatro dell'Opera di Roma e di entrare con lei e la sua famiglia in amicizia. Questo ci diede la possibilità di ottenere una corsia preferenziale per uno dei rari ed ambitissimi posti di abbonamento alle prime poltrone della platea, cosa che notoriamente si tramanda in via generazionale e sono quindi estremamente difficili da trovare. Anche allora la cifra da pagare non era indifferente, nulla comunque in confronto ai prezzi odierni, del tutto inavvicinabili. Cominciai così, tutti i sabati pomeriggio, ad assistere alle rappresentazioni degli spettacoli in cartellone, entrando in un mondo sfavillante ed in un atmosfera ottocentesca; all'ingresso si potevano acquistare i programmi ed i libretti gialli editi dalla leggendaria Casa Ricordi con tutte le battute delle opere, ed era consuetudine seguirli con minuscole pilette semi celati dagli schienali delle poltrone. La Ricordi allora aveva vari negozi in città, a viale Giulio Cesare, a viale delle Milizie e alla stazione, che poi furono venduti a Maraldi e anni dopo acquisiti definitivamente dalla editrice Feltrinelli, che snaturò completamente il fasto antico e demodé dei negozi rendendoli certo moderni ma molto meno umani. Di solito prima della rappresentazione mi recavo a perder tempo nel foyer per concedermi un caffè guardando il bel mondo tirato a lucido per l'occasione, non che fossi da meno, con i miei completi scuri e le cravatte per le quali fin d'allora coltivai una sorta di mania feticistica, arrivando a possederne circa duecento di tutte le fogge, dalle più classiche regimental alle più ridanciane con Paperino o Brontolo, ottime per tenere alto il morale quando lavorai nei call center..Tre squilli annunciavano l'inizio della rappresentazione ed io attraversavo i tendaggi pesanti che dividevano il foyer dalla platea seguendo le mascherine fino alla mia poltrona in terza fila, un posto di corridoio centrale spettacolare per acustica e visibilità. Mi recavo a salutare la violinista nel golfo mistico scambiando con lei alcune facezie sui cantanti del momento poi mi predisponevo attento all'ascolto. Si faceva buio e l'orchestra attaccava i preludi, fino all'apertura del sipario, il momento magico che chiamavamo "l'alito del drago" perché l'atmosfera immobile e pesante della sala veniva improvvisamente scossa dallo spostarsi dell'aria e dal suo fruscìo: quanti allestimenti spettacolari, classicissimi, grandiosi, ho visto da allora. I direttori più celebrati, i cantanti migliori, le regie più attente alla tradizione! Vidi in quegli anni centinaia di opere, tutte le italiane godendomi le bizzarrie di Rossini, i toni crepuscolari del Puccini, la maestosità del Verdi e gli immortali capolavori di Wagner tra i quali la tetralogia dell'Oro del Reno anticipava i toni epici che ritrovai anni dopo nella lettura del Signore degli Anelli. Grazie alla cortesia della mia amica mi capitava a volte di intrufolarmi dietro le quinte e una sera ebbi la ventura di conoscere Montserrat Caballè, persona di grande dolcezza e amabilità che ritrovai, così tanti anni dopo, ad un recital al Teatro Ghione; quando passai da lei in camerino - incredibilmente - si ricordò di me e potemmo intavolare una breve discussione sullo stato generale del Teatro dell'Opera al tempo. Di quegli anni restano scolpite nella memoria le favolose scene di certe Aida, di certe Turandot e persino La Fanciulla del West con i cowboy a cavallo a rincorrersi realmente in una foresta perfettamente ricostruita. E che dire poi delle bizzarre sperimentazioni dei primi anni ottanta, quando la politica con le sue proteste già avvelenava sottilmente quel mondo ancorato alla sua peculiare antichità, sfornando assurdità del tipo "Aiuto, aiuto, arrivano i globolinks!", sorta di opera fantascientifica con alieni che scendevano tra il pubblico lasciando i melomani esterrefatti... Potente, infine, e sempre vivo è il ricordo dell'ultima apparizione sulle scene di Nureyev, con Il lago dei cigni, che vidi a Caracalla insieme a mia madre; all'ingresso dei diavoli travestiti da turisti giapponesi mi sventolarono sotto il naso un rotolo di biglietti da centomila per avere il biglietto e ammetto che fui lì lì per cedere alla vile pecunia ma tirai dritto, i posti erano esauriti da mesi, e mai me ne pentii. Nureyev poco tempo dopo ci lasciò segnando una ferita insanabile nel mondo dell'Opera e con amore malcelato conservo in un cassetto del cuore quei frammenti visivi dei suoi omaggi a Diaghilev e a Nijinsky...



ALLA RICERCA DEL TEMPO PERDUTO : 26

 (26.01.2009)

Fine anni 60, le gioiose e lunghissime vacanze estive  ci tenevano col fiato sospeso già molto tempo prima della fine della scuola. Mio padre prendeva in affitto per tre mesi un appartamento ad Ostia, il mare di Roma, vicino alle zie che ne possedevano uno, poi restava in città a lavorare sui cantieri con mio nonno. Io, mia madre e mio fratello piccolo ci stabilivamo là, prendevamo il posto e la cabina allo stabilimento Marechiaro e ci dedicavamo a dimenticare l'anno trascorso sbizzarrendoci sul lungospiaggia. Nettissime ancora, a distanza di quasi quarant'anni, le memorie di quei giorni, il caldo impressionante dell'estate che perdurava continuo giorno e notte, l'odore denso degli olii abbronzanti che stagnava nell'aria, il frusciare sommesso delle onde interrotto dalle canzoncine dei jukebox - quelle favolose canzoni pop ancora così simpatiche da ascoltare. Ci portavamo di tutto nella cabina, panni, vestiti, thermos con il pranzo e non vedevamo l'ora di gettarci in acqua, quel mare limpido dove tra le gambe ci sgusciavano minuscoli pesciolini argentati. Piazzati sull'arenile, sotto lo sguardo vigile di mamma e delle zie, organizzavamo castelli intricati, tunnel dove far correre le palline trasparenti con le figurine dei calciatori all'interno, ci seppellivamo nella sabbia lasciando testa e piedi fuori al sole su cuscinetti improvvisati. Era uno spasso il tornare, al pomeriggio, passando davanti alle bancarelle dei libri usati dove facevo incetta di giornalini di Cino e Franco, del Vittorioso, di Mandrake e dell'Uomo Mascherato per poi leggerceli sul divano un po' ammuffito che troneggiava nel salotto-camera da pranzo. Ma quello che ci affascinava veramente era, quando la mattina presto, col fresco, ci recavamo allo stabilimento, andare a prendere i bomboloni caldi di cui subito incoscientemente e voracemente facevamo scorpacciate. C'era, e a dirla tutta ancora c'è, una pasticceria dal lucido bancone sovrastato da una bizzarra canalina metallica: ogni quarto d'ora si sentiva uno scampanìo, si apriva una porticina in alto nel muro ed un grosso bimotore arrivava con le eliche ronzanti, fino a fermarsi vicino alla cassa, si apriva il portellone e ne pioveva giù un nugolo di bomboloni alla crema e al cioccolato. Che gioia starsene lì col naso alzato, in attesa, quelle meravigliose attese che solo i bambini conoscono, quelle attese di qualcosa che a volte è fantastica solo per l'anima piccina che l'attende e mai la disattende. Ce ne facevamo dare una busta e forse solo la metà arrivava intera sulla spiaggia. Ogni giorno si incontravano bambini nuovi con i quali parlare dei rari giocattoli ricevuti, mostrare orgogliosamente le pistoline a spruzzo, le biglie - quante! - certosinamente custodite in sacchetti di rete blu, e poi tutti in acqua a far cagnara, imparando da soli i rudimenti del nuoto, lasciandosi cullare a galla fino a che sulla testa solo le rosse nuvole del tramonto scorrevano leggere. Ricordo una mattina prestissimo, papà era venuto la sera prima e ci aveva svegliato per andare ad accendere il televisore, un cassettone in bianco e nero come era in voga all'epoca; ci trascinammo davanti allo schermo ed ecco lì la sorpresa! Davvero, ma davvero qualcuno stava mettendo il primo piede umano sulla Luna? Che cosa incredibile, mi tornavano in mente gli antichi libri di Giulio Verne che avevo letto a casa e mi sembrava che nulla potesse rappresentare il futuro più di quelle immagini silenziose. Anni di sogni, quando qualsiasi cosa sembrava il massimo, un bombolone dorato, il ciclone che si portò via gli ombrelloni, un uomo sulla Luna, Fidenco che cantava dai jukebox o forse, ma sì, mio padre che per un giorno si svegliava insieme a noi e tutti insieme, con i nostri pantaloncini da spiaggia col timoncino ricamato in bianco e i secchielli e le palette, a vivere come ogni famiglia dovrebbe poter ricordare di aver vissuto.




ALLA RICERCA DEL TEMPO PERDUTO : 25

(26.01.2009)

 Gli anni Ottanta videro Roma protagonista di una formidabile kermesse, il Fantafestival, che tuttora prosegue annualmente in sale diverse, ma il gusto pionieristico dei primi anni si è definitivamente perduto. Ricordo le file incredibili per accaparrarsi un biglietto per le proiezioni che iniziavano dal primo pomeriggio sino a notte inoltrata in sale oramai scomparse, il cineclub Tevere di via degli Scipioni, una sorta di cripta per trecentocinquanta persone con le seggiole di legno, ex sala parrocchiale...il Planetario, che cambiava destinazione d'uso per la rassegna e ci vedeva stipati nella sala circolare armati di sedie d'ogni tipo...fino ai fasti del Capranichetta, con le sue colonne marmoree, gli stucchi e gli specchi d'epoca, due piani dove la gente si accalcava a fumare tra un tempo e l'altro sulle grandi scalinate - ora diventato una specie di resort per i politici dell'attiguo Quirinale e i loro convegni. Tra gli organizzatori spiccavano sempre Ravaglioli e Cozzi, che ci davano la possibilità di assistere a primizie internazionali, ma il vero divertimento per gli appassionati era la riscoperta dei film in bianco e nero degli anni cinquanta, quei deliziosi piccoli classici immortali come La Meteora Infernale, La Mantide Omicida, la serie di Quatermass, Radiazioni BX e cento altri. Ci si sbragava sulle poltroncine armati di ogni genere di conforto, dalle sigarette alle lattine, chi portava i panini, chi le macchine fotografiche, in un bailamme indecoroso e ridanciano e aspettavamo che partisse la consueta sigla registrata da Luigi Cozzi col suo vocione che annunciava "i marziani più verdi, i mostri più mostri.." e via così.  Una comunità di fans che rasentava la bolgia, quando secchiate di sangue solcavano gli schermi le urla e le risate  arrivavano al soffitto...Conservo ancora, con sottile piacere, i booklet e i programmi delle rassegne dell'epoca, chicche per cinefili con quotazioni da brivido e a volte riguardandoli torno a quegli spettacoli favolosi. Ricordo quando venne annunciata l'ultima proiezione mondiale di Tarantula, prima che la pellicola andasse al macero.. la fila fuori dal Planetario iniziò al mattino e al pomeriggio non c'era un biglietto neanche a pagarlo oro. Riuscii Dio sa come a sgattaiolare nella ressa e me lo vidi letteralmente steso in terra con la testa tra le scarpe dei primi spettatori, sotto lo schermo, pur di non perderlo. Che poi adesso , di notte, Tarantula ancora lo diano nei canali di Sky, bene, non vuol dire, volete mettere? Non c'è paragone! E quanti altri film che poi veramente andarono perduti, dei quali pochissimi conservano la memoria, come The Spawn From The Slythis col mostro uguale ad Alien, proiettato una sola volta durante una rassegna al cinema Clodio prima che lo stesso divenisse una sala di registrazione della Rai e poi alla fine una specie di supermercato cooperativo...O i meravigliosi "corti" di Saul Bass, il regista che ha realizzato moltissime sigle di testa per film come gli 007 e tanti altri. La rassegna continua ancora, anno dopo anno, credo sia arrivata alla 28° edizione, ma il mordente pionieristico e un po' cialtrone dei primi anni no, quello è fuori moda, ora è tutto laccato, preciso, algido. Ma le atmosfere ubriache e fumose dei cinema-bettoline , dei cine club, le cicche in terra, i bruscolini, e le apparizioni salutate dalle ovazioni dei fans in delirio di Cristopher Lee o di Vincent Price, quelle restano solitarie nel cuore di chi c'era. Fortunati noi..





ALLA RICERCA DEL TEMPO PERDUTO : 24

 (06.01.2009)

Iniziarono bene, in fondo, le nostre minuscole vacanze. Un padre e un figlio, bagagli nel cofano, pronti ad un inarrestabile voglia di stare insieme e divertirsi per quei pochi giorni permessi dai turni lavorativi. Un bel viaggio lungo fino a Cesena per portare il cucciolo a far cagnara a Mirabilandia, ristoranti per farlo strabiliare davanti a portate inconsuete, giocattolini ad ogni richiesta perché in fondo io posso sempre andare con le toppe ai pantaloni e le scarpe slabbrate ma lui ha il diritto ad essere felice. E poi un tranquillo fine settimana a Montepulciano, a fargli conoscere un vecchio amico ristoratore prodigo nel riempirci piatti e stomaci di pici in tutte le salse, i musei, i favolosi panorami della vecchia, cara Toscana. Ore liete, a trascinarci qua e là, nella placida indolenza di chi è intimamente soddisfatto delle poche cose che la vita concede, pago del vederlo ruzzare senza pensieri per le viuzze e nei negozi. E per finire la serata perché non portarlo al parco centrale di Montepulciano, tra chioschi, fiere paesane, stand, giardini, alberi, cespugli e quanto altro? Già, perché? Ed eccoci là, io seduto in panchina a fumare guardandolo correre sugli scivoli e le altalene con i bambini del luogo e dei villeggianti, mentre intorno la folla ondeggia lentamente da un capo all'altro della fiera. E lo vedi far comunella con un bambino napoletano, e chiacchierare, e bisbigliare con aria complice e sorniona e poi mettersi a correre per tutto il parco, allegri, ma senza la minima intenzione di tornare quando lo chiamavo. Così, dopo aver fatto un poco finta di niente, aver provato a chiamarlo per vedersi ridere in faccia e fuggir via, cominci a sentirti nervoso, e poi anche preso in giro e ti alzi e inizi ad andargli dietro per riprenderlo. Ma no, che subito fuggono via, svicolando tra i meandri del parco. E inizi a correre, vergognandoti come una bestia degli sguardi della gente, sentendo addosso il peso del ridicolo e della sua disubbidienza. E poi sparisce. E inizi a non vederlo più, lì, in quel parco improvvisamente troppo grande, troppo affollato. E scende la sera, e la notte la segue e tutto diventa così buio, tra le mille luci dei lampioni e degli stand. Troppo buio in tutta quella luce. E la senti, prima leggera, poi sempre più forte, la mano ghiacciata della paura che ti accarezza la nuca. E corri qua, e poi là, e da uno stand all'altro, con mille occhi per cercarlo e non trovarlo. Poi d'un tratto eccone la sagoma furtiva che corre lontano, e via, appresso, chiamandolo e loro scappano di nuovo. E non sai cosa fare, se allertare la polizia, se rivolgerti a qualcuno ma non c'è nessuno, mille persone ma nessuno che possa aiutarti, e ti ricordi il mestiere che fai e le cose che senti e che vedi tutti i giorni e che non sa lui. Lui che sta correndo chissà dove. Passa un ora, ne passano tre, la gente va via, e tu a correre vicino alle uscite per trovarlo prima che.. già, prima che. Prima che quello che non vuoi pensare, succeda. Prima che sparisca davvero. Alla fine è là, sono là, nascosti dietro un albero e inizi a urlare, a girargli intorno come un pazzo per prenderlo e te lo ritrovi piangente, terrorizzato persino, tra le braccia. Ma terrorizzato, scopri, da te perché l'altro bambino gli aveva detto che lo avrei picchiato e lui aveva paura. Di me. Di suo padre. Così lo prendi per mano, senza rivolgere la parola all'altro bambino i cui genitori neanche per un attimo si son curati di cercare, e lo trascini fuori verso l'albergo, e lo senti implorare di non picchiarlo. E fatichi a rispondere che no, non avrei voluto picchiarlo, volevo solo ritrovarlo, e te lo metti seduto sulle spalle, per sentirlo finalmente preso. Tenuto. Tuo. Tornati in camera alla fine si acquieta e si addormenta su di me, al mio calore che lo tranquillizza. E mentre le ore si susseguono guardi il soffitto in preda ad una furia cieca, pensando che se fossi stato armato qualcuno sarebbe morto. Pensando che se fosse sparito sarei morto io. Così, ringrazi Iddio che te lo ha ridato e, col vuoto dentro, aspetti il sorgere del sole e sai di dover essere grato alla vita per averti insegnato qualcosa di nuovo, come fa sempre quando non gli viene richiesto: il vero, reale significato del terrore.



ALLA RICERCA DEL TEMPO PERDUTO : 23

 (03.01.2009)

All'inizio degli anni 80 vissi certamente la stagione più piena dei miei amori giovanili, quelli insensati, bollenti, quelli che ti segnano e quelli che svaniscono come le bolle di sapone nella nebbia. Ricordo un giorno, tornavo dall'università con l'autobus, attraversando il centro, quando tra la folla stipata mi apparve qualcosa di molto simile ad una visione: una ragazza talmente bella che diventai rosso al solo guardarla in faccia. Lei se ne accorse perché sorrise, con un sorriso da aprire i cieli, con due occhi azzurri purissimi, boccoli biondi a farle da corona.. Dovevo essere completamente fuori di testa perché senza capire quel che facevo mi spinsi sino a lei, fissandola ma senza il coraggio di aprire bocca. Restai a fissarla fino alla mia fermata, lei era davanti a me, si aprirono le porte e si spostò, scesi convinto di averla dietro di me ma mi girai e la vidi, ridente, dietro le porte che si chiudevano. Mi salutò e il mio cuore fu perso. Da quel giorno mi aggirai intorno alla fermata dove ero salito la prima volta, tutte le mattine, per due mesi, non concludevo più nulla, non andavo più all'università, non avevo niente altro nel cervello che lei. Alla fine, stremato, decisi che avrei fatto un ultimo tentativo e poi avrei lasciato perdere; mi piazzai come al solito a via Tomacelli, alla fermata dell'autobus e le ore scivolarono lente. Poco prima di pranzo, mentre stavo per andarmene, lei scese alla fermata insieme ad una amica, si girò e mi vide, sorrise, mi venne incontro e come se non avessimo fatto altro prima nella vita, ci abbracciammo e ci baciammo. Ricordo il mio viso affondare nei suoi capelli d'oro, ricordo il suo profumo, la sua carne, le sue labbra. Ci prendemmo per mano e passammo la giornata insieme, quasi senza parlare. Era così, così doveva essere. Furono mesi deliranti, completamente persi uno nell'altra, poi i suoi amici, il gruppo che aveva, cominciarono a prendere più spazio di quanto ne desse a me. Io, pazzo come ogni giovane è, mi distaccai quel tanto che bastò per incrinare la sfera di cristallo dove avevamo chiuso i nostri sogni. Ma continuavamo a vederci e ad amarci. La ricordo, con i suoi stivali color dattero chiari e alti, le calze autoreggenti color smeraldo, la gonna di cotonina provenzale a fiorellini, la camicia bianca morbida, il golfino a cardigan rosa aperto e lei, con quegli occhi che avrebbero cristallizzato i cieli, che mi diceva : vieni, puoi farlo, ti voglio. E io che piangevo nel possederla, terrorizzato all'idea di perderla. E un giorno, ovviamente, la persi. Incontrò un altro, uguale a me, ironia della sorte, in tutto e per tutto, tranne per il fatto che era un finanziere e dunque aveva un lavoro che gli avrebbe permesso di mettere le basi per una famiglia. Del giorno del loro matrimonio, il primo maggio dell'81, rimane un quadro spaventoso che feci e che non ho mai esposto per la troppa violenza che racchiude. Ma il tempo passò e i loro guai iniziarono. Ricominciammo a sentirci, a vederci e tornammo ad amarci, con forza, con violenza, con la passione di due amanti ad un passo perennemente dalla fine.  La nostra relazione durò per qualche anno, più maturi, più disillusi, ma ancora innamorati così profondamente, da sapere che noi e solo noi eravamo il nostro destino. Fin quando cambiò lavoro, cambiò casa e andò ad abitare fuori Roma ed io non la incontrai più. Come un drogato in crisi d'astinenza, a volte, alzavo il telefono per sentire la sua voce nella segreteria telefonica e mi illudevo di avere ancora davanti a me quel suo viso meraviglioso, inchiodato come un icona nel ricordo di una giornata d'estate...io che andavo ai castelli con la mia ragazza dell'epoca e fermavo l'auto davanti ad un baracchino dove vendevano funghi per acquistarne e lei che scendeva dall'auto del fratello per lo stesso motivo, con un cappellino di paglia ornato da nastri azzurri e piccole ciliegie di plastica rosse del colore delle sue labbra, e i nostri occhi a supplicare di avere ancora un attimo di tempo solo per noi. Per poi svanire, lasciandomi col cuore a brandelli. Ed io a trascinarmi tra amori grandi e piccoli, tra esperienze di vita e decisioni giuste o sbagliate. Ma il mio cuore è con te, lo sarà sempre, così come eterna sarà la bellezza che ho fermato nei tuoi quadri. Quando noi saremo cenere la disumana grandezza di questo amore avrà lasciato parole indelebili nel libro della Vita e allora sì, che ci incontreremo di nuovo, e sarà per sempre. Intanto qui, io resto a scontare il peccato di averti perduta, una colpa che il tempo non cancella né perdona, in questo presente dove solo la forza di rendere un sogno, il Sogno, quello che altrimenti sarebbe solo e unicamente un ricordo come tanti, una ruga in più sull'anima, mi dà la capacità di non arrendermi alla realtà.  Nulla muore se non la lasciamo morire, nulla invecchia se gli occhi del cuore sanno restare giovani.




martedì 21 ottobre 2025

ALLA RICERCA DEL TEMPO PERDUTO : 22

 (20.12.2008)

Passata l'infanzia non posso dire di aver passato dei Natali memorabili, troppi problemi, troppe le preoccupazioni per il lavoro o la famiglia. Certo uno dei più assurdi lo passai nel 1980 e non a casa, ovviamente. Ero vigile del fuoco e stavamo confinati in caserma, quattro disperati o pochi più, considerato che la maggior parte di noi era partita per andare a casa dai lor parenti. I giorni si trascinavano in una inattività mortale, tra esercitazioni di routine e servizi vari. Parecchi colleghi avevano però scovato il modo di far passare il tempo occupando e la mente ed il corpo con sistemi che definire esotici è dir poco. Uno in particolare giungeva tutte le mattine da casa con una cinquecento bianca tutta scassata, parcheggiava, alzava il sedile posteriore e cominciava a distribuire panetti di marjuana e bustine di bianca. I piccoli capannelli che si formavano intorno a lui si dileguavano rapidamente, disperdendosi nelle camerate e da lì a poco eccoteli vagare con quelle facce distratte e svagate per i portici della caserma. La cosa terrificante era quando dovevi fare le esercitazioni con le scale a ganci appeso ai balconi e chi doveva sorreggerti da sopra sapevi bene che dieci minuti prima si era andato a fare una pera nei cessi, così toccava scapolare nella fila per non incrociarli e non rischiare di imparare a volare da quattro piani, cosa che accadeva, e come. Roba ne correva, dappertutto e se anche non ti facevi c'era sempre qualcuno pronto a darti un assaggio gratis. Si arrivò al natale, un natale gelido oltre ogni dire, nella caserma sperduta vicino alla campagna e all'ippodromo. In cielo le stelle e in terra non il Redentore, ma noi, manipolo di gente dimenticata laggiù. Alla fine arrivò Walter con una scatoletta e cominciò a distribuire certe minuscole sigarette oppiate tibetane, a suo dire, ma chissà da dove arrivavano...e tra il freddo, il gelo, la notte che non passava mai e qualche bicchiere di troppo, là nel corpo di guardia, mi ci infilai in mezzo anch'io. Mezz'ora dopo ballavamo il rock'n'roll nel piazzale, da soli e senza musica, che quella che avevamo nel cervello - sballato - bastava e avanzava. Alle due il mondo era composto di stelle, vigili skizzati e cani ululanti nelle campagne, e non so quali di questi fossero più persi nel vuoto cosmico.. La cosa andò avanti ancora, anche se saltuariamente, ma si sa, la gioventù difficilmente va d'accordo con le regole del buon vivere e le compagnie che frequentavo fuori dal servizio militare, certo non presagivano nulla di buono. Ci si ritrovava in auto, in cinque e dopo pochi minuti la nube all'interno avrebbe dato dei punti a Seveso.. Un giorno uno di noi lo ritrovarono a casa, c'era rimasto secco, un buco di troppo. Ma ancora non ci bastava. Quello che tocca agli altri pensi sempre non tocchi a te. Fino al giorno che partii dalla piazzetta con la vecchia Giulia 1300, strafatto, pensando a cosa dire a casa, al pranzo con i parenti che certo avrebbero sentito un odore non proprio di tabacco tutt'addosso a me e svenni alla guida. Mi ripresi in tempo per guardare in faccia la morte che sotto forma di un autobus mi stava venendo addosso, e lanciai l'auto sul marciapiede, miracolosamente sgombro in quel momento. In quel che vomitai credo ci sia stata anche l'anima ma non toccai mai più un oncia di niente. E sono ancora qui per raccontarla.