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mercoledì 24 dicembre 2025

LA CASA DI AUFIDIA VALENTILLA NEL MUSEO ARCHEOLOGICO DI ROMA

 (Prima pubblicazione 23.09.2016) © Crenabog 


Nel 1982, durante i lavori di restauro e scavo nell'edificio dell'ACEA in via Eleniana, a Roma, venne alla luce un antica casa romana. Le decorazioni del triclinium datano al secondo/terzo secolo a.C. E' conosciuta come la casa di Aufidia Valentilla. Attualmente si trova nella zona giardino degli uffici e magazzini del Museo Archeologico di fianco alla basilica di Santa Croce in Gerusalemme.




Tutta l'area, fin dal IX secolo a.C. , fu a destinazione prevalentemente funeraria. Tra il V e il I secolo a.C. fu usata per la coltivazione del grano con mulini e impianti per realizzare il pane. Mecenate modificò l'area tra il 42 e il 38 a.C. creando un quartiere residenziale dove le famiglie più ricche eressero magnifiche ville. A seguire, nei secoli, si formò un complesso imperiale fortificato: con Costantino (tra il 306 e il 337) venne denominato Palazzo Sessoriano e usato come residenza degli imperatori. Con l'imperatrice Elena l'atrio fu usato per il culto della croce di Cristo col nome di Cappella Palatina; con la fine del IV secolo d.C. Roma decadde anche a seguito del trasferimento della vita politica e imperiale a Costantinopoli. La profonda trasformazione dell'intera area, fortificata con le Mura Aureliane, il saccheggio della città per mano di Alarico nel 410 d.C. e la pestilenza del 590 d.C. ridussero l'intera zona urbana a nuove piantagioni e il palazzo e le residenze dei cittadini all'intorno divennero rovine. L'unica a prosperare fu la basilica, meta di pellegrinaggi. Tra le poche cose che restano da vedere, al di fuori appunto di Santa Croce in Gerusalemme, questo scavo raramente fruibile dal pubblico se non in visite guidate su prenotazione.



Nelle foto che vi inserisco potete vedere i magnifici resti della pavimentazione, delle mura e degli affreschi della antica casa romana e qualche altra curiosità custodita nei magazzini - chiusi ovviamente al pubblico - quali zanne di mammuth e scheletri nei loro sarcofagi di pietra. Le visite alla Basilica Sotterranea di Porta Maggiore, sono possibili sempre però prenotando presso la Coopculture allo 06/39967700.


venerdì 19 dicembre 2025

SUPERMAGIC 2011

 (Prima pubblicazione 02,02,2011)


Ieri sera, sforando il budget e andando tragicamente in rosso, ci siamo concessi di portare Tato a teatro a vedere lo show Supermagic, ottava edizione, al teatro Olimpico. Ci tengo a dirvi che è stato assolutamente all'altezza delle aspettative, con numeri altamente spettacolari, bravissimi tutti gli artisti, una gioia per gli occhi e anche i più smaliziati han goduto due ore di grande prestidigitazione. Meraviglioso Jae Hoon Lim, che vedete nella foto quando siamo andati nel backstage a farci fare gli autografi da tutti loro, che ha fatto comparire decine di colombe con una bravura assurda. Gran finale con Dani Lary che, con una scenografia gotica imponente, ha sfruttato una macchina magica scenica che era stata già adoperata da Brachetti nello spettacolo che portò mesi fa al Sistina ma che in tanti non hanno riconosciuto. Bellissimo show che non dovete perdere, c'è tempo fino a domenica, a Roma, se trovate ancora i biglietti.


martedì 4 novembre 2025

TACCUINO DI VIAGGIO : TERMINILLO

 (02.10.2009) Ci è capitato di fare una scampagnata al Terminillo, la ben nota località montana, dove abbiamo trovato quasi tutto chiuso per via che non è né stagione estiva né ancora invernale, ma abbiamo avuto una piacevole sorpresa presso il ristorante ROMA. Abbiamo infatti potuto gustare il seguente menù: gnocchi al ragù di cinghiale, fettuccine al sugo, polenta con i funghi, entrecòte con funghi, patate fritte, bieta, ossobuco alla salsa rosa, dolce al cucchiaio di crema di mandorle à la chef, mezzo litro di rosso locale, acqua e pane, il tutto al prezzo invero contenuto di 60 euro in totale, e con la massima soddisfazione dato che era tutto davvero buono. Se vi capita fateci un viaggetto!



lunedì 3 novembre 2025

ALLA RICERCA DEL TEMPO PERDUTO . 30

 (14.02.2009)

Settembre 1984. Sulle rive del Tevere si teneva, come ogni anno, l'Expo' sovvenzionata dal Comune e da mille altri sponsor. La manifestazione annuale attirava migliaia di visitatori che scendevano allegramente sulle rive del fiume a passeggiare sui grandi marciapiedi tra le centinaia di stands multicolori. Era sempre uno spasso andare a vedere le mercanzie, le esposizioni culturali e degli Enti, i baracchini dei cibi locali ed etnici. Nell'aria fina della sera odori d'ogni genere si spargevano unendosi in connubi vorticosi, il dolciastro dello zucchero filato alle spezie del venditore di porchetta e hot dog, i fumi untuosi delle graticole dei venditori di salsicce si addensavano molli obnubilando gli aromi degli stand di profumi e trucchi. I lampioni ottocenteschi diffondevano la luce calda e gialla dall'alto dei muraglioni del lungoTevere mentre nella bolgia in basso rutilavano le miriadi di lampioncini, neon e lampare dei barconi ormeggiati ai lati. Il morbido sciaquìo del fiume faceva da sipario complice e compiacente nel frastuono degli altoparlanti che diffondevano canzoni in voga al momento. La gente, gruppi di giovani, coppiette, famigliole semiaddormentate, vagavano senza posa nello struscio generale, soffermandosi ad occhieggiare le bancarelle e concedendosi qualche acquisto impulsivo trascinati dalle richieste dei piccoli o delle fidanzate. Quell'anno il Comune aveva invitato anche me, nella sezione Artisti espositori ed ebbi il mio spazio, molto grande in verità, dove potei esporre la maggior parte della mia produzione : erano quasi tutte illustrazioni di stile fantasy e quasi tutte in china nera, lo strumento che predilegevo da sempre, oltre ad alcuni olii su tela e cartoncino. Oltre tutto, in quell'anno ero reduce da una convention di fantascienza tenutasi in alta Italia e potevo sfruttare le copie che avevo realizzato per la manifestazione, vendendole nel mio stand. Fu un grande successo di pubblico e anche molti dei miei amici dell'epoca vennero a visitarmi, io ero nel pieno del periodo più fervido della mia produzione, le mostre si susseguivano incessanti in tutte le regioni e i premi - coppe, targhe, diplomi - fioccavano invadendomi la casa. Mio padre, che aveva sempre tenuto a ribadire come con quella cosa non ci avrei mai mangiato, dovette ricredersi e so che segretamente era orgoglioso di tutte le volte che salivo su un palco per una premiazione o allestivo una mostra negli atelier. Sulle rive del Tevere, in quelle due settimane notturne, conobbi e feci amicizia con i vari standisti e ogni tanto facevamo qualche gioioso scambio merce con soddisfazione da entrambe le parti. Ricordo sopra tutto un giovane antiquario che volle che ritraessi la sua fidanzata a mo' di principessa fantasy e mi ripagò con uno di quegli antichi porta fotografia che si usava portare al collo appesi ad una collanina, d'oro e con un piccolo rubino al centro, che ancora conservo tra i beni di famiglia. Tutte le sere poi, il pianista jazz improvvisava le sue buffonesche prese in giro di un certo Bushmann, altro antiquario, intonando i suoi "BushmannBlues" a tutto volume, e noi si sghignazzava radunati attorno ai boccali di birra gelata. Si vendette bene, si conobbe tanta gente e presi contatto con varie case editrici presenti alle quali, col tempo, fornii molte copertine per i loro libri. Anni intensi, quando l'Arte mi scorreva rapida ed irrefrenabile nelle vene, anni gioiosi, anni di gloria..



mercoledì 22 ottobre 2025

ALLA RICERCA DEL TEMPO PERDUTO : 27

 (31.01.2009)

A metà degli anni settanta, in una stagione di benessere economico generale, capitò a mio padre di conoscere la prima violinista del Teatro dell'Opera di Roma e di entrare con lei e la sua famiglia in amicizia. Questo ci diede la possibilità di ottenere una corsia preferenziale per uno dei rari ed ambitissimi posti di abbonamento alle prime poltrone della platea, cosa che notoriamente si tramanda in via generazionale e sono quindi estremamente difficili da trovare. Anche allora la cifra da pagare non era indifferente, nulla comunque in confronto ai prezzi odierni, del tutto inavvicinabili. Cominciai così, tutti i sabati pomeriggio, ad assistere alle rappresentazioni degli spettacoli in cartellone, entrando in un mondo sfavillante ed in un atmosfera ottocentesca; all'ingresso si potevano acquistare i programmi ed i libretti gialli editi dalla leggendaria Casa Ricordi con tutte le battute delle opere, ed era consuetudine seguirli con minuscole pilette semi celati dagli schienali delle poltrone. La Ricordi allora aveva vari negozi in città, a viale Giulio Cesare, a viale delle Milizie e alla stazione, che poi furono venduti a Maraldi e anni dopo acquisiti definitivamente dalla editrice Feltrinelli, che snaturò completamente il fasto antico e demodé dei negozi rendendoli certo moderni ma molto meno umani. Di solito prima della rappresentazione mi recavo a perder tempo nel foyer per concedermi un caffè guardando il bel mondo tirato a lucido per l'occasione, non che fossi da meno, con i miei completi scuri e le cravatte per le quali fin d'allora coltivai una sorta di mania feticistica, arrivando a possederne circa duecento di tutte le fogge, dalle più classiche regimental alle più ridanciane con Paperino o Brontolo, ottime per tenere alto il morale quando lavorai nei call center..Tre squilli annunciavano l'inizio della rappresentazione ed io attraversavo i tendaggi pesanti che dividevano il foyer dalla platea seguendo le mascherine fino alla mia poltrona in terza fila, un posto di corridoio centrale spettacolare per acustica e visibilità. Mi recavo a salutare la violinista nel golfo mistico scambiando con lei alcune facezie sui cantanti del momento poi mi predisponevo attento all'ascolto. Si faceva buio e l'orchestra attaccava i preludi, fino all'apertura del sipario, il momento magico che chiamavamo "l'alito del drago" perché l'atmosfera immobile e pesante della sala veniva improvvisamente scossa dallo spostarsi dell'aria e dal suo fruscìo: quanti allestimenti spettacolari, classicissimi, grandiosi, ho visto da allora. I direttori più celebrati, i cantanti migliori, le regie più attente alla tradizione! Vidi in quegli anni centinaia di opere, tutte le italiane godendomi le bizzarrie di Rossini, i toni crepuscolari del Puccini, la maestosità del Verdi e gli immortali capolavori di Wagner tra i quali la tetralogia dell'Oro del Reno anticipava i toni epici che ritrovai anni dopo nella lettura del Signore degli Anelli. Grazie alla cortesia della mia amica mi capitava a volte di intrufolarmi dietro le quinte e una sera ebbi la ventura di conoscere Montserrat Caballè, persona di grande dolcezza e amabilità che ritrovai, così tanti anni dopo, ad un recital al Teatro Ghione; quando passai da lei in camerino - incredibilmente - si ricordò di me e potemmo intavolare una breve discussione sullo stato generale del Teatro dell'Opera al tempo. Di quegli anni restano scolpite nella memoria le favolose scene di certe Aida, di certe Turandot e persino La Fanciulla del West con i cowboy a cavallo a rincorrersi realmente in una foresta perfettamente ricostruita. E che dire poi delle bizzarre sperimentazioni dei primi anni ottanta, quando la politica con le sue proteste già avvelenava sottilmente quel mondo ancorato alla sua peculiare antichità, sfornando assurdità del tipo "Aiuto, aiuto, arrivano i globolinks!", sorta di opera fantascientifica con alieni che scendevano tra il pubblico lasciando i melomani esterrefatti... Potente, infine, e sempre vivo è il ricordo dell'ultima apparizione sulle scene di Nureyev, con Il lago dei cigni, che vidi a Caracalla insieme a mia madre; all'ingresso dei diavoli travestiti da turisti giapponesi mi sventolarono sotto il naso un rotolo di biglietti da centomila per avere il biglietto e ammetto che fui lì lì per cedere alla vile pecunia ma tirai dritto, i posti erano esauriti da mesi, e mai me ne pentii. Nureyev poco tempo dopo ci lasciò segnando una ferita insanabile nel mondo dell'Opera e con amore malcelato conservo in un cassetto del cuore quei frammenti visivi dei suoi omaggi a Diaghilev e a Nijinsky...



ALLA RICERCA DEL TEMPO PERDUTO : 25

(26.01.2009)

 Gli anni Ottanta videro Roma protagonista di una formidabile kermesse, il Fantafestival, che tuttora prosegue annualmente in sale diverse, ma il gusto pionieristico dei primi anni si è definitivamente perduto. Ricordo le file incredibili per accaparrarsi un biglietto per le proiezioni che iniziavano dal primo pomeriggio sino a notte inoltrata in sale oramai scomparse, il cineclub Tevere di via degli Scipioni, una sorta di cripta per trecentocinquanta persone con le seggiole di legno, ex sala parrocchiale...il Planetario, che cambiava destinazione d'uso per la rassegna e ci vedeva stipati nella sala circolare armati di sedie d'ogni tipo...fino ai fasti del Capranichetta, con le sue colonne marmoree, gli stucchi e gli specchi d'epoca, due piani dove la gente si accalcava a fumare tra un tempo e l'altro sulle grandi scalinate - ora diventato una specie di resort per i politici dell'attiguo Quirinale e i loro convegni. Tra gli organizzatori spiccavano sempre Ravaglioli e Cozzi, che ci davano la possibilità di assistere a primizie internazionali, ma il vero divertimento per gli appassionati era la riscoperta dei film in bianco e nero degli anni cinquanta, quei deliziosi piccoli classici immortali come La Meteora Infernale, La Mantide Omicida, la serie di Quatermass, Radiazioni BX e cento altri. Ci si sbragava sulle poltroncine armati di ogni genere di conforto, dalle sigarette alle lattine, chi portava i panini, chi le macchine fotografiche, in un bailamme indecoroso e ridanciano e aspettavamo che partisse la consueta sigla registrata da Luigi Cozzi col suo vocione che annunciava "i marziani più verdi, i mostri più mostri.." e via così.  Una comunità di fans che rasentava la bolgia, quando secchiate di sangue solcavano gli schermi le urla e le risate  arrivavano al soffitto...Conservo ancora, con sottile piacere, i booklet e i programmi delle rassegne dell'epoca, chicche per cinefili con quotazioni da brivido e a volte riguardandoli torno a quegli spettacoli favolosi. Ricordo quando venne annunciata l'ultima proiezione mondiale di Tarantula, prima che la pellicola andasse al macero.. la fila fuori dal Planetario iniziò al mattino e al pomeriggio non c'era un biglietto neanche a pagarlo oro. Riuscii Dio sa come a sgattaiolare nella ressa e me lo vidi letteralmente steso in terra con la testa tra le scarpe dei primi spettatori, sotto lo schermo, pur di non perderlo. Che poi adesso , di notte, Tarantula ancora lo diano nei canali di Sky, bene, non vuol dire, volete mettere? Non c'è paragone! E quanti altri film che poi veramente andarono perduti, dei quali pochissimi conservano la memoria, come The Spawn From The Slythis col mostro uguale ad Alien, proiettato una sola volta durante una rassegna al cinema Clodio prima che lo stesso divenisse una sala di registrazione della Rai e poi alla fine una specie di supermercato cooperativo...O i meravigliosi "corti" di Saul Bass, il regista che ha realizzato moltissime sigle di testa per film come gli 007 e tanti altri. La rassegna continua ancora, anno dopo anno, credo sia arrivata alla 28° edizione, ma il mordente pionieristico e un po' cialtrone dei primi anni no, quello è fuori moda, ora è tutto laccato, preciso, algido. Ma le atmosfere ubriache e fumose dei cinema-bettoline , dei cine club, le cicche in terra, i bruscolini, e le apparizioni salutate dalle ovazioni dei fans in delirio di Cristopher Lee o di Vincent Price, quelle restano solitarie nel cuore di chi c'era. Fortunati noi..





martedì 21 ottobre 2025

ALLA RICERCA DEL TEMPO PERDUTO : 20

 (01.12.2008)

Una trentina d'anni fa, negli anni Settanta, anche noi giovani dell'epoca avevamo le nostre mode e i nostri oggetti di culto, che erano molto più importanti di quanto lo sono oggi. Intanto, perché adesso se qualcosa va di moda basta uscire e andarla a comprare, e questo la pone ad un livello di desiderabilità molto più basso. Non è forse la cosa irraggiungibile quella più desiderata?  Quindi ricordo con tanto  piacere i sacrifici che si facevano per ottenere quelle cose che ci sembravano così indispensabili per la logica dell'apparire...Con quanta gioia accoglievamo una minuscola radiolina a transistor che a fatica potevamo acquistare. Con che delizia ricevetti un paio di occhiali a goccia della Ray Ban, allora terribilmente in voga, che mio padre era riuscito a farsi portare dall'America da un aviatore dell'Alitalia al quale aveva fatto dei piaceri non indifferenti. Adesso li si trova persino sui banchetti all'angolo delle strade, ma all'epoca che bello poter girare con quelle magnifiche lenti, con che cura li piegavamo delicatamente per dargli un aria più vissuta e personale...E poi, lo spasso del girare tra i banchi di via Sannio alla ricerca dell'usato perfetto, i jeans Levi's, le camicie americane a quadretti con i bottoncini sul colletto stretto che si trovavano solo il mercoledì all'alba alle bancarelle del mercato del porto di Anzio e ti toccava partire nel buio per andarci.. e il giubbotto di raso e seta, bicolore, con le aquile e l'isola del Giappone ricamate a mano, e l'enorme tigre in campo rosa, che era stato di Ninetto Davoli nel film Uccellacci e Uccellini, di Pasolini, una reliquia per appassionati, che scovai per venticinquemila lire presso una cantina di abiti cinematografici usati dalle parti della stazione Termini.. come ci si atteggiava a mo' di rockabilly, in giro per la metropoli, con le basette lunghe, il ciuffo a banana, gli stivali alti sempre fuori dai jeans come James Dean...forse adesso sembreremmo ridicoli, giovani di un altra epoca, ma quanto si spopolava, ballando il rock sui tetti (robustissimi) delle vecchie Lancia con in bocca i sigaretti della Carino Ròssli austriaci, dolci e zuccherini, che importavo a pacchi al ritorno dai nostri vagabondaggi per l'Europa, hippy senza saper d'esserlo.. Buffe immagini di noi stessi, così fuori tempo, ma carichi di una formidabile gioia di vivere, senza tema del futuro, senza paura del domani, giovani, giovani per sempre. Bastavano un paio di Ray Ban, sì..



ALLA RICERCA DEL TEMPO PERDUTO :19

 (21.11.2008)

Oramai stabilizzatici a Roma, finita la sistemazione della casa, cominciammo a prendere possesso della città girando in lungo e in largo e visitando posti, pranzando fuori nelle trattorie e andando - raramente - al cinema. Ricordo la prima volta che con mio padre vi andammo, era il cinema teatro Adriano, una struttura enorme, con poltrone sontuose, quattro file di gallerie, il loggione superiore, colonne, capitelli dorati, velluti rossi e posti a balconcino come nei teatri di una volta. Dopo la Guerra vi facevano il Varietà, solo più tardi si era trasformato in cinema. Ricordo che entrammo a film iniziato, come si usava, visto che poi potevi goderti anche tre spettacoli di seguito, attraversammo il corridoio e per errore invece di entrare centralmente sbucammo da sotto un tendaggio proprio sotto l'angolo destro dello schermo, uno schermo talmente gigantesco che ancora non mi pare vero. Alzai gli occhi nel buio, e restai incollato al muro nel vedere avanzare un immenso sottomarino. Era un film di fantascienza, si trattava de LA CORTINA DI BAMBU' con Dan Dureya...piacevole, avventuroso, in grado certo di stimolare la fantasia di un bambino. Rimasi estasiato nel rendermi conto della sontuosità e della grandezza del cinema, una meraviglia che accomunai solo al Teatro dell'Opera dove iniziai ad andare molti anni dopo. Quel cinema rimase nel mio cuore, tra i tanti, e negli anni continuai ad andarvi anche perché i corridoi labirintici, i posti nascosti nei balconcini, permettevano a frotte di giovanotti di godere di mirabolanti avventure erotiche a poco prezzo, insaporite dal gusto malandrino del farlo in mezzo a centinaia di spettatori. Passava la maschera che con quattro soldi elargiva cornetti Algida, bomboniere al cioccolato e popcorn, ma noi, per risparmiare, ci dilettavamo nel comprare i bruscolini - i semetti di zucca tostati e salati - con un cartoccetto dei quali passavi il pomeriggio. Al cinema teatro Giulio Cesare invece vendevano anche i mostaccioli, le castagne lessate e seccate, da tenere in bocca ciucciandole fino a fare diventare morbide. Gustosi cibi di una volta, ora declassati ad alimento da vendere allo zoo per lo spasso delle scimmie...Ricordo anche il famoso cinema Castello, vicino a Castel Sant'Angelo, con le seggiole di legno ed il tetto che si apriva nell'intervallo per fare uscire il fumo delle sigarette...decadde a cinema porno, poi il Vaticano lo acquistò e ne fece una sala d'accoglienza per i pellegrini dove proiettano documentari su Roma antica. Lo potete ancora vedere nel vecchio film ROMA di Fellini, girato lì quando ancora era come una volta, ai tempi della Guerra. Ora sono diventati tutti delle multisale, e anche se la visione e il comfort sono indubitabili, a me mancano quelle visioni protratte per interi pomeriggi, reiterate, e quegli angoli bui dove imparammo a fare l'amore condendo i nostri gemiti con gli spari di Clint Eastwood , quei cinema dove furbescamente dichiaravamo di avere più di quattordici anni per vedere Quattro Mosche di Velluto Grigio...La modernità ci ha rubato il romanticismo, la passione, forse persino il senso stesso del vedere un film..



ALLA RICERCA DEL TEMPO PERDUTO : 17

(12.11.2008)

Primi anni 60, iniziavamo ad ambientarci a Roma dopo il viaggio da Bari. La casa ci sembrava così grande, ingresso, sala da pranzo, studio, due camere a letto cucina, stanzino, due bagni...un immensità rispetto all'appartamento piccolo da cui venivamo. Tutti quei marmi, il parquet...certo, dalla finestra vedevamo una collina dove stavano facendo degli scavi e tutto quel verde oggi è annichilito dai palazzi. Non pensavamo, all'epoca, che quella casa in periferia sarebbe finita al centro di una zona tra quelle definite "bene", nel corso degli anni. Ancora sentivamo gli uccelli fuori dalle finestre. Forse per riempire un po' la casa e darci un pizzico di felicità, mio padre si convinse a comprarci un cagnolino, che andammo una sera a scegliere a casa di una persona che aveva avuto da poco una cucciolata: ricordo il grande cesto con tutti i cagnetti minuscoli e borbottanti, la bella madre dal grande e premiato pedigree. Ne scegliemmo uno, così amabile e lo portammo da noi, circondandolo di affetto. Diventò il cocco della famiglia, un gioioso cocker spaniel dal colore biondo che chiamammo Chicco. Si alzava a cercare sui mobili qualsiasi ghiottoneria gli nascondessimo, con un suo fiuto tutto speciale. Io e mio fratello, eravamo ancora davvero molto piccoli, tornavamo dalla scuola con il loro pullman che ci consegnava vicino casa, e mia madre usava venire a prenderci portando Chicco al guinzaglio. Eravamo sempre stati degli abitudinari, ligi alla precisione, agli orari e questo purtroppo si rivelò un errore. Un giorno il pullman ci sbarcò vicino casa, alla strada parallela, e noi due ci mettemmo buoni ad aspettare che mia madre arrivasse ma il tempo passava ed io non la vedevo. Inquieti, pensammo che non ci sarebbe stato niente di male ad andare a casa credendo che l'avremmo incontrata per la via, spinti anche dall'aspettativa golosa e tutta infantile, delle paste che mia madre aveva promesso di prenderci. Mano nella mano ci incamminammo guardando le vetrine e giungemmo a casa dove ci accolse mio padre, sbalordito e preoccupato nel vederci da soli. A quel punto anche noi cominciammo a pensare di aver fatto qualcosa di brutto, di sbagliato e non sapevamo se metterci a piangere, ci rifugiammo in camera nostra e ci mettemmo quieti a giocare con i nostri balocchetti. Poco dopo suonarono alla porta ed entrò mia madre con la gamba tutta insanguinata: era andata in pasticceria ed uscendo ci aveva veduto attraversare la strada. Impaurita aveva cominciato a correre ma, il pacchetto in una mano, Chicco al guinzaglio nell'altra che la tirava, era inciampata e caduta in terra e pur di vedere cosa ci stesse succedendo, aveva continuato a correre col ginocchio tagliato, perdendo sangue. A lei rimase una cicatrice sulla gamba ed io non riuscii mai più a mangiare i cannoli alla panna che aveva portato. Ci sono riuscito solo quarant'anni dopo, quando le confidai quanto mi sentissi ancora in colpa per quell'episodio che invece lei, col suo amore di madre, aveva dimenticato.. 




ALLA RICERCA DEL TEMPO PERDUTO ; 16

 (05.11.2008)

Agli inizi degli anni 70, mio padre pensò che, dato che ero portato per le lingue, valesse la pena farmi approfondire lo studio dell'inglese con delle conversazioni e si mise in cerca di un tutore valido. Finì per conoscere una anziana signora russa che abitava nei vecchi palazzi della Clodia, che volentieri si prestò alla bisogna. Ricordo ancora con emozione quei momenti soffusi nel suo appartamento ridondante di ninnoli e carabattole, di oggetti preziosi e ammennicoli leziosi, tappeti folti e drappeggi di tende di velluto, quadri ovunque, la luce sempre attenuata attraversata dal dorato pulviscolo di antiche memorie. La contessa Orloff Denisoff era stata dama di compagnia della moglie dello tsar Nicola ed era scampata avventurosamente alle epurazioni di Ecaterineburg, con pochi suoi familiari, attraversando l'Europa con la obbligatoria sosta a Parigi per venire a finire i suoi anni a Roma.  Con gioia e raffinato umorismo intavolavamo lunghe chiacchierate in pura, forbita lingua inglese, leggendo il Bardo su antichi libri pesantemente rilegati. Sempre leziosamente curata nei suoi vestimenti tradizionali, gli alti capelli bianchi raccolti a crocchie, mi introdusse alla cerimonia del tè delle cinque, ancora così in voga all'epoca. Amava preparare in un suo samovar arabescato un aromatico tè Oolong dal sapore carico e dal colore oscuro, e talvolta quando riusciva a procurarselo persino il favoloso Lapsang Souchong, dal retrogusto di castagna, ambrato e rilucente. La contessa godeva nel farmi trovare appena sfornati i suoi celebri pasticcini, delle tartellette di sfoglia traboccanti di una certa crema alle bacche di vaniglia che facevano migrare la mia fantasia nei fastosi saloni carichi di stucchi della reggia ormai svanita . Trascorrevamo ore preziose a scambiarci idee e facezie, ed io assumevo ai suoi occhi azzurri l'immagine d'uno dei regali pargoli che aveva così amorosamente accudito in tempi che parevano divenuti preistorici. Ascoltavamo musica classica dal suo grammofono, all'epoca già da tempo ero abbonato al teatro dell'opera e avevo visto molte opere e sinfonie, ed un grande rimpianto che porto in me è d'aver perduto l'occasione di recarmi con lei a vedere il Boris Godunov, giacché stetti male e benché lei avesse già trovato i posti per entrambi. L'ora del crepuscolo, preferita da entrambi, ci avvolgeva così, preconitrice d'un declino imminente e d'una separazione che non sarebbe tardata. Di lei mi resta ancora, reliquia cara e tangibile, un rarissimo libro dell'ottocento, rilegato in pelle verde e oro, istoriata a mano su tutto il fronte, intitolato Twentyfour hours under the Commonwealth, sulla cui prima pagina desiderò vergare, con lo stilo d'argento donatole dallo tsar, una memorabile dedica in inglese arcaico: "A te, a cui debbo dire grazie".




lunedì 20 ottobre 2025

ALLA RICERCA DEL TEMPO PERDUTO : 14

 (31.10.2008)

A metà degli anni settanta, facevo lo sbarazzino in sella ad una Vespa 50 special rosso fuoco, quella col faro quadrato, che adesso va tanto di moda tra i collezionisti, e andavo a tutta birra per la città consumando le suole delle scarpe in curve da brivido rette solo col piede in fuori a lasciare il nero: ma sentivo ovviamente il richiamo di quel qualcosa in più che mi avrebbe consentito una maggiore libertà di movimento e sopra tutto l'andare in due con la ragazza di turno. Perciò mi misi di punta a romper l'anima a quel brav'uomo di mio padre che alla fine, fattisi i conti in tasca e visto anche quanto disponevo del mio, si presentò un giorno con una meravigliosa Gilera 98 regolarità grigia metallizzata, che aveva trovata usata da un negoziante di Porta Castello, il cui aiutante, un certo Peppinello, godeva fama di gran trescatore ed era dunque riuscito  spuntarla ad un prezzo ancora accessibile alle nostre devastate tasche. Ovviamente mi precipitai subito a customizzarla, cambiando il manubrio con uno a corna di bue, mettendo una marmitta Silentium che rombava come una Harley, mettendo il famoso "gas rapido" della Tommaselli, il porta targa in caucciù da cross, la sella ribassata da corsa. Ne venne fuori un ibrido da combattimeno sul quale vissi anni fantastici, addirittura scalando senza sella e in prima l'enorme scalea Vezio Mezzetti, quella altissima che porta all'hotel Hilton, con sotto tutta la banda a applaudire: Ebbi la bella idea di montarci il tubolare para gambe cromato e un giorno mi salvò la pelle, quando mi arrivò addosso sparata una berlina da dietro una curva, aveva invaso la mia corsia e piegò completamente il para gambe ma me la scampai senza graffi. Avevo per la mia moto una specie di affiatamento extrasensoriale, ci capivamo al volo, ci salivo e sapevo che quel giorno mi sarei ammazzato perciò scendevo e andavo a piedi o in macchina.  Girarci era una gioia, era frenesia, era la vera libertà: libertà di portarci la ragazza, persino - ma sì! - di farci l'amore sopra, libertà di sentire il vento in faccia (il casco non era così obbligatorio, anche se mi ero fatto un bel Nava integrale nero). Poi un giorno, a piazza Pio XI, arrivai ai semaforo rosso e mi affiancai ad un altro biker, ci guardammo e cominciammo a sgassare.. scattò il verde e partimmo  accoppiati e su una ruota sola...a parte il fatto che da sinistra, passando tranquillamente con il rosso, mi arrivò addosso una Mercedes che trascinò via la moto per cinquanta metri e mi fece imparare a volare. Atterrai sulla schiena e l'ultima cosa che vidi furono le ruote delle auto che passavano a dieci centimetri dalla mia faccia.  La moto non si fece nulla, era una vecchia bastarda tutta d'acciaio, si piegò soltanto il pedale poggia piede sinistro e si ruppe la luce posteriore; io ci guadagnai un trauma cranico e il giaccone in cuoio da motociclista di mio padre (lui da giovane girava col Saturno 500...) grattato qua e là. Per parecchio tempo restammo entrambi a riposarci in garage, motociclisticamente parlando, salvo riprendere la fiducia e le scorribande tempo dopo. Quest'anno, come ricorda chi lesse i miei post di qualche mese fa, l'ho dovuta lasciare definitivamente, ed è a lei che dedico il mio ricordo con questa che è l'unica foto che ne conservo, trent'anni e venti chili fa. Non eravamo male, vero?



ALLA RICERCA DEL TEMPO PERDUTO : 13

 (24.10.2008)

Verso la metà degli anni '70, in pieno liceo, capitava a volte di concedersi qualche fuga dalla scuola, magari in compagnia dell'innamorata di turno, per andare a fare lo struscio al centro, quasi sempre in via del Corso. Vi si affollavano i ragazzi che, mattinieri, avevano condiviso la bella pensata, tutti intenti ad esaminare con aria desiderosa le lussuose vetrine dalle inavvicinabili mercanzie, o a spettegolare l'un l'altro. I gruppetti sempre ben divisi, le femmine avanti  a far mostra di sé e i maschi intruppati dietro, a ridacchiare immaginando chissà quali prove di virilità che puntualmente restavano confinate nella sfera del sogno. Io amavo recarmi alla scalinata di Piazza di Spagna a prendere il sole e quando era il periodo della mostra delle azalee mi beavo dell'essere circondato dai vasconi onusti di piante rigogliose che emanavano l'inconfondibile sentore dell'estate in divenire. La colpevole gitarella fuor di scuola culminava , per me, quasi sempre in un preciso itinerario gastronomico, in via della Croce infatti c'era una panetteria che sfornava i formidabili Kranz austriaci, sorta di enorme pane dolce, dalla pasta gialla e ben lievitata, carico di armelline, pinoli, zibibbi passiti e canditi di cedro. Il tutto laccato di bagna al miele e granella di zucchero. Occhieggiavano tentatori dalle vetrine colme di Pretzel e salumi ed io non mancavo mai di mettermi in fila e comprarmi un Kranz intero, che di solito pesava sul mezzo chilo. Me lo nascondevo nella borsa di Tolfa sgangherata e mi trovavo un gradino soleggiato e pulito dal quale osservare il passeggio o, se ero in compagnia, incasinarmi in lunghe discussioni sui massimi sistemi o sulla possibilità di portarla al cinema per fare sesso...Ci voleva un po', ma il Kranz spariva tutto, e con quale gioiosa soddisfazione, nel mio stomaco goloso e lì giungeva quella blanda satollaggine, quella completa soddisfazione che ti rimetteva in pace col mondo. Il favoloso profumo dei Kranz è oramai fuori moda, raramente capita di trovarne, senza i canditi, ridotti a strana presa in giro di sé stessi, vaghi cornetti super cresciuti e incellophanati d'importazione. Persino la mostra delle azalee è diventata un soggetto a rischio, considerato che l'altr'anno sono riusciti a rubarsi i pesantissimi vasconi scendendo i gradini di Trinità dei Monti con un camioncino..



ALLA RICERCA DEL TEMPO PERDUTO : 12

(21,10,2008)

 Nei primi anni 60, arrivati allora allora a Roma, con tutto il futuro ancora da inventarci, trovavamo mille semplici modi per economizzare il possibile ricavandone quelle minime gioie che ci facevano sentire dei gran signori. Quando era domenica, ad esempio, ce ne andavamo a Porta Portese, allora ancora ammantata di quell'alone leggendario, la patria dei trovarobe, sorta di girone dantesco dove ogni minuscola cosa sembrava preziosissima e realmente si poteva trovare di tutto, dal banco delle noccioline tostate lì per lì, al venditore di porcellini d'India con le loro gabbiette, ai vestiti militari che i soldati andavano a vendere alla fine della naja, alle reliquie dei Santi trafugate nelle chiese, in quell'aria che controsole brillava di un inesauribile pulviscolo creato dallo struscio di mille piedi sul selciato, dalla polvere vetusta delle carabattole...Con papà andavamo a fare il "provvistone" che consisteva nell'andare al banco dei giornalini usati e con pochi soldi portarci via un bustone di Mandrake, Uomo Mascherato, i favolosi Flash Gordon a puntate e gli Albi della Rosa che erano i predecessori dell'attuale Topolino, grandi più del doppio di quelli odierni, tant'è che dalle copertine ritagliavamo le facce di Paperino, Pippo e gli altri, così grandi, che le avevamo attaccate sui muri della nostra camera a mo' di poster. Nonno a volte si concedeva l'acquisto di un 45 giri che suonavamo a casa nel mobile Grundig stereofonico che aveva e che ancora troneggia nel mio salotto, tirato a cera, per durare altri sessant'anni. E a volte, quando era in vena di facezie, osava comprare dei dichi di stornelli romaneschi che ascoltava a pranzo con i miei, ma solo dopo aver mandato via me e mio fratello non volendo, Dio lo benedica, turbare le nostre orecchie innocenti con le avventure scapestrate di Alimò e Taccitù, i due fratelli indù...Papà custodiva gelosamente il "provvistone" e ce ne centellinava il contenuto giorno per giorno, così da evitare che gli dessimo fondo subito e noi ci infilavamo nel lettone dei miei, belli comodi, a leggere e a sognare. Molti di quei giornali li ho conservati, altri col tempo li ho ritrovati. Ricordo ancora quando regalai, già almeno trentenne, a mio padre, una sontuosa edizione anastatica di Cino e Franco, che lui aveva sempre vagheggiato da piccolo ma che per la mancanza di soldi non si era mai potuto concedere. La faccia che fece, da non crederci. Valse tutta la spesa, non indifferente, e lo riportai indietro alla sua infanzia..




sabato 18 ottobre 2025

GLI SCAVI ARCHEOLOGICI DI LABARO 5

 (26,08,2008)

Questa foto risale al 13 agosto, e mostra lo stato relativo allo stupro del Parco di Vejo, come sia proseguita la totale copertura del basamento della villa romana trovata facendo gli scavi in via di Quarto Peperino. Ecco qua, tra poco crescerà l'erba, i passanti dimenticheranno, e un giorno arriveranno nuove ruspe a spazzare via tutto. Ma non è finita qui - avrò modo di farvi vedere cosa sta succedendo in via di Grottarossa dove nell'arco di dieci giorni hanno devastato la vallata che veniva usata per la transumanza e il pascolo delle greggi. Una volta tanto - cinicamente - dobbiamo ringraziare i Ricchi: infatti l'enorme polmone verde del Parco di Vejo sito nella zona Grottarossa/Labaro  è ormai diviso a metà pur essendo nato "intoccabile". metà la stanno devastando e metà resterà verde.. perché oramai è un campo di golf!


(03.09.2008)

Ci risiamo...eh sì, perchè ne avevano trovato un altro, un bel basamento di un altra villa romana ma che vi credevate? Mi son girato un attimo e tiè, guardate che capolavoro, che bella gettata di cemento pronta da ricprire di terra, farla scordare e poi rimuovere tutto con le ruspe come d'abitudine. Per i pochi che non hanno seguito, parlo ovviamente di via Quarto di Peperino nel Parco di Vejo, a Roma.



venerdì 17 ottobre 2025

GLI SCAVI ARCHEOLOGICI DI LABARO 4

 (09.08.2008)

prima di tutto una doverosa correzione, il tratto incriminato che vi ho mostrato sin ora è esattamente in via Quarto Peperino, che è il proseguimento di via J. Salk (ma avevano spostato il cartello e non era chiaro). Quel che non vi avevo detto è che sull'altro lato della strada c'era un altro ritrovamento, ancora più grande di questo, con tutta la forma della pavimentazione. Non l'avevo fotografato perché era transennato con la rete e quindi sembrava al sicuro; ieri c'era ancora tutto, oggi per poco non mi viene un infarto, guardate cosa sono riusciti a fare con le ruspe in mezza giornata.. Quindi adesso mi tocca tenervi aggiornati anche su questo ennesimo scempio. Mi sento come i Fratelli Alinari che han passato più di cento anni a fotografare tutto quel che succedeva a Roma e in Italia per farne il loro immenso archivio per i posteri..



GLI SCAVI ARCHEOLOGICI DI LABARO 3

 (04.08.2008)

in questa immagine di agosto del 2008 ricordiamo che fine hanno fatto i resti della antica villa romana trovata nel parco di Vejo dove dovevano fare gli scavi per costruire delle villette. Alla fine, asfalto e pista ciclabile, e alla faccia della Sopraintendenza. Ora è tutto ricoperto di erba e nessuno ricorda più cosa c'è lì sotto..


GLI SCAVI DI LABARO 2


 (08.07.2008)il post segue la precedente denuncia che mostrava il ritrovamento di antiche ville romane durante gli scavi per fare delle palazzine e come tutto fosse stato ricoperto per non fare intervenire la Sopraintendenza.

Vi ricordate il mio post in cui vi parlavo di come, durante il ponte di maggio, i ruderi del basamento della villa romana erano stati coperti di pozzolana "a protezione" a Labaro, da chi sta stuprando il Parco di Vejo con decine di villette? Bene, ecco come li hanno protetti, durante gli ultimi assolati e solitari fine settimana...Rimossi e scavati per benino, e vai con i megamarciapiedi. Godetevi il panorama, tra qualche mese non esisterà più, con buona pace di ambientalisti, storici e altri politici