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venerdì 26 dicembre 2025

GIOVANNA (un racconto gotico)

 (Prima pubblicazione 30.12.2012) © Crenabog 

Questo racconto è stato pubblicato nella antologia I VOLTI DEL MALE edizioni Porto Seguro


Era una gelida giornata di novembre, quando Giulio vide Giovanna per la prima volta. Non si aspettava certo, tra tutti quei volti, di incontrare un viso che lo avrebbe colpito tanto ma bastò un attimo. Quell'espressione delicata, sognante, quegli occhi grandi, abbassati dalla timidezza, quel velo candido che ne celava in parte le fattezze lo presero dentro e non riuscì più a liberarsi dal suo fascino. Eppure, due cose avrebbero dovuto sicuramente frenarlo, in questo suo impeto romantico, indubbiamente decadente; la prima, era che Giovanna aveva solo dodici anni. Cosa che, se poteva essere illegale, avrebbe anche potuto risolversi col tempo. L'altra invece non aveva alcuna possibilità di cambiare. Perché Giovanna era morta. Più di settant'anni prima. Giulio, infatti, aveva scorto il suo viso su una piccola lapide, alla quale facevano compagnia solo dei poveri fiori secchi e marciti da tempo, impolverata dall'incuria. La tragicità dell'insieme lo aveva colpito profondamente, aveva cercato di porvi rimedio pulendo, rassettando e offrendole dei fiori freschi ma l'abbandono che sembrava essere il destino della povera bambina pareva non conoscere fine. Da allora Giulio prese l'abitudine di recarsi a trovarla, recandole omaggio e chiacchierando con lei come se fosse presente. Non si rese minimamente conto di quanto la cosa potesse essere malsana, se non addirittura assurda anzi, cominciò a fare ricerche su di lei, finendo per passare le giornate negli archivi storici dei quotidiani cittadini, stancandosi gli occhi nello scorrere dei microfilm delle cronache locali e dei necrologi del periodo in cui Giovanna era morta. Inutile dire che non trovò mai nulla, neanche un accenno, niente che fosse così eclatante da meritare anche solo un trafiletto in ultima pagina. Accettò così Giovanna per quel che era, costruendo un vago castello di fantasie su di lei e lasciando che si installasse nel suo cuore, in quel posto che avrebbe dovuto essere occupato da un amore più reale, più tangibile e meno malsano. La bambina diventò un appuntamento quotidiano per Giulio: cominciò a pregare ogni momento libero affinché l'anima di lei risplendesse in cielo. Questo sicuramente fece del bene anche a Giulio, distraendolo dalla sua vita inutile, spesso attraversata da compagnie discutibili quando non proprio da galera, e costellata di occasioni perdute, di bivi intrapresi sbagliando direzione. Ma lo rese distratto, insofferente al mondo, chiuso in sé stesso e nelle sue fantasie crepuscolari. Si lasciò andare, dimagrì e la sua salute cominciò a perdere colpi; passava le giornate aspettando il crepuscolo, l'ora dilatata dal tempo che più lo avvicinava al sottile fremito del sentire Giovanna vicina a lui. Così finì per ammalarsi gravemente ma, invece di correre ai ripari come qualsiasi persona di senno avrebbe fatto, la sua monomania gli fece apparire l'avvicinarsi della fine non come un pericolo ma come il romantico avvicinarsi di un appuntamento galante. Le sue fantasie sfociarono persino in un tetro erotismo mortifero e certamente se qualcuno dei pochi conoscenti che ancora gli erano vicini fosse venuto a saperlo lo avrebbe pesantemente redarguito. Giunse l'ultima notte dell'anno, a due anni di distanza da quella bizzarra giornata che li aveva visti incontrarsi: Giulio era a letto, il pallore della sua pelle sembrava succhiare - in un estremo tentativo di nutrirsi - i colori lampeggianti delle esplosioni dei fuochi d'artificio che guizzavano nel cielo buio. Fu allora che qualcosa si smosse nel suo animo, trascinato in superficie da chi sa quali ricordi di una lontana giovinezza, della sua stessa infanzia, quei frammenti dimenticati di felicità familiare, quelle ombre liete che aveva barattato con un cammino sterile. Lacrime scesero sulle sue guance incavate e ispide di barba: balbettando, chiese perdono per tutto, per chi aveva abbandonato, per chi non aveva seguito, per tutto quel che non aveva fatto. Per sé stesso, anche, in un ultimo barlume di coscienza, chiese scusa a Dio. Ma non c'era Dio quella sera, al suo fianco. C'era invece qualcosa, un vago rischiararsi in fondo alla camera oscura, qualcosa che si avvicinava sempre più. Qualcosa che riuscì a fargli correre un brivido di gelo lungo la schiena. La bambina, o quel che era, allungò una mano diafana verso di lui e disse:

" Eccomi. Mi hai così tanto amato che ho finito per amarti anche io. Mi sembra di averti atteso per una eternità, ma ora non ci lasceremo più."

" Giovanna! - rantolò Giulio, sconvolto. - Sei venuta per portarmi in cielo con te? "

" Cosa ti ha fatto pensare che io stessi in cielo, amore mio? " - sibilò Giovanna, sdraiandosi su di lui, in un abbraccio gelido.

Le urla di Giulio si persero nel frastuono della città ignara.

***

Commenti scelti dei lettori dell'epoca : 

unpensieroxte : Ma è veramente bello questo racconto ! lo hai scritto tu ? a parte i vocaboli usati con grande intuizione e genialità il racconto seppur breve ti appiccica alla lettura. Grande elogio.

Un abbraccio Marco sei forte . Paolo

astro42 : La storia avvince fino alla fine. E' senz'altro il virtuale di quando non c'erano i computer

Ciò che avviene l'ha fatto ravvedere di tutti gli errori, la morte non più vista come incubo,ma non ha avuto la spinta a migliorare i rapporti con le persone e la vita terrena....Inconsciamente aveva il desiderio di unirsi a lei....

Capita anche realmente di desiderare di unirsi alla persona amata che è volata via.

Cicala.SRsiciliana : La storia è bellissima, avvincente, particolare, anche se un pò lugubre. Mi è sembrato di vivere un amore virtuale, in fondo Giulio si era innamorato di un'immagine. Quello che non ho capito, è chi era alla fine Giovanna, visto che non avrebbe portato in cielo Giulio. Mi manca la comprensione di quest'ultimo pezzettino di storia. Però è così bella che l'ho stampata. Un abbraccio, Rita.

Antelao : ammazate oh, Crena. Hai fatto correre un brivido anche lungo la mia, di schiena. Brrrr. E che cavolo! Ero tutto preso dal racconto, mi aspettavo la manina di Giovanna che prendeva quella di Giulio, che lo portava con se, in cielo...o all´ inferno, anche; ma brrrrrr. Sei un maestro quando scrivi queste storie. Ma te la sei sognata?

albaincontro : Il "noir" cattura sempre e il finale, solo vagamente intuibile, è inquietante. Pericoloso perdersi in fantasie surreali,anche se la fuga dalla realtà oggi sembra appetibile per lo squallore del presente.

Un abbraccio affettuoso e mille auguri di giorni felici.Alba

gattamannara : Davvero angosciante, sento ancora i brividi lungo la schiena, e quella mano gelida che mi ha stretto il cuore...

Alfred Hitchcock mi è sembrato un dilettante!

AquilaBianca.tp : Ciao Marco.

Sono rimasto senza parole anch'io. Non conosco questo genere di testi, però è stato molto coinvolgente.... sicuro di volerti occupare solo di fumetti?

Secondo me hai molto talento e tanta gente sarebbe interessata a leggere i tuoi testi.


IL PREZZO (un racconto horror)

 (Prima pubblicazione 14.09.2012) © Crenabog 

Questo racconto è stato pubblicato nell'antologia I VOLTI DEL MALE edizioni Porto Seguro


" E dai, mamma, ma tutti gli altri vanno con il pullman, perchè devo sempre andarci con voi..."

" Senti, te l'ho detto tante volte, così stiamo più tranquilli..."

" Ma poi mi prendono in giro, sto in seconda adesso, me ne dicono di tutti i colori."

" Senti, facciamo così, che non ne posso più. Ora telefono a tuo padre che viene a prenderti all'uscita dell'autobus: o così o niente."

" Va beeeene..."


Ci sono riuscito! Finalmente. Posso andare a scuola come tutti gli altri. E poi c'è papà che comunque viene lì. Così poi si abitua e poi ci vado per conto mio. Che non ne posso più di farmi prendere in giro. E pure Erik ieri mi ha preso a calci lo zaino. E loro vanno tutti da soli... Ecco l'autobus, bacio a mamma, ci ho tutto? Sì, salgo. Ecco. Non ci sta da sedersi? No, e figurati. Mi devo attaccare però, se no casco. Quanta gente. E che cavolo, co'ste borse della spesa, questa non si può spostare? Quanto traballa. Ma non sale nessuno degli altri bambini? Avranno preso un pullman diverso? E' troppo presto? Che puzza. Ahia! E state attenti. Sono io che sono piccolo o sono tutti troppo alti? Non vedo altro che cinture e gambe. Scende qualcuno? Ci fosse un posto, quanto pesa 'sto zaino. Mi fa male la schiena. Avrò messo tutti i libri? Se prendo un'altra nota chi lo sente il babbo. Va a finire che non mi fa più andare a giocare da Irene. E il piccolo Daniele poi, come faccio a giocarci? Devo portargli i miei libri di quando ero piccolo, ha detto papà, tanto che io non li uso più. A lui piacciono. Però mi dispiace lasciare le mie cose di quando ero ancora bambino, tutti i miei giocattoli e i libri. Quanta gente, mi manca l'aria. Forse facevo meglio a farmi portare con la macchina da papà. Perché si strusciano tutti, che puzza. Sembrano tutti vecchi. Guarda questo quanto è sporco. Sarà uno zingaro? Non è che mi aprono lo zaino da dietro? Se mi rubano i panini che mangio a scuola? Ma quando si arriva? Sono stanco che pesa tutto 'sto coso... Perché mi toccano? Chi è che mi tocca dietro? Aoh. Che vuole questo? Quanto è brutto, guarda che faccia. Che vuole? Mi sposto, ma è tutto pieno, senti che alito che ha questa. Puzza di roba vecchia. A quello ci ha la bava che cola. Schifo! Eheh, guarda questo, ma che roba, ha tutti i calzoni che sembrano bagnati, se la sarà fatta sotto? Ma non entra nessun bambino? E i miei compagni quando arrivano? Quanto ci mette ad arrivare al capolinea. Quanto sarà passato? Non mi sono portato l'orologio da tasca che mi ha preso papà. Lo scordo sempre sul tavolino, poi ci credo che si arrabbia se non arrivo in tempo. Devo metterlo in tasca stasera. Chi è che mi tocca la testa? Come "Che bel bambino" ma chi sei, aoh. E levati. Non mi toccare. Mamma ha detto di non parlare con nessuno. E che devo andare dal guidatore se succede qualcosa. Come ci arrivo? Non riesco a muovermi. Tutto questo puzzo, guarda che mani che ha quello, tutte rugose. Questa signora è così grassa, suda come...un maiale, ahah. Eh, va be', non si dicono queste cose. Ma che porcheria. Perché continuano a guardarmi? Con quelle facce, poi. Non avete mai visto un bambino? Quanto è passato? L'ultima fermata non arriva mai? Sembra più buio. Starà per piovere? Mi bagnerò i piedi, non ho gli stivali rossi di gomma, ho messo quelle da ginnastica. No, non ci sono nuvole. Però è più buio. Ma che ora è, devo andare a scuola. Tossisce, quello lì. Guarda, sputacchia saliva. Bheee, che schifezza. Mi devo pulire, zozzo, ma in faccia a me dovevi sputacchiare? Lurido. Non mi reggo bene, mi tremano le gambe, sarà che sono stanco. Dovevo andare in macchina. Domani glielo dico, non ci voglio stare da solo sul pullman. Mi manca, papà. Mi bacia sempre in fronte e mi fa il segno della croce. Gli altri non hanno un papà così. Accidenti a me. Mi lacrima un occhio. Sembro quella vecchia lì seduta, se si togliesse potrei sedermi, sgocciola tutta, sarà raffreddata? Me lo attaccherà? Chi è che mi si struscia dietro. A luridi! Che vogliono? Perché questo ha messo la mano sulla mia? Ha tutte le unghie nere e mangiate. Voglio una caramella, in che tasca l'ho messa? Oh ecco dove stava il puffo con la palla da bowling. Questo a Filippo piace, dice che me lo scambia con una HotWheel, bene, una per la mia collezione, che così ne ho davvero tante. Magari se andiamo al mercato sabato papà me ne compra una... Mi manca l'aria. Non ce la faccio più a stare qua dentro. Ma che hanno le mie mani? No. Ma come. Che sono tutte queste cose, quelle macchie. Quelle grinze? Che è successo? Mi sono sporcato? Mi fanno male i denti. Devo soffiarmi il naso, non scende mai nessuno? Sta colando. Mi viene da tossire. Se ne accorgeranno se sputo per terra? Che è questa porcheria? Catarro? Così? Ah! Mi fa male la testa...


E' così buio adesso fuori. Staremo per arrivare? Il pullman sta frenando, sembra che vogliano scendere. Finalmente. Papà sarà già arrivato? Ma che ora è? Devo scendere anche io visto che ha spento il motore...


" Avete visto un bambino? Scusi, autista, non c'era un bambino sul pullman? Non lo ha visto? Signora, ha visto un bambino? E' l'ultimo, questo autobus? Nessuno ha visto un bambino? "


Ma non è papà, quello lì? Papà! Eccomi! Ah, ce l'ho fatta ad arrivare, finalmente. Papà...


" Signore, mi scusi, vedo che non c'è nessun altro sull'autobus, mi dia la mano che l'aiuto a scendere, venga, non ha visto un bambino, aveva una maglia gialla e lo zaino rosso e nero. Non ci ha fatto caso? Oddìo, dove è andato, dove sarà sceso, oh santo iddio, nessuno lo ha visto? "


Papà... ma... che è successo?

***

Commenti scelti dei lettori dell'epoca :

serenella21 : il bambino ha pagato un prezzo troppo alto x aver desiderato salire su quell'autobus

..cioe ke rappresenta la vita  bella metafore marco  ma triste racconto sempre impareggiabile nei tuoi racconti

venuste : beh..... ho un nodo in gola e gli occhi pieni di lacrime quando leggo di un papa' che parla di suo figlio.... il suo amatissimo figlio..

questi sono i papa' quelli che proteggono di figli e che la testa va a mille pensando al loro futuro... specie poi in questi tempo moderni.. ma poi penso che di tempi buoni non ce ne sono mai stati...E si.. mi ricorda una delle tue meravigliose fiabe..La voglia di crescere appartiene a tutti noi.... ed il tempo passa cosi veloce dopo i 10 anni..... che poi ci si ritrova sposati e con figli.. e ti manca tanto

quell'abbraccio dei genitori.... ogni giorno di piu'... ogni anno che ci invecchia.. lo vorremmo di piu'... cosa?????? essere bambini mano nella mano con loro....e bravo Marco..... ed il tuo ritorno alla grande

albaincontro  : Incredibile, una metamorfosi in brevissimo tempo. Un viaggio angosciante  sei riuscito a coinvolgermi nell'ansia del protagonista.

Aljsja : Bellissimo! Confesso che nn ho capito subito, mi son chiesta come mai il bambino vede il padre mentre il padre nn lo vede...curiosità esaudita leggendo i tuoi commenti...èh si c'è proprio tutto! Questo nostro viaggio che è la vita insieme a ciò che nn ci piace (le difficoltà da affrontare) le dolcezze (una caramella a portata di mano) e nonostante la crescita, la trasformazione esterna, resta in noi il bambino che eravamo.

malenaRM : Ai confini della e nello stesso tempo immerso nella realtà, con l'inquietante aggiunta della vecchiaia virale. Bellissimo racconto, crena.

forteapache : Un racconto forte, che rivela come forse nessun altro dei tuoi che ho letto la tua predisposizione letteraria orientata all'horror, non solo alla favola. I questo caso però io credo abbia giocato un ruolo fondamentale l'essere poliziotto, una certa deformazione professionale. Un semplice impiegato non avrebbe avuto i tuoi stessi preziosissimi suggerimenti. Non voglio poi neanche immaginare cosa avrebbe pensato il bambino se fosse stata una bambina. Ma chissà che tu prima o poi non ce lo faccia sapere, regalandoci ancora una lettura originale e interessante come questa.



mercoledì 24 dicembre 2025

THE CABIN IN THE WOODS ( Quella casa nel bosco. Recensione)

 (Prima pubblicazione 25.05.2012) © Crenabog 


QUELLA CASA NEL BOSCO (The Cabin in the Woods) è un film horror che vede coinvolta la Metro Goldwyn Mayer e la United Artists in uno sforzo produttivo durato anni: doveva infatti uscire già nel 2010 ma varie vicissitudini hanno finalmente portato la Lions Gate a distribuirlo adesso, in 3D. Il film è diretto da Drew Goddard. In questi anni di film horror se ne sono visti a ripetizione ed è diventato oggettivamente difficile riuscire a vedere qualcosa di innovativo e originale, se si fa eccezione per la saga di SAW e per quella di FINAL DESTINATION. La pecca, in certi film, a parte gli effetti speciali, è quasi sempre la storia, di solito già vista e ripetitiva. Fortunatamente, con QUELLA CASA NEL BOSCO ci inoltriamo invece in un curioso meta-cinema che va ben oltre quel che si vede. Questo film infatti abbonda di citazioni cinefile, da SHINING a THE CUBE, forse persino a GANTZ; un gruppo di giovani affitta una villetta isolata tra le montagne e dovrà affrontare orrori di ogni genere, inconsapevoli dell'enorme macchinazione che c'è dietro. E questa è la parte più intrigante, perché il tema del sacrificio umano offerto per placare l'ira dei Grandi Dei Antichi, benché già abusato in film new age come THE WICKED MAN, rimodellato tramite la fiction, la visione in diretta e il controllo da parte di un enorme staff di addetti ai lavori, collegato ad altri sacrifici in contemporanea in altre parti del mondo, va a discendere direttamente dalle tematiche portate alla fama letteraria dal "Solitario di Providence", quell' Howard P. Lovecraft che ha inciso con le sue saghe horror i nostri incubi da metà del novecento ai giorni nostri. Lovecraft aveva creato una sua cosmogonia, svelando l'esistenza degli Antichi, gli dei primordiali tuttora abitanti un universo parallelo e perennemente alla ricerca di un varco per tornare e distruggere tutto. Li avevamo già visti all'opera in IL SEME DELLA FOLLIA e in HELLBOY parte prima, in DAGON, e Brian Yuzna ne aveva cantato le gesta nei suoi film.Esiste anche un mondo cinematografico parallelo, poco conosciuto alle masse, dove un gruppo di agguerriti fans di HPL sta da anni portando sugli schermi le trasposizioni dei suoi molteplici racconti, sovente in film muti e splendidamente orchestrati, girati in bianco e nero, magnificamente retrò. In THE CABIN IN THE WOODS troviamo richiami, cinicamente beffardi, persino ai film di fantasmi orientali, così di moda da qualche anno, laddove vediamo la disperazione degli addetti ai lavori nell'assistere alla sconfitta del fantasma giapponese da parte di un gruppetto di bambine della scuola elementare, piccole ma già perfettamente a loro agio nel ricorrere a buffi contro incantesimi. Gli attori sono ben calati nelle loro parti, che se a prima vista appaiono scontate, nella realtà vanno comprese perché sono essi stessi dei clichè, dei "luoghi comuni", dei "tipi" allineati a quanto richiesto dalle ancestrali modalità dei sacrifici umani. Quando il regista dietro gli schermi comincia a parlare di "tritoni" capiamo subito che non ci stiamo muovendo nel classico campo dell'horror ma stiamo sconfinando nel fantasy e tutto assume una luce diversa. Il disastro finale è da incubo, le mostruosità liberate svolgono il loro sporco lavoro e cominciamo a ricordare i "Magri Notturni" cantati da HPL e a sentire il flauto suonato da Azatoth, il dio cieco e folle, nelle profondità dello spazio. E' l'ora della venuta di Shub Niggurath, il Nero Capro dai Mille Cuccioli, di Nyarlathothep che da millenni vaga tra le sabbie. Persino Cthulhu sta per risvegliarsi dalle profondità della perduta R'lyeh. Inappuntabile il finale alla Cloverfield. Un film imperdibile per chiunque abbia mai letto anche uno solo dei racconti di Lovecraft e comunque un valido horror, ben scritto e solidamente diretto.


martedì 23 dicembre 2025

MOMO (una leggenda metropolitana)

 (Prima pubblicazione 06.03.2019) © Crenabog 


Che le vaste praterie del web fossero in realtà un campo minato dovrebbero essersene accorti anche i sassi, quello che stupisce - o forse non poi troppo data la velocità con la quale il pubblico assorbe qualsiasi cosa vi trova - è la facilità con cui ad ondate cicliche si avventano sui cervelli per lo più giovani nuovi miti e leggende metropolitane. MOMO è a buon diritto una di queste, la meno nota ancora in Italia, ma una delle più pericolose, che nell'arco di meno di quattro anni ha seguito tutta la naturale evoluzione, decadenza e trasformazione propria di una reale specie vivente. Nel 2016 l'artista giapponese Aisawa (Keisuke Aiso) realizzò una scultura a forma di arpia ma platealmente derivata dalla protagonista della serie horror cinematografica "The Ring" e la espose presso la Vanilla Gallery di Tokio, fin qui nulla di particolare visto che Aisawa lavora per l'industria degli effetti speciali cinematografici, se non che a metà del 2016 una sua foto apparve su Instagram per opera del nick nanaakooo, Ora, sappiamo tutti che Instagram è l'ultima frontiera del web, alla quale stanno accedendo tutti i transfughi delusi dalle piattaforme di blog, ed è il terreno più fertile - trattando unicamente di immagini - per la creazione e diffusione dei famigerati meme. I meme, è bene ricordarlo, sono le prese in giro, le messe in ridicolo di qualsiasi cosa vada di moda, dai personaggi pubblici, agli spettacoli, a foto di persone con qualche difetto o atteggiamento bizzarro rubate nei vari profili. Spesso e volentieri appaiono meme bellissimi, con battute intelligenti e argute, altre volte si scade nel trash o nell'incomprensibile - per chi non sia un giovane meno che diciottenne dotato di linguaggio e mentalità appartenente a subculture loro proprie, che riderebbero di qualsiasi assurdità che a noi poveri vecchi risulta inintelligibile. MOMO, come è stata denominata la figura mostruosa della foto, ha subito spopolato e si è procurata un altissimo seguito di creatori di meme ma ai primi del 2018, in Spagna, avviene la prima trasformazione di MOMO che da fotografia più o meno inquietante va a confluire nell'immaginario relativo al ciclo di "The Ring" e muta in leggenda metropolitana, diffondendosi la voce su tutti i social che un particolare numero stesse chiamando gli utenti di Whatsapp facendo comparire la foto di MOMO e lanciando maledizioni. Come se ci fosse stata una chiamata alle armi, immediatamente tutti cominciarono a inviarsi messaggi finti a nome di MOMO imbastendo una clamorosa catena di Sant'Antonio e la iniziale scherzosità della cosa poteva anche passare se non fosse che in questa corrente era finito per spuntare qualcosa di veramente pericoloso. Si scoprì, a metà del 2018, in Argentina che il suicidio di un minorenne era legato ad un video da lui realizzato dove si uccideva per partecipare alla MOMO CHALLENGE, epigono della tristemente famosa BLUE WHALE CHALLENGE che sta ancora mietendo vittime, una specie di ring del quale non si intravvedono i limiti nel quale si muovono sobillatori che cinicamente spingono a suicidarsi ragazzini già tormentati da questo tarlo ed in cerca di una giustificazione che possa glorificarne la fine portandola all'attenzione dei media. All'inizio del 2019 dalla Scozia hanno cominciato a pervenire notizie che hackers avevano inserito messaggi e immagini relativi alla MOMO CHALLENGE in programmi per bambini come Peppa Pig e giochi on line come Fortnite, entrambi dal vastissimo seguito. Dopo che video relativi alla situazione MOMO erano apparsi su Youtube destando allarme, i responsabili di Youtube negarono ogni addebito e responsabilità dicendo di non aver trovato niente di censurabile, ma sappiamo bene tutti come questi confini morali e censorii siano estremamente discutibili, se è vero ad esempio che su Instagram non accettano segnalazioni in merito a, e quindi si può, oltraggiare una religione ma non mostrare un capezzolo di un quadro di Michelangelo, o pubblicare foto in atteggiamento osceno di minori ad uso dei criptopedofili purché non sia visibile alcun organo genitale. Mentre tutto questo caos mediatico sembrava fuori controllo, Aisawa pochi giorni fa, sentendosi responsabile in parte della situazione MOMO ha pubblicamente dichiarato che la statua è stata distrutta e ha rassicurato tutti i bambini che l'essere mostruoso non potrà più minacciarli in alcun modo: e per un qualche strano rigurgito di coscienza a livello internazionale gli utenti di internet hanno iniziato a girare il timone per contrastare il fenomeno, usando Photoshop e Instagram e veicolando via Whatsapp centinaia di meme di MOMO, sempre più ridicoli e comici, ma anche dedicati al pubblico femminile di giovane età, usando la mostruosa MOMO imbellita a dimostrare che si può essere belle anche con dei difetti. e tutta questa controrivoluzione, francamente inaspettata visti i tempi, non potrà che fare del bene nel tentativo di riparare i disastri che MOMO ha prodotto fino ad oggi. Sulla piattaforma Instagram italiana corre intanto l' hashtag MOMO CHALLANGE (non CHALLENGE) dove quasi duecentomila igers hanno riversato le loro idee e i loro fotomontaggi.


lunedì 22 dicembre 2025

IL CANE (un racconto Horror)

 (Prima pubblicazione 05.08.2011) © Crenabog 

Racconto comparso nell' antologia I VOLTI DEL MALE ed. Porto Seguro 


No. Non lo avevo mai visto prima, quando aprì la porta del bar. Ricordo che si guardò intorno come a sincerarsi d'essere nel posto giusto poi venne verso di me e si sedette. - Un cognac, per favore - chiese e naturalmente lo servii. Non gli rivolsi la parola, neanche lo conoscevo, di solito sono loro che si rivolgono a me, quando la notte è fonda e han bevuto abbastanza per farlo. Ne chiese un altro, mi accorsi che aveva la mano che tremava e pensai che doveva avere qualche problema. Rovesciò qualche goccia sul legno lucido e farfugliò delle scuse, tentò di pulire con i fazzoletti di carta. Lo aiutai con lo straccio. Alzò verso di me gli occhi e brillavano di lacrime. Chiese ancora di bere e lo servii con pazienza. Sapevo che avrebbe finito per aprirsi e non intendevo fargli fretta, qualsiasi cosa avesse. Era una notte fredda, lo ricordo bene, i vetri del locale erano tutti annebbiati e i fari delle auto che passavano li rendevano a tratti giallognoli poi tornava subito la penombra del bar. Passò...che so... forse un ora o due, la bottiglia era vuota a metà quando improvvisamente abbassò le spalle, come se tutto il peso del mondo gli fosse caduto addosso e non avesse avuto più la forza per sostenerlo. Iniziò a parlare in maniera sommessa, forse più a sé stesso che a me:- Ci credi se ti dico che a noi i cani sono sempre piaciuti? Ho sempre voluto bene ai cani. Anche mio figlio era contento quando poteva accarezzarne uno. Figurati se gli avremmo mai fatto male. Di proposito, poi. Ma quando mai. No. Nessuno voleva fare male al cane. Accidenti a lui, era lì in mezzo alla strada quando facemmo la curva e ho cercato, sì, certo che ho cercato di frenare, non volevo fargli male. Ma gli ho sbattuto addosso, volò via, corremmo tutti fuori e andammo a vedere cosa era successo. Mia moglie era terrorizzata, il bambino si era nascosto dietro di lei. Mi avvicinai a quel cane lupo e pensai che era così grosso, così grossi non ne avevo mai visti. Non si muoveva più. Lo alzai a fatica e lo caricai nel cofano, poi corremmo da un veterinario. Ce ne stava uno che avevo visto andando al lavoro. Lo portai lì, disse che era grave ma che avrebbe fatto il possibile. Gli lasciai dei soldi e il numero del telefono così il giorno dopo mi chiamò per sapere cosa doveva farci. Col cane. Io, noi, avevamo pensato di tenerlo, ci dispiaceva tanto e se non era di nessuno... quando andai disse che non aveva tatuaggi così decidemmo di portarlo a casa. Gli avevamo preparato un posto comodo, gli facevamo da mangiare...sembrava che si riprendesse bene. Ma certe sere, mentre eravamo seduti a vedere la televisione mi giravo e me lo trovavo col muso vicino alla testa, a fissarmi. E non era amore quello che gli vedevo negli occhi. Sembrava in attesa. E, lo sai, dammi dell'altro cognac, era sì in attesa, quel maledetto. Aspettava il momento giusto. Dieci giorni fa siamo usciti, io e mio figlio, l'ho portato a scuola; mia moglie era uscita a portare fuori il cane e mi hanno detto che è caduta dalle scale. Non è caduta dalle scale. Quel maledetto l'ha tirata. E lei si è spaccata la testa...erano vent'anni che eravamo sposati. Avevamo ancora tutta la vita davanti. Quando l'abbiamo seppellita non sapevamo più cosa dire, mio figlio non faceva che piangere. Quando siamo tornati a casa era lì, seduto nel salotto, scodinzolava. Sembrava che ridesse. Così, il giorno dopo, appena ho lasciato il bambino a scuola, l'ho preso e l'ho portato al canile municipale e l'ho lasciato lì, ho detto di averlo trovato in strada e che non sapevo di chi fosse. E che per quel che me ne importava potevano anche gassarlo. Anzi. E me ne sono andato. Due giorni dopo mi telefona la scuola per dire che mio figlio non si trovava, sono corso subito, non c'era da nessuna parte. Abbiamo chiamato la polizia, abbiamo cercato dovunque. Mi hanno accompagnato a casa, sudavo freddo, non capivo più niente. E quando sono entrato il cane era lì. In salotto. Mi guardava. E aveva il muso coperto di sangue. Devo aver perso la testa perché ricordo che presi un martello, lo inseguii e lo massacrai a martellate. Guarda. Mi ha strappato la pelle dalle mani e dalle braccia ma alla fine era ridotto a un mucchio di ossa. Ho aspettato che si facesse buio, l'ho messo in un sacco e l'ho gettato nel fiume. Mio figlio non lo hanno più trovato. - Avevo la pelle d'oca e non sapevo cosa rispondere, mentre lui continuava a bere, un bicchiere dopo l'altro. - Ma non credere che sia finita. Eh no, magari fosse così facile. Quella carogna è morto, e speravo stesse a bruciare all'inferno. Ma stamattina, quando sono uscito, era in strada, guardava la casa dall'altra parte della strada, se ne stava lì. Fermo. E la sai la cosa assurda? No, non sono pazzo, il sole era alto e l'ho guardato bene. Non aveva ombra. Quando si è alzato e ha cominciato a seguire la macchina l'ho visto bene. Non c'era l'ombra. E quindi, amico mio, sì, lasciami qui la bottiglia... sai cosa farò adesso? Andrò a trovare mio figlio. - Alzò la bottiglia e bevve quel che era rimasto, mi lasciò sul bancone il portafoglio - Questo non mi serve, dove vado, - disse e si alzò barcollando per uscire. Girai il bancone col portafoglio in mano per ridarglielo, glielo misi in tasca e lo accompagnai alla porta. La aprii, non c'era nessuno in giro a quell'ora, solo la luce giallastra dei lampioni che gettava ombre vaghe sull'asfalto. Mi volle dare la mano, curioso, eh? come si comporta la gente a volte, e si allontanò sulle gambe malferme. Non fece in tempo ad attraversare che sentii un ululato, poi un altro e un altro, e ringhi da ogni parte della strada. Ma non c'era nulla, non vedevo niente. Cadde a terra, si agitava, urlava come un pazzo: tornai dentro a prendere un bastone, chiamai gli altri che stavano a bere e uscimmo di corsa ma quando lo raggiungemmo era a brandelli in un lago di sangue. La polizia ha pensato che fossimo tutti ubriachi e che una macchina lo avesse investito. Io invece lo so quel che è successo. Quel bastardo si è portato su tutto il branco da là sotto. Perciò ora me ne andrò a casa, ma prima per favore, dammi un altro bicchiere di whiskey , anzi dammi la bottiglia, eccoti i soldi. Il bar l'ho lasciato chiuso. Come perché... perché quando tornammo dentro vidi la porta che si apriva e si richiudeva. E in terra delle impronte insanguinate. E se pensi che voglia tornare là dentro, allora sei più ubriaco di me...

Commenti scelti dei lettori dell'epoca : 

cicalasiciliana.SR : Mi sono accorta che hai scritto di getto da un'impercettibile sfumatura, ma per questo è il più bello in assoluto, sempre per me, perchè ti sei lasciato andare senza il cavillo di fermarti per rivederlo. Eravamo in due a leggerlo, la mia amica che mi sta ospitando ed io. Ci dovevi vedere, sedute sulla stessa sedia ci spintonavamo per farci spazio al PC. La mia amica, che non ti conosce, non voleva credermi quando le ho detto che era frutto della tua mente, poi mi ha creduto perchè sa che non mento. E' troppo bello per non piacere

SOGNANDO59 : dal titolo mi aspettavo qualcosa di diverso! Mi hai lasciato senza parole, sembrava quasi di assistere alla scena di un film horror, ...la foto evidentemente!! bella narrazione, fluida e anche accattivante!

da.ila : ottimo post. un racconto che si legge d'un fiato con una crescente tensione. scrivi molto bene!

giovedì 4 dicembre 2025

L'ORA DEL RATTO

 (Prima pubblicazione 29.04.2009)


Il sibilo iniziò alle ore 05.00, ora locale di Roma. Iniziò contemporaneamente in tutte le parti del mondo e nell'arco di un ora arrivò ad una intensità di decibel tale che nelle prime tre ore morirono seicento milioni di persone, chi colpito dalle schegge dei vetri esplosi, chi sotto le macerie dei palazzi ridotti in frantumi, chi semplicemente col cervello spappolato. Furono i più fortunati. Quando smise l'umanità era piombata nella paura, una paura inarrestabile, ancestrale. Il silenzio, caduto di botto, fu il preludio all'urlo, un urlo talmente devastante da distruggere dighe, provocare maremoti, far esplodere centrali nucleari e tutti gli armamenti nascosti negli arsenali atomici. Le radiazioni si sparsero sul globo come un mantello di agonia. Nel volgere di ventiquattro ore la popolazione mondiale venne ridotta a tre miliardi di persone, attonite. Poi, contemporaneamente, in tutti i cieli, sotto il sole, tra le nubi tossiche, nella notte comparve il Ratto. Immenso. Una visione di puro delirio che si incise nelle menti terrorizzate di chiunque ebbe la forza di alzare gli occhi. E parlò, a tutti, in tutte le lingue, in tutti i dialetti. Tutti compresero cosa stava urlando. Purtroppo. -" Non conoscete il mio popolo. Ma il mio popolo era prima di voi e resterà dopo di voi. Il mio popolo ha fede e innalza sacrifici, da secoli e secoli sacrifica carne al suo Dio e i sacrifici sono stati accettati. Nel segreto del suolo ha eretto le mie cattedrali, colonne di ruggine reggono altari di fango, e mi sono graditi. Avete pregato Allah, ma loro celebrano sotto la Mecca. Avete pregato Buddha, ma loro hanno roso le radici del Bipal. Avete pregato Cristo, ma loro sanno che fine ha fatto il suo corpo. L'ora del mio popolo è giunta, perché grande è la loro moltitudine, grande la loro fede e unito è il loro pensiero. Oggi vengo a riscuotere i debiti e a donare al mio popolo il mondo che gli è dovuto dalla antica alleanza." - Il muso del Ratto si contorse in un ghigno irreale, contornandosi di una luce pari a quella del sole, bruciando le retine a chi lo fissava. Poi scomparve e sul mondo scese il silenzio. Poi, i topi cominciarono ad uscire.

*Fine*

sabato 18 ottobre 2025

THE DARK SUMMER NIGHT (racconto a più mani)

 (27.08.2008) come si usava allora, nella grande comunità di scrittori di blog su "Chatta" venne realizzato un racconto horror a più mani. Collaborarono alla stesura i nick: Duchessaazzurra, Lestat, Angelikanotte, Crenabog. Lo riporto esattamente come venne scritto.


 

DUCHESSAAZZURRA  Scrive..

Il profumo della notte mi destò dal sonno inquieto, mai più mi ero detta avrei voluto saziarmi col sangue dei poveri mortali che capitavano sulla mia strada, mai più...

Ma avevo sete, tanta sete e la mia gola arsa chiedeva di essere irrorata..

NO! mi dissi, troppe vite erano già state abbandonate nei vicoli oscuri della città dalla vampira bionda che riempiva le prime pagine dei tabloid.. tutti mi cercavano ma nessuno che mi avesse visto sarebbe arrivato a vedere la luce del dì successivo..ma ero troppo debole e il mio corpo reclamava nutrimento. L’abito di seta donatami da Lestat ammiccava dall’armadio: nero, lucente: l’ infilai in un secondo posando sulle spalle il mantello di velluto con cui adoravo ammantare il capo delle mie vittime prima di guardarle negli occhi e di dissetarmi col loro fluido vitale.

Uscii nella notte fresca, alla ricerca di locali dove avrei trovato le fonti del prezioso nettare rosso, non potevo tornare nei soliti posti, ma neanche mischiarmi con la bolgia laida e oltraggiosa dei locali del porto; ma sì, ecco un bel night, per ricchi esasperati e stufi di tutto. Non mi fu difficile convincere il buttafuori, di solito arcigno ma con me tenero come una pecorella, dopo avergli mostrato telepaticamente cosa gli avrei fatto se non mi avesse fatto passare..

Entrai nel locale e non passai subito inosservata..


LESTAT Scrive..


IL Night club era molto affollato, il fumo incombeva nel locale. mi ricordava le nebbie di casa mia, con la differenza che la nebbia dava qualche brivido, invece il fumo qualche malanno ai mortali.....ordinai un succo di pomodoro dal mio amico barman Ginko, il quale mi diede il solito intruglio di sangue e assenzio, che a prima vista sembrava proprio un bella spremuta di pomodoro. Nel mentre assaporavo la mia bibita....sentii una presenza immortale, quel odore tipo di una vampira...ehi intendiamoci, noi vampiri figli di Iside non puzziamo come quelli del vecchio mondo...vampiri timorati di Dio...e polvere sei e polvere tornerai....quelli fanno un odore che li sento a 2 Km di distanza...un fetore insopportabile. Questo era un profumo gradevole di..



ANGELIKANOTTE Scrive..


Benché quella donna fosse pallida come il gesso; benché avesse occhi molto scuri, a dispetto del diverso colore dei capelli, e cerchiati da ombre pesanti, violacee, simili a lividi, quasi avesse trascorso la notte senza chiudere occhio.. Eppure, il resto dei suoi lineamenti era dritto, perfetto, spigoloso. Ma non era questo il motivo per cui nessuno, nel locale, riusciva a distogliere lo sguardo su di lei. La fissavano perché il suo volto era di una bellezza devastante, inumana; era un volto che non ci si aspetterebbe mai di vedere se non, forse, sulle pagine patinate di un giornale di moda. O dipinto da un vecchio maestro sotto fattezza di angelo. La donna attraversò il locale e si diresse al bancone, ordinando un drink di un colore rosso purpureo, si allontanò e si diresse al tavolo più lontano dalle luci, quasi nella penombra; si sedette e cominciò a giocherellare con il bicchiere con quelle dita lunghe, affusolate e pallide..

LESTAT Scrive..

Cavolo! Mi voltai verso.....e notai la vampira infondo al bancone....ma quella zona non era ben illuminata, intravedevo solo le sue forme, e quello che vedevo era buona cosa....poi ad un tratto sentii un altro odore simile, leggermente diverso ma con affinità a quello precedente...il primo era un profumo che ricordava i tigli in fiore, invece il secondo somigliante alla magnolia....ma come dicevo prima avevano un qualcosa che li accomunava! Ecco quale era l’associazione dei degli odori...la seconda vampira si avvicinò altra, si salutarono affettuosamente con un bacio sulle guance, e in quell’istante una lieve luce le illuminò entrambe...erano gemelle!
Allora pensai...ho un gran fiuto, e penso di possederlo solamente io e Akasha, pace all’anima sua!
Loro mi notarono , ed io gli feci un cenno alzando il bicchiere quasi vuoto: " Ginko! Fammene un altro! E offrine due uguali alle ragazze, non credo che rifiuteranno, è sempre la solita roba che dobbiamo bere! "

CRENABOG Scrive..

Le ore scivolavano lente una sull’altra nel profondo della notte. Ignari, innocenti e colpevoli, come sempre dormivano i loro sonni persi tra coltri di comune cotone o raffinate sete. Vaghi nottambuli persi tra le ombre giravano per le strade in cerca di quell’ultimo locale capace di spegnere la sete delle loro gole o, a volte, delle loro anime abbruttite da una realtà non confacente ai loro bisogni. Tragiche larve ammantate di disperazione, segnate da vite non volute, incapaci di rassegnarsi a un destino che si era divertito a calpestarli. Vagavano, attratti dal lucore malato del neon delle vetrine, attratti dalle vetrofanie e dai manifesti; intenti a ciondolare in attesa di quella desiderata scintilla capace di dare una svolta alla loro esistenza. E, inevitabilmente, attratti da un filo mentale sottile, terminavano i loro passi davanti al portone del club, incerti all’ultimo se compiere quel passo. Quel passo. Lo avrebbero fatto? Cosa avrebbe portato a loro, uno scintillio di paradiso? Un breve esaltante momento di gioia sessuale? Oppure una semplice, consueta, ubriacatura? O... la morte? Sull’acciottolato umido degli afrori ristagnanti di animali da tempo lì passati, olezzante dei grevi umori corporali di altre esistenze, lentamente ticchettarono i passi di un nuovo avventore. Era così comune da non essere ricordato da chi, casualmente, lo incrociava, e in fondo gli stava bene così. Aveva i suoi motivi. Si fece avanti per entrare e la luna piena, mortifera nel cielo, stagliò la sua ombra sul muro come una condanna irrevocabile.     

CRENABOG Scrive..    

Si guardò intorno, aiutandosi con il suo fiuto innaturalmente sviluppato e subito individuò i vampiri all'interno del locale. Troppi. Ma lo strano terzetto intento a bere in un angolo attirò la sua curiosità e finì per avvicinarsi. - Una buona notte a voi,- esordì, con un piccolo ghigno.- Ma quanti bei figli della notte qui, stasera.. Lestat si girò verso di lui, blandamente annoiato dall'essere stato interrotto dal suo pour parler con le due ragazze,- Hoh, hoh, cosa abbiamo qui? Aspetta, non credo di sbagliarmi a chiamarti Lycan, vero? Cosa dovremmo fare ora, di te?  - Nulla in particolare ,-rispose l'uomo,-non sono qui per voi, non siamo tutti figli della grande bastarda lunare? Solo perché vostro padre fu Toth e il mio un incubo della Mesopotamia, non credo che non ci si possa definire fratelli nella carne e nel sangue. Sono venuto a cibarmi, ed è quello che farò, tra poco. Magari mi andava solo di avere del pubblico stasera, eh eh! Saresti così cortese, amico mio, da reggermi la giacca?   Lestat trovò il nuovo intermezzo divertente, magari del movimento avrebbe fatto bene al locale, così spiacevolmente affollato. Si rivolse alle ragazze, più diafane che mai nel riverbero del neon..- Che dite, vi va uno show fuori programma?  Le guardò leccarsi le labbra, i seni palpitavano dall'eccitazione, la forza brutale che andava montando nel lycan gli arrivava ad ondate, annuirono all'unisono. .- Va bene, fratello, datti da fare, facci divertire,- esclamò. L'uomo con molta calma si tolse il cappotto di cuoio, si aprì la camicia, rivolse la testa all'indietro e esplose in un ululato agghiacciante. Tutti i presenti si voltarono e iniziarono a gridare, per la sorpresa e la paura. Ginko allungò la mano sotto il bancone ma la Duchessa lo trattenne, non voleva proprio che fosse fermato. Il lycan proruppe in una devastazione inaudita, scagliando corpi qua e là come fuscelli, strappando braccia, squarciando gole. un fiume di sangue sul quale chi tentava di fuggire scivolò restando vittima designata. in pochi minuti il massacro ebbe termine, i muri avevano preso un altro colore, come dire, sanguigno...il lycan si rialzò, fremente, i muscoli tesi come funi di una nave, il corpo nudo interamente ricoperto di sangue e umori, gli occhi che brillavano follemente nel fumo del locale, cacciò un nuovo spaventoso ululato e si diresse verso di loro, allungò una mano e afferrò per la nuca una delle vampire portandola al suo petto:- Bevi, mia signora, questo è per te.  La ragazza iniziò a leccare il sangue sul suo petto, con gli occhi lucidi e spalancati e fu come una promessa di alleanza. Lestat abbassò lo sguardo sulla spropositata virilità del lycan, fece dentro di sé un sommesso commento sul fatto che le donne preferiscono sempre le bestie e proruppe in una risata gelida. - Amico mio, non pensi che sia il caso di allontanarci per stasera? Dobbiamo andare a cena anche noi,. esclamò, prendendo per mano la Duchessa. Il lycan si staccò ringhiando dalla vampira, ancora mollemente congiunta a lui e rispose.- Sì, penso che un po' di riposo farà bene anche a me, ma non perdiamoci di vista. La notte è una severa maestra e qui abbiamo insegnato qualcosa a qualcuno. Tu vai con loro? . disse alla vampira. - Non credo proprio, - soffiò lei, abbassando la mano pallida e afferrandolo, - se hai un posto anche per me...   Uscirono tutti, ancora ridendo, dalle macerie del locale, chiudendo la porta dietro di sé, con delicatezza.


mercoledì 10 aprile 2013

KRISTLE REED

Kristle Reed è un artista italiana che spazia dallo scrivere libri al dipingere quadri con le tecniche più svariate. Ho letto recentemente un suo libro, "APHELION", che ho trovato decisamente buono e che mi piace di segnalarvi. Uscito nel 2008 per la 01111edizioni, viene definito una favola gotica in copertina, e probabilmente la definizione gli si addice: APHELION è un romanzo sui vampiri ma gli appassionati dell'horror puro, dello splatter e finanche i fans di Bram Stoker non troveranno scene grandguignolesche. E' più un romanzo sentimentale, dove le interazioni emotive tra i tre vampiri protagonisti vengono ben sviscerate e i loro caratteri acquistano consistenza avanzando nella lettura. Forse addirittura un romanzo d'amore, anche se è un amore strano, qualcosa più di un amicizia e molto meno di un sentimento erotico. Ma va detto anche che il pregio, del romanzo, è sicuramente la perfetta ambientazione che Kristle Reed ha ricreato, nella New York dei primi anni del 1900. Benchè alla fine l'autrice dichiari di aver mescolato fatti e luoghi successi prima o dopo le vicende narrate, si ricava la netta impressione che ci sia stata dietro una enorme opera di documentazione: luoghi, personaggi, fatti storici abbondano, con dovizia di particolari, affascinando il lettore e restituendogli quel sapore gustato molti anni fa nei libri di Caleb Carr - "L'Alienista", soprattutto - e che non capita spesso di poter godere leggendo un romanzo.  Il finale segue una sua logica, anche se potrà non piacere, e chiude un cerchio strappando i protagonisti ad una realtà atroce e catapultandoli in una leggenda. Decisamente un libro da cercare e riscoprire, e se nelle librerie non lo trovate, provate presso la casa editrice.

pagina facebook di Kristle Reed
intervista a Kristle Reed
Zerounoundici edizioni