lunedì 3 novembre 2025

ALLA RICERCA DEL TEMPO PERDUTO : 38

 (24.04.2009)

In fondo, fu solo la paura per il lavoro che non c'era, i soldi che non sarebbero bastati, a legarmi le mani per così tanto tempo. Ero realista, o forse, soltanto terrorizzato all'idea di non poterti dare tutto quel che mio padre aveva dato a me. Alla fine, più per salvare un matrimonio che per vera convinzione mi decisi e mi ritrovai così ad aspettarti. I giorni si accavallarono frenetici tra una visita medica e un giro per comprare corredi e varie cose, tutto quel necessario imposto dalle idee comuni che colora piacevolmente il tempo dell'attesa non dando più spazio ai pensieri ed ai ripensamenti. Te ne stavi lassù, tra le nuvole, aspettando il tuo momento di venire tra noi, beato, nella minuscola incoscienza che accomuna tutte le creature di Dio che ancora non sanno come il mondo vada. E alla fine anche tu ti sedesti nel trenino volante dei bambini, con la tua valigetta piena di desideri e di speranze e ti affacciasti alla luce. Restai vicino a lei fino al momento del parto poi mi ritirai in buon ordine come tutte le persone dovrebbero fare, tranne i malati di protagonismo modaiolo che usano star tra i piedi anche alle levatrici, rispettando l'aura misterica insita in quel momento così naturale. E dopo un po' l'infermiera ti sollevò da dietro i vetri a mostrarmi tutte quelle piccole dita, come se mai me ne fosse importato qualcosa se per caso ne avessi avuta qualcuna in meno. Eri un cosino minimo e nessuno sconvolgimento, pure atteso, mi attraversò il cervello perché se ti avevamo chiamato era ovvio tu fossi lì. Un padre: in quel momento realmente capii che sarei morto. L'idea balzana e giovanile di una presunta immortalità svanì come spire di fumo e mi ritrovai a contare i granelli di sabbia della mia vita che iniziavano il conto alla rovescia. Iniziavi tu e cominciavo a finire io. Furono tempi curiosi nell'inventarsi un ruolo che nessuno ti insegna, a vederti piccolissima cosa bisognosa di pappe e bagnetti man mano diventare quel bricconcello che già eri e il tuo primo pianto mi fece sprofondare in un abisso di vergogna e inutilità, di dolore persino, incapace com'ero di rendere la tua vita solo un sogno. E passo a passo, giorno dopo giorno crescevi e a te mi rapportavo parlando e parlando di tutte le mille cose che nella mente mi han sempre frullato, crescendoti fin troppo e troppo presto, tentando - è vero - di equilibrare questo mio peccato con le tante favole che sempre ti inventai lì, sul momento, da quel vecchio cantastorie che sono, regalandoti i sogni più bizzarri. I primi anni per me furono un distillato d'inquietudine a causa del lavoro vago, fittizio nel quale mi barcamenavo poi trovai quella stabilità inattesa che tante cose ci ha permesso di realizzare ed iniziai a vivere la notte, per poterti essere sempre vicino nell'andare e venire dalla scuola, presente ad ogni tuo bisogno quando altri orari lavorativi non avrebbero permesso a tua madre d'esserlo. Che questo mi stia consumando non importa, quel che conta è che quando ti servo ci sono, quasi sempre è vero, ché i tuoi pianti notturni non sono io ad asciugarli, e me ne dolgo anche perché spesso son pianti dovuti alla mia lontananza. Ma stai crescendo e vedo la tua innocente fanciullezza ogni giorno limarsi e modellare in te il ragazzo che sarai, sempre col tuo sorriso e la tua scapigliata voglia di far birbonate. Ne provo gioia e dolore assieme, perché non so più essere un bambino e ti lascio giocare da solo quando invece compagno dovrei esserti, ora, adesso, fin che ancora mi vuoi. Ma resto a scaldarmi vicino al camino, con una sigaretta in bocca, a volte persino infastidito del fracasso che fai, mentre sul tappeto ruzzoli con tutte le tue piccole cose che in quantità ti compro, dimentico delle mie scarpe bucate o dei pantaloni lisi. Che tu sia felice, non io, io la mia parte l'ho fatta e Dio ne benedica mio padre, ora tocca a te avere quel che desideri. Presto verranno i giorni in cui sarò solo il genitore, se non addirittura un portafoglio, o un intralcio e avremo perso lo splendore della tua infanzia, le meraviglie della tua fanciullezza, le tue bambinerie. Bevo di te ogni attimo, figlio mio, e ne faccio tesoro di ricordi dorati, per farmene scudo ai momenti brutti che inevitabilmente verranno e provo orgoglio d'averti, un devastante amore che ogni briciola di me penetra e pervade rendendoti l'unica cosa che mi fa vivere. Ricordalo questo, ricorda tutti i momenti vissuti assieme, che ti siano compagni per sempre. Un giorno forse leggerai questo mio lascito e tante altre cose di me, che ti aiuteranno a conoscermi, ma un unica cosa dovrai rammentare: tuo padre ti amava.



ALLA RICERCA DEL TEMPO PERDUTO : 37

 (09.04.2009)


C'era una volta, ai tempi dell'era preisterica, la gente tranquilla, quella che aveva del tempo e sapeva come adoperarlo. E di solito lo usavano per fare cose che gli procuravano soddisfazione. Una di queste cose, lo si deve ammettere, era fumare la pipa. Un vizio meno delirante del farsi fumare da una sigaretta, quella cosa bianca che fa tutto da sé. Mi ero accostato a questo piacere già da giovane , in virtù di una certa pipa squadrata e irlandese che mio padre mi aveva regalato, quasi per gioco, forse perché anche lui ne possedeva una a boccetta, di legno scuro, priva di marca, nella quale a volte metteva del tabacco americano da un pacchetto giallo e quadrato la cui marca ormai mi sfugge. Amavo vederlo compiere tutto il rituale del caricare e fumare la pipa e così, avanti negli anni, mi ci dedicai anche io. Solo che, da quel maniaco collezionista di tutto che son sempre stato, anche qui mi lasciai prendere la mano e invece di fumare una pipa come tutti i gentlemen di campagna che si rispettino, iniziai a comprarne ad ogni occasione, a farmele regalare, a collezionare intere raccolte. Le preferite - lo ammetto - son sempre state le irlandesi Peterson's, sia perché economiche sia perché fatte benissimo con dei legni pregiati, delle ottime radiche ad occhio di pernice, e a volte persino le fiammate che si trovavano a prezzi contenuti. Rispetto naturalmente alle italiane Brebbia e Savinelli le cui fiammate, quelle pipe il cui legno mostra dal fornello all'alveo le rigature verticali della radica, avevano ed hanno costi salatissimi. Prediligevo le Peterson's lucide e con l'anello in argento, di solito le Rhodesian squadrate, angolate o diritte, a volte persino le curve alla Sherlock Holmes e anche le militari opache. Ottime pipe, già preparate, nel fornello, per essere rodate dalla prima accensione, mentre con certe italiane bisognava prima spalmarne il dentro con un velo di miele, aspettare che asciugasse e poi caricarlo basso così da cristallizzare le pareti e fare attaccare meglio il carbone. E le magnifiche Stanwell's, dai lunghi cannelli e dai colori accesi, i legni lavorati ad aniline, scuri o violentemente rossastri, con l'anello in ottone superiore e a volte il coperchietto per proteggere la brace dal vento del Nord, quei vecchi marinai la sapevano lunga, e nel fumarle all'aperto, d'inverno, ti potevi immaginare pastore in una brughiera.. Abituato a sperimentare di tutto, compravo, sì, i tabacchi confezionati, meravigliose miscele aromatiche come il Borgia, il Navy Cut, la gamma della Dunhill già all'epoca carissima, ma alla fin fine quel che mi dava gioia era prepararmi in casa le miscele, sia seguendo le ricette che trovavo sui libri sia sperimentando in maniera vorticosa e a volte invero bizzarra. Era facile infatti trovare i pacchetti di tabacchi puri del Monopolio con i quali si facevano le mescole. Mezzo pacchetto di Regolare, un antico toscano sbriciolato per dare forza, un pizzico di tabacco Perique azzurro per il retrogusto piccante, un abbondante manciata di Latakia, il tabacco turco grasso affumicato nelle stalle al fumo lento dello sterco dei cammelli, che una volta era il nerbo stesso delle celebri Camel mentre ora avendo raggiunto costi proibitivi per la lunga lavorazione, è stato surclassato da surrogati chimicamente simili al gusto originale. Tritavo tutto alla stessa misura e ne riempivo i vasi, aggiungendovi dei piccoli orciolini di terracotta riempiti di liquore o di estratto di arancia, che diffondevano aroma e umidità al tabacco. Dopo qualche mese erano finalmente pronti per essere caricati nei fornelli, spinti giù col pollice, accesi con lente boccate e ti godevi quieto la tenera brace che, amica, sapeva dare conforto nei momenti bui o quando il freddo scendeva nel cuore, magari leggendo un buon libro sulle pipe, ma sì, di Gianni Rodari, o i consigli sui tabacchi che trovavo nella rivista Smoking di Fincato. E quelle meravigliose pipate fatte sul pontile di Ostia, al freddo dell'inverno, col vento che ti strappava i pensieri lasciandoti a tu per tu con l'anima e null'altro, allungando i minuti della propria vita nel rituale lento e sapiente del caricare e riaccendere, tenendo due dita sul fornello a confortarsi, come un uomo delle caverne vicino al fuoco in una grotta buia con l'incertezza nel futuro...Quale conforto sapeva dare una buona pipa, che senso di legame forte col passato, un gioco per bambini ormai troppo cresciuti, il profumo delle radici smarrite. Quanta tristezza nel vederle ora allineate nella vetrina del mobile dei tabacchi, che in casa c'è il pupo e non si fumano, che al lavoro sei circondato da contagiosi fumatori di sigarette che ti guardano come un matto e le tradisci così, con un rimpianto, ma senza più vergogna. Poter avere tempo..



ALLA RICERCA DEL TEMPO PERDUTO : 36

 (03.04.2009)

I primi ricordi, forse, sono della tua schiena sulla quale salivo a cavallo, piccolissimo, ancora incosciente di quel che fosse il mondo, per me tutto racchiuso in quella casa dal balcone coperto, e la pecora a dondolo e il topolino giallo da far galleggiare nella mia vaschetta. E i tuoi grandi sorrisi, orgoglioso di quel figlio che ti portavi appresso anche sui cantieri, dove guardavo stupito le grandi impalcature e le buche nel terreno dove si impastava la calce. Tutti i giorni, quando mi portavi a scuola e sempre ti ritrovavo all'uscita, anche negli anni bui in cui varcavo con terrore le porte dell'istituto certo di quel che mi avrebbero fatto i compagni e contavo i minuti pregando di arrivare allo squillo della campana e correvo per le antiche scale in cerca di rifugio nella nostra Dauphine blu, e non capivi cosa avessi, finché non confidai tutto a mia madre. Ricordo il giorno in cui, all'uscita, affiancasti i miei compagni e bastarono poche parole perché potessi nuovamente vivere qualche tempo tranquillo. Almeno fino a che non fui cresciuto a divenire carogna quanto loro e a riprendermi il rispetto con i pugni. Ricordo i grandi viaggi vagabondi con le tende in tutta Europa, alla scoperta di un mondo che ci trovava complici nel meravigliarci e dove io facevo da interprete e tu da spettatore curioso del mio parlare con chiunque capitasse. Ricordo gli anni passati a dipingere e a disegnare, sempre più, sempre meglio e il tuo ripetermi che non mi avrebbe portato da mangiare ma poi, quando arrivavano i trofei e salivo sui palchi per riceverli ti brillavano gli occhi. Ed il lavoro che seguimmo insieme, le albe gelide prima che venissero gli operai a sentire la pelle delle mani attaccarsi ai tubi dei ponteggi e le nottate ancora a finire i conti ed i preventivi, ed il tuo continuo arrovellarti per trovare da mangiare e lavorare per venti famiglie e tutto quello che sempre facesti per noi, sempre il meglio, le scuole, i club esclusivi dove andavo a nuotare con lo Scià di Persia ed a giocare a scacchi con Burt Lancaster per poi non capire perché tu giravi sempre con gli stessi vestiti.. Mi insegnasti che un contratto si può fare stringendo una mano, che dire una cosa obbliga a farla, che se ti prendi una moglie è per la vita. E l'ho fatto, Dio sa se l'ho fatto, perché io sono te, e finché io vivo tu vivi.. E non bevevi, e non fumavi, ed in cambio ne avesti una cirrosi epatica mai diagnosticata perché asintomatica, che rapida e maledetta ti portò alla fine, tra sbocchi di sangue e svenimenti, in quel letto del Gemelli attaccato a flebo e macchinari ed ancora - col terrore di quanto ci avrebbe aspettato - continuavi a scrivere appunti per il lavoro da svolgere. Il mio colpevole sfuggire alle visite, oggi perché gli orari del lavoro non collimavano, domani perché abitavo fuori Roma, ma in fondo solo per la scaramantica illusione che se non ti vedevo morire non saresti morto. E stavo accanto a te, indeciso se parlarti, senza trovare le parole, contando i minuti per fuggire, da quel bastardo che ero. Ci lasciasti così, in un giorno di luglio nel sole, a misurare i mesi che ci aspettavano prima del crollo che ci avrebbe portato via tutto insegnandoci quanto sa di sale il pane altrui, e la paura di vivere senza te. Mi restarono il tuo cappello col quale fingo di sentire i tuoi pensieri, i tuoi occhiali con i quali guardo il mondo che vedevi tu, il porcellino di plastica che bambino ti nascosi nel portafogli e lì lo ritrovai ed ora viaggia ancora con me. E la incalcellabile colpa di non averti mai detto "Ti voglio bene" tutte le volte che avrei potuto farlo. Aspettami nella luce, papà, presto saremo di nuovo insieme. Per sempre.



ALLA RICERCA DEL TEMPO PERDUTO : 35

 (30.03.2009)

Avevo sempre seguito la passione per la fantascienza, sin da minuscolo per via di un certo album di figurine che tanto mi appassionava e che mio padre fece sparire non ritenendolo adatto ad un bambino. Così, divorati tutti i libri di Giulio Verne che potevo avere, ai primi anni settanta approfittai di un regalo di un mio zio e mi feci donare il mio primo libro di Urania, LA PISTA DEI MOSTRI di Roger Zelazny, scatenando la mia fantasia. Dato che già disegnavo da tempo mi gettai a creare illustrazioni fantasy e galattiche e da lì ad entrare in pieno nel Fandom, il mondo degli appassionati della S.F. italiana , il passo fu breve. Tra una mostra e l'altra dei miei quadri in tutta Italia, lavorai per una massa enorme di pubblicazioni del settore, le cosiddette Fanzine, e infine iniziai a partire per partecipare con i miei lavori a tutte le Italcon che si tenevano annualmente in giro per l'Italia. Ebbi così modo di conoscere i migliori nomi italiani e stranieri e stringere con loro legami di amicizia, rispetto e collaborazione che durarono anni: conobbi Frederic Pohl, John Brunner del quale ancora conservo i libri autografati, Williamson, Lundwall, Harryson e i grandi disegnatori, Miani, Bonadimani, Marsan e naturalmente Karel Thole che tanto avevo amato come copertinista di Urania, col quale facevamo le nottate a bere e a scambiarci pettegolezzi; partiva sempre con un enorme boccale in ceramica per la birra ed una specie di bicchierino in peltro per i liquori, in valigia. Un grande, rimpianto da tutti. Alle Italcon si combinava di tutto, si stringevano alleanze, amori, contratti, amicizie e si finiva per ricevere premi, targhe, trofei e pacche sulle spalle, tutti felici e pieni di fervore produttivo. Gli anni d'oro del mainstream letterario della fantascienza, poi crollata, a metà anni ottanta sotto i colpi della morte dei vecchi autori internazionali, il rotolare della S.F. nel cyberpunk, le continue copie-clone di libri fantasy come Il Signore degli Anelli. Ma era quel che gli editors chiedevano e gli autori furono costretti a seguire la via della pagnotta, anzichè scatenare la loro fantasia. Forse solo Bradbury resta imperterrito ancorato al suo mondo fantastico ma gente come Vance, Clarke, Asimov con le loro enormi saghe stellari non ne nascono più. Io creai la mia fanzina, prima con un ciclostile, poi finendo per farla con le copertine a colori e i gadgets allegati, dedicata a Lovecraft, ed ebbi un seguito enorme ma alla fine la vita e gli anni, e il matrimonio, hanno macinato tutto lo splendore creativo di una fantastica gioventù per sommarlo alla polvere che si deposita sulle cornici dorate dei miei quadri e l'aver lavorato con i migliori cervelli dell'epoca, i più creativi, resta un onore che rende più lustri tutti i trofei e le coppe che son stipati nella mia casa.

(la foto che vedete fu scattata durante l'XI Italcon, a Fanano, a maggio 1985. A sinistra io e Harry Harryson, davanti a me a destra Karel Thole e dietro Frederic Pohl, in fondo si intravedono Brunner e Sam Lundwall.)



ALLA RICERCA DEL TEMPO PERDUTO : 34

 (19.03.2009)

Ettari di terreno incolto, binari a perdersi all'infinito. Lo scalo deposito dei vagoni ferroviari, laggiù, nella campagna sulla Salaria. Dove la notte lenti arrivavano come capodogli ad arenarsi, treni passeggeri, treni merci, tender con vagoni blindati di merci da sdoganare. Sbuffanti, rugginosi, lentamente approdavano alle banchine terminali. Vuoti, ma solo per poco, perché dalle colline circostanti, dai cespugli e dai frattoni centinaia d'occhi aspettavano, Nel silenzio. Lì noi aspettavamo, neanche più in divisa, in jeans, stivali e giaccone, trasandati, nascosti nel buio, dietro il muro della casamatta dei ferrovieri. Nella sinistra la Maglite da trenta centimetri, acciaio pesante, un fascio di luce accecante e una valida spranga se fosse servita; nella destra la .40 col colpo in canna. Ci si muoveva indolenti, tranquilli, come parte stessa del tessuto della notte, a passi felpati nell'erba alta, scivolando tra le file dei vagoni con i capelli ritti sulla nuca, sempre in attesa della coltellata che poteva arrivarti quando arrivavi al distacco tra un vagone e l'altro poi si saliva piano sui gradini e si apriva la porta del vagone nell'aria irrespirabile, tra i vetri divelti, negli scompartimenti devastati, merda e urina ovunque a cataste, si spalancavano a calci le porte delle "camere" e si gridava a tutti di uscire. Come ogni notte, iniziava l'esodo dei dannati. A diecine, stipati con tutte le loro masserizie, nel fetore ammorbante, si alzavano da terra e dai sedili e noi, uno al capo del vagone e l'altro in fondo a chiudere la fila si facevano scendere tra le bestemmie. Rumeni, polacchi, albanesi, tunisini, magrebbini, egiziani, russi, ceceni, moldavi li si faceva camminare incolonnati scortandoli, due contro trenta, quaranta, spesso anche di più, verso l'uscita dello scalo ferroviario. Sotto le luci algide dei lampioni controllavamo i documenti sapendo che più di tanto non potevamo fare e si cacciavano tutti fuori. Il tempo di una sigaretta e li vedevi scomparire nelle campagne poi iniziavamo la marcia verso le colline dalle quali sapevamo bene che entro un ora sarebbero calati di nuovo. E quando arrivavano a volte bastava puntargli la luce addosso per farli girare sui tacchi. Le aggressioni erano all'ordine del giorno - o della notte, a voler ben vedere - e non erano solo coltelli da macellaio arrugginiti quelli che ci sguainavano mentre ci passavano accanto nello scendere dai vagoni. Più volte il balenare della canna di una pistola ci costringeva a gettarci a terra, in quella selva fetida e sparsa di escrementi, sperando di fare in tempo. La polizia ferroviaria non passava neanche più, il suo gabbiotto era diventato il regno dei topi che danzavano sugli scatoloni delle vecchie pratiche. L'ultima volta gli avevano sparato contro con i fucili a pompa, gli era bastato. In due, in quattro ettari di campagna e treni, giravamo. Come dei folli, la barba lunga, irriconoscibili. Capitava di puntarsi le armi addosso con altri in borghese, dei carabinieri o dei poliziotti, anche loro infiltrati in quel sottomondo alla ricerca di refurtiva, visto che da lì partivano i furti che spazzavano gli appartamenti di tutta la Salaria. Però riuscivamo sempre a fermarci in tempo, qualificandoci e mostrando i distintivi. La mafia russa spadroneggiava, taglieggiando tutti per farsi pagare il pernottamento sui vagoni e noi eravamo l'ostacolo al loro reperire i fondi per l'acquisto di droghe. Un vagone sepolto dall'erba era stato trasformato in set per film porno, era arredato più lussuosamente di casa mia. In un altro un gruppo di russi bivaccava tra sacchi di immondizia e ciarpame di ogni genere, ubriachi fino al delirio, sempre intenti a picchiarsi a sangue, fino a che una notte prese fuoco tutto e in due ci restarono dentro. Ogni tanto venivano certe squadre speciali a dare la caccia ad un egiziano che conoscevamo bene, in odore di terrorismo e li portavamo nel vagone che occupava di solito dove una notte trovammo cartine dettagliate di San Pietro segnate e scritte in arabo, cavi elettrici e materiale che non riconoscemmo ma che fu subito portato via da loro. Lui era sparito , avvertito dagli zingari che facevano da vedetta nello scalo. A volte la pioggia rendeva tutto più difficile, il gelo penetrava nelle ossa, il mattino sembrava un sogno irrealizzabile. Le albe mortifere vissute là avevano il sapore della liberazione dall'inferno ma era una condanna quotidiana che non finiva mai. Quando partivi per andarci non sapevi mai se saresti tornato a casa. Poi, una notte, un collega vide nel gruppo che stavamo allontanando una ragazza, rumena, e si allontanò con lei con la scusa di trovargli un posto per dormire. Io trascinai tutti fuori, da solo e continuando a guardarmi la schiena. Lui tornò dopo un paio d'ore dicendo di averla lasciata su un vagone. Non era uno dei "fissi" e non tornò nei giorni seguenti. Ma dopo poche notti vennero i carabinieri, presero la ragazza e si chiusero con lei per parlare, nella stazioncina; usciti mi vennero a cercare e quando entrai lei si girò dicendo che non ero stato io ma l'altro. Se l'era violentata e prima di andarsene gli aveva dato il mio nome e cognome dicendo che l'avrebbe cercata di nuovo. Io diedi fuori da matto e loro capirono l'equivoco. Lo prelevarono a casa e finì carcerato ma il servizio, laggiù, rendeva pazzi. Si sa bene, abissus abissum invocat. E molti di noi hanno il loro piccolo Vietnam nascosto in fondo all'anima.




ALLA RICERCA DEL TEMPO PERDUTO : 33

 (02.03.2009)

Diversi anni fa, con la scusa di evitare di fumare le tante sigarette che mi ottenebravano, decisi di passare al sigaro, un modo di fumare relativamente meno pericoloso dato che il fumo non va inspirato ma solo assaporato tra boca e naso. E come sempre accade, la mia mania di sviscerare qualsiasi argomento, prese il sopravvento: in breve tempo ero diventato un avido frequentatore dei migliori salotti di tabaccai, quelli per intenderci specializzati nel sigaro e nella pipa arrivando quasi ad iscrivermi all'Accademia del Fumo Sapiente, bizzarra congrega di buongustai del saper vivere, ma ahimè la cui retta era talmente alta che fece da intelligente sbarramento alle mie desiderata. Me li provai tutti, i sigari sul mercato nostrano, dai morbidi Garibaldi ammezzati - il tipo di Toscano più dolce ed affabile che ci sia - all'Antico fatto a mano, nodoso e patriottico, amato a tal punto da Mario Soldati che, per motivi medici essendogli stato proibito di fumarli nei suoi ultimi anni di vita, si era fatto costruire una macchinetta che fumava per lui, dandogli però la possibilità di aver casa piena di fumo e goderselo... La mania dell'Antico mi aveva avvolto al punto che, quel tragico anno in cui i produttori di tabacco e i tabaccai italiani ci avevano steso a pavimento con i loro scioperi, un giorno mi venne (è il caso di dirlo) il fumo agli occhi, presi l'auto e mi scaraventai a Siena dove feci incetta di tutte le scatole in legno dei pregiati Antichi riportandole a Roma in segno di vittoria per lo spasso degli amici a cui lo raccontai e per l'invidia degli amici fumatori che erano restati a secco. Quasi leggendarie furono le cavalcate in Maggiolino fino a Innsbruck per caricarmi dei migliori sigari prodotti dalla Austria Tabak, altro che il nostro Monopolio, patria dei sigari olandesi cosiddetti per via del tabacco di provenienza dall'Oriente, dolci, amabili, secchi e facili da fumare. Dai piccoli Vandermeer panciuti e gustosi ai formidabili corona e doppio corona della serie celebrativa di Mozart, fino al grandioso Idomeneo, un Doppio Corona capace di regalare un ora di ottimo fumo, e tutta la produzione austriaca vantava scatole di presentazione bellissime, laccate in nero con fregi in oro o in rosso scolpito e in mille e più dimensioni. E qui da noi si riuscivano ancora a trovare gli ottimi Henry Wintermans nella confezione in velluto rosso, con i loro tubos in vetro o in metallo laccato bianco e oro, dal sapore gentile, adatti ad ogni occasione, simpatici da unire ad un buon bichiere di Porto. Fu naturale scatenare la passione nell'acquisto di attrezzi vari per la cura del sigaro, dai portasigari in pelle da tasca alle taglierine per mozzarne la coda così da poter ricevere il fumo fresco evitando le buffonate classiche da film americano col taglio dei denti e susseguente sputo...Fino, era chiaro, ad una pregiata scatola humidor in radica di noce che presi dal caro Carmignani, gran signore del fumo, tenutario della più bella bottega per pipe che ci fosse a Roma, invidiatissimo dal vicino Fincato che pur vantava nel suo negozio la presenza di tutti i politici del vicino Quirinale ma che era pur sempre nata come tabaccheria. E da qui a passare al gradino successivo, i mitici sigari cubani, ci volle poco, giusto il tempo di aver quattrini sufficienti, ma si sa, ero giovane e con diversi soldi a disposizione, la casa ed il figlio erano ancora nel limbo delle idee in divenire. Intrecciai un corposo epistolario con due case a dir poco leggendarie di Ginevra, la Davidoff e la Gerard et Fils, dai quali mi facevo spedire il meglio a loro disposizione: tutta la serie degli Chateau di Davidoff, persino gli Haupt-Bryon poi mai più prodotti, anche se prediligevo gli Chateau Margaux perché più piccoli e panciuti, quasi dei Torpedos, che garantivano una pienezza invidiabile. Da Gerard invece mi giungeva il meglio di Cuba, i Punch, i Romeo e Julieta, i Cohiba che centellinavamo nel retro negozio di Carmignani sprofondati in poltrone di cuoio grasso inglese davanti a bicchieri di grappa toscana nei quali il caro Carmignani aveva il vezzo di intingere il suo sigaro attendendo che si asciugasse per meglio assaporarselo. E l'anno in cui i tifoni spazzarono la Vuelta Abajo, la più grande e celebre piantagione, culla del migliore tabacco cubano? Tutto il mondo dei fumatori tremò, restando in trepida attesa di sapere quanti mannocchi di foglie sarebbero stati disponibili per le lavorazioni, precipitandosi a prenotare casse su casse, con la paura di dover ricadere sui sigari honduregni..I cubani andavano conservati religiosamente negli humidor e ognuno di noi faceva a gara nel trovare la temperatura giusta e la migliore mescola di acqua e liquore con cui impregnare la spugna interna per garantire la vita e l'aroma dei preziosi gioielli, lasciandoli maturare per anni, pulendoli una volta all'anno quando facevano la fioritura sulla capa, la foglia esterna del sigaro..Ancora adesso conservo una piccola ma nutrita scorta di sigari nel mio mobile per il fumo, insieme alle tante miscele per le pipe che col tempo avevo perfezionato e lasciato a maturare, ma questa, ah sì, questa è un altra storia..



ALLA RICERCA DEL TEMPO PERDUTO : 32

(20.02.2009)

 Con gli anni quanto facilmente i sensi perdono la loro capacità di restare vigili...Muscoli un tempo atletici accusano dolori che non immaginavano, occhi capaci di vedere oltre l'orizzonte dimenticano la forma delle cose. E quanto ancora perdiamo, un filo alla volta, dalla ragnatela della nostra esistenza, lentamente, nel silenzio, senza farci caso. Oggi una cosa, domani un particolare, poi una frase, poi quel bacio, poi quel viso... Soli, nel tempo, immutabili restano ancorati alle nostre anime i soffi dei profumi, col loro carico di sensazioni capaci di riportarci indietro come per magia. I gioiosi profumi del talco, quel borotalco Robert's dalla antica etichetta, che mamma ci spargeva copioso ad asciugarci usciti dalle nostre catinelle d'acqua saponata dove ci divertivamo con le bolle e quel topolino di plastica gialla col quale ora gioca il mio bambino nella vasca. E poi la nuvola inebriante legata al ricordo di quelle domeniche mattina passate a guardare mio padre farsi la barba , schiuma morbida e ricca, lavata via e la pelle aspersa della più classica delle acque di lavanda, l'Atkinson centenaria, mai cambiata nel tempo se non per la confezione... colonia infine scelta a marchio per sempre, pur essendo passato tra le mille essenze nuove che i miei anni giovani sceglievano, essenze forti, muschiate, aromi d'Oltremare col loro bagaglio di effluvi e spezie. Sandalwood, Drakkar, e la ghiotta fantasia di accondiscendere alla tentazione di seguire i consigli del barbiere, cospargendo il viso del vecchio e fuori moda Ffloyd Hungrolyzed, così morbido, quasi dolce, leggerissimo ma efficace al pari della gloriosa Aqua Velva Ice Blue Williams, protagonista di caroselli in bianco e nero e della toilette di mio nonno. Profumi più alla moda, invariabilmente regali di donne amate inconsapevoli dei gusti reali, ma felici di dimostrare affetto con un piccolo dono. Donne che hanno lasciato che i loro volti, i loro corpi svanissero negli anni e nei meandri della mente seminando dietro di sè fantastiche scie...l'esotico Fidji, la classe di uno Chanel sapientemente nascosto tra gambe tornite e su candide pelli...le curiose, quasi infantili meraviglie economiche dell'Avon ai tempi in cui le venivano a presentare a casa, in quegli ultimi anni sessanta ancora pieni di promesse. E la scoperta di quanto bastasse a scatenare i miei sensi una sola goccia di essenza di vaniglia, pura, calda, potente, dolcissima al punto tale da far perdere i contatti con la realtà e aprire le porte dell'amore. Quei profumi dalle architetture inesplicabili, nei quali riuscivi a riconoscere legni pregiati, quercia, fiori di giglio, orchidea e le ambre e il sandalo e il muschio ancora a ripetersi nella testa e nel cuore del profumo stesso. Persino la segreta potenza della Fava di Tonka si riusciva ad avvertire, quello stesso misterioso ingrediente usato per celebrare le mescole più pregiate dei tabacchi inglesi da pipa.. La seduttività del Mango e il succo inebriante delle rose carnacine..Nulla rimane nel cuore di un uomo quanto la cicatrice sublime lasciata da un profumo, ogni momento un suo valore, ogni fiore morto per la bellezza di una donna un omaggio eterno e irrinunciabile.



ALLA RICERCA DEL TEMPO PERDUTO : 31

(16.02.2009)

 In quegli anni i nostri viaggi diventavano sempre più lunghi, le scorribande in Europa a volte si sapeva dove cominciavano ma non dove andavano a parare. E così a volte ci fermavamo a Campodolcino per più settimane, a volte invece erravamo senza sosta spingendoci sempre più su, sempre più lontano. La nostra meta reale, confessata o solo percepita, era Capo Nord ma non riuscimmo mai ad arrivarci perché quell'anno, in Svezia, il pulmino iniziò ad andare a tre pistoni e mestamente ci girammo arrancando per tornare a casa. Vedemmo però cose fantastiche: quando penetrammo nella Foresta Nera, la strada si dipanava attraversando una infinita sequenza di alberi giganteschi, immersi nell'eterno crepuscolo dove la luce del sole non riusciva a farsi strada. Da un momento all'altro ci aspettavamo di dover dare un passaggio a Sigfrido , con la benedizione di Wotan...a Norimberga scendemmo nello stadio dove si svolgevano le monumentali adunate del Fuhrer e lanciammo i nostri sguardi all'intorno, tra gli ammassi di macerie, oltre il filo spinato che ancora spezzava in due il campo erboso. Ad Amsterdam restammo impressionati nel vedere i nuovi palazzi costruiti a fianco delle rovine causate dai bombardamenti, ancora presenti dopo tutti quegli anni, e passeggiammo nei vicoli affollati di negozietti folkloristici, tra fumerie di droga legalizzate e pornoshop - una novità assoluta dato che in Italia ancora non avevano preso piede. Nel porto beccheggiava un favoloso galeone, diventato un museo, che pochi anni orsono andò distrutto in un incendio doloso. Grande perdita. E il grandioso parco dei divertimenti, dove al pomeriggio passava la banda in costume ottocentesco annunciando gli spettacoli e le attrazioni sotto la ruota panoramica. In Austria più volte ci fermammo ad Innsbruck e in un piccolo paesino lì vicino, Hopfgarten, dove c'era un grazioso campeggio e la bizzarra abitudine di nominare cittadini onorari gli ospiti che vi soggiornavano per più anni, come capitò a mio padre, visto che io negli ultimi tempi, troppo occupato a fare l'uomo sposato, a volte non partivo più con loro...a Hopfgarten la mattina ci riempivamo con la colazione a buffet, una roba da non credere, tavolate di bevande, uova fritte, salami e salsicce, wurstel e crauti, dolci clamorosi e frutta, mangiavamo più la mattina che a pranzo, poi ci preparavamo pacchi di panini e così muniti ci inerpicavamo per le montagne, con le funivie che si perdevano tra le nuvole. Scendevamo e continuavamo tra i pascoli, con i nostri alpenstock pieni di distintivi in lamierino d'ogni città visitata ad aiutarci nell'ascesa; ci si fermava a godersi le mucche intente a brucare e arrivavamo, nell'aria frizzante, ad una minuscola baita dove la graziosa e tonda figlia dei padroni offriva latte appena munto, knodel di fegato in brodo ben caldi e a volte i minuscoli gnocchetti inzuppati nel formaggio. Cose semplici, tipiche ma tanto saporite. E si faceva ritorno a bordo delle cabine volanti, nel tramonto incalzante, verso l'albergo a volte o verso il campeggio, a seconda di come avessimo avuto disponibilità per vedere il paesino sempre con le serrande chiuse, ché alle diciassette già se ne tornavano a casa per cenare, e infatti la sera si trovavano aperte unicamente le birrerie dove gruppi di locali nei loro costumi tipici intonavano cori tradizionali. Ci rimangono - di quegli anni vagabondi - montagne di fotografie che facevamo con le nostre reflex, altro che le moderne miracolose macchinette digitali, lì c'era da combattere con Din e Asa, e io che all'epoca mi ero attrezzato una camera oscura a casa, ne sapevo una più del diavolo in tema di velocità di scatto e di sviluppo, tirando le pellicole a 400 asa sino a 3600 per fermare le mosche in volo...Una in particolare mi è cara, mio padre in posa all'incrocio tra il fiume Reno e la Mosella, perché era un luogo immancabile per i turisti. I due fiumi infatti avevano due diversi colori, giallo e blu e si fondevano in un verde inconsueto, cosa mai vista nei normali panorami che attraversavamo. Unica tristezza, l'averla stampata in bianco e nero..



ALLA RICERCA DEL TEMPO PERDUTO . 30

 (14.02.2009)

Settembre 1984. Sulle rive del Tevere si teneva, come ogni anno, l'Expo' sovvenzionata dal Comune e da mille altri sponsor. La manifestazione annuale attirava migliaia di visitatori che scendevano allegramente sulle rive del fiume a passeggiare sui grandi marciapiedi tra le centinaia di stands multicolori. Era sempre uno spasso andare a vedere le mercanzie, le esposizioni culturali e degli Enti, i baracchini dei cibi locali ed etnici. Nell'aria fina della sera odori d'ogni genere si spargevano unendosi in connubi vorticosi, il dolciastro dello zucchero filato alle spezie del venditore di porchetta e hot dog, i fumi untuosi delle graticole dei venditori di salsicce si addensavano molli obnubilando gli aromi degli stand di profumi e trucchi. I lampioni ottocenteschi diffondevano la luce calda e gialla dall'alto dei muraglioni del lungoTevere mentre nella bolgia in basso rutilavano le miriadi di lampioncini, neon e lampare dei barconi ormeggiati ai lati. Il morbido sciaquìo del fiume faceva da sipario complice e compiacente nel frastuono degli altoparlanti che diffondevano canzoni in voga al momento. La gente, gruppi di giovani, coppiette, famigliole semiaddormentate, vagavano senza posa nello struscio generale, soffermandosi ad occhieggiare le bancarelle e concedendosi qualche acquisto impulsivo trascinati dalle richieste dei piccoli o delle fidanzate. Quell'anno il Comune aveva invitato anche me, nella sezione Artisti espositori ed ebbi il mio spazio, molto grande in verità, dove potei esporre la maggior parte della mia produzione : erano quasi tutte illustrazioni di stile fantasy e quasi tutte in china nera, lo strumento che predilegevo da sempre, oltre ad alcuni olii su tela e cartoncino. Oltre tutto, in quell'anno ero reduce da una convention di fantascienza tenutasi in alta Italia e potevo sfruttare le copie che avevo realizzato per la manifestazione, vendendole nel mio stand. Fu un grande successo di pubblico e anche molti dei miei amici dell'epoca vennero a visitarmi, io ero nel pieno del periodo più fervido della mia produzione, le mostre si susseguivano incessanti in tutte le regioni e i premi - coppe, targhe, diplomi - fioccavano invadendomi la casa. Mio padre, che aveva sempre tenuto a ribadire come con quella cosa non ci avrei mai mangiato, dovette ricredersi e so che segretamente era orgoglioso di tutte le volte che salivo su un palco per una premiazione o allestivo una mostra negli atelier. Sulle rive del Tevere, in quelle due settimane notturne, conobbi e feci amicizia con i vari standisti e ogni tanto facevamo qualche gioioso scambio merce con soddisfazione da entrambe le parti. Ricordo sopra tutto un giovane antiquario che volle che ritraessi la sua fidanzata a mo' di principessa fantasy e mi ripagò con uno di quegli antichi porta fotografia che si usava portare al collo appesi ad una collanina, d'oro e con un piccolo rubino al centro, che ancora conservo tra i beni di famiglia. Tutte le sere poi, il pianista jazz improvvisava le sue buffonesche prese in giro di un certo Bushmann, altro antiquario, intonando i suoi "BushmannBlues" a tutto volume, e noi si sghignazzava radunati attorno ai boccali di birra gelata. Si vendette bene, si conobbe tanta gente e presi contatto con varie case editrici presenti alle quali, col tempo, fornii molte copertine per i loro libri. Anni intensi, quando l'Arte mi scorreva rapida ed irrefrenabile nelle vene, anni gioiosi, anni di gloria..