giovedì 4 dicembre 2025

PAOLO POLI in "Sillabari"

 (Prima pubblicazione 11.05.2009)



Dopo mesi di attesa siamo finalmente riusciti ad andare all'Eliseo a vedere la nuova operina di Paolo Poli tratta da una raccolta di racconti di Goffredo Parise degli anni cinquanta. Presente tutto il consueto bestiario umano che Poli fustiga da sempre, ben condito da canzoncine d'epoca a doppio senso e dai balletti en travestì per i quali va famoso, la vecchia Diva inizia a mostrare qualche segno di stanchezza e non ci dona più le lunghe cavalcate-monologo o i favolosi e ridanciani bis da tutti agognati. Siamo andati a trovarlo all'uscita e qui, tra risate ed abbracci, ha regalato alcune delle sue piacevolezze tipo:-"Bruno, quanti anni hai? - Nove! - Ah, io sono ottant'anni che ne ho nove..!" o quando, raggiunto da una anziana spettatrice in lacrime per l'emozione le ha detto:- "Signora, per carità, non pianga, aspetti almeno la terza guerra mondiale per questo!" Che il Dio dell'Arte ce lo conservi ancora a lungo!

FESTA DELLA MAMMA

 (Prima pubblicazione 10.05.2009)


In fondo non importa veramente dedicarti una festa, che si traduce spesso in un mero affare commerciale. Quello che importa è il ricordarti, il sapere che ci sei, anche se gli anni scavano solchi, anche se le vite si dividono, anche se gli spazi per stare insieme diventano colpevolmente ridotti e a volte persino non cercati. Quante ne vedo, in giro, a far gara a fregarsene dei figli, a usarli solo come strumento per lotte intestine coi mariti o come ammennicolo di cui fregiarsi con parenti ed amici.  Madri da quattro soldi, pronte a dimenticare, a vendere, ad abbandonare. Madri che non sanno quello che fanno e che per questo neanche verranno perdonate, né qui né dopo. Madri moderne, ottenebrate dalla televisione e dai bisogni indotti, madri che non sono madri. Ma c'erano, una volta, e a volerle cercare ci sono ancora, madri giuste, responsabili, buone nella piena accezione del termine. A voi tutte va il pensiero e il bisogno di dire grazie, per quanto avete fatto, per quel che avete sofferto e per tutte le volte che ci siete state vicine nei nostri piccoli e grandi drammi. Non conteranno i fiori né i regali, conterà avervi - e conservarvi - nel cuore. Non solo oggi, ma sempre.

PANETTONI IN BORSA

 (Prima pubblicazione 08.05.2009)


A volte, leggendo certi articoli che sproloquiano sui cibi etnici o sulla tradizione dei cibi locali che arretra davanti alle avanzate di kebab e sushi, mi viene da sorridere. Davvero ancora qualcuno di noi crede, immagina, che quel che mangia abbia una minima parvenza di tradizionale? Ne dubito. Così quando vedo che ancora ci attacchiamo ai cari ricordi dei nostri antichi natali, quelli passati nell'attesa che nei negozi spuntassero quelle amate scatole di panettone con i gloriosi marchi Motta e Alemagna, penso che siamo solo degli inguaribili romantici. Angelo Motta creò il suo dolce nel 1919 e implacabilmente negli anni settanta finì nelle mani della Iri-Sme così come anche il suo diretto concorrente, Gino Alemagna, che lo inventò nel 1921 e fu venduto anch'esso dal figlio alla Iri. Nel 1993 la Nestlè, il colosso svizzero li acquisì dallo Stato e ora rieccoli di nuovo su banchi ben più importanti di quelli dei nostri supermercati. Di nuovo in vendita, come è il loro naturale destino. Ora la Nestlè punta ad altro: Nestum, Althera, Nescafè, Mowenpick e vuole disbrigare i vecchi Motta e Alemagna. Dall'altra parte del bancone stavolta si affacciano Bauli e Bistefani. Bauli è in corsa anche per Doria e La Croissanterie e se riesce a svicolare l'antitrust potrebbe cancellare la concorrenza sia nei periodi tradizionali delle festività che per gli snack e i dolci durante tutto l'anno. A questo punto, a parte la nostalgia che lascia il tempo che trova, comincio a pensare che forse comprare azioni - anziché panettoni - legate a Motta e Alemagna non sarebbe poi così sbagliato.

POESIOLE SCOLASTICHE

 (Prima pubblicazione 04.05.2009)


(N:B: Una piccola raccolta di poesie scritte da mio figlio quando era bambino)

-Amico sol, nel tuo splendore

ogn'ombra fugge

e del gelo il rigor

presto distrugge.


-Mare, mare grande, mare antico

se la luce del faro t'innamora

ogn'onda tua s'ingrossa e trascolora.

Rimani, te ne prego, un buon amico.


-Vento birichino che voli lassù

sai dirmi che cosa intravvedi quaggiù?

Vedi noi tanti, ma tanti bambini

intenti a giocare coi nostri giochini

e invece tu corri lontano, lontano

e giochi da solo con un aeroplano.


-Oh notte, che spandi sui colori un velo scuro

rubato hai la mia ombra contro il muro.

Eppur m'accompagnava stamattina!

Me l'hai nascosta nella tua cantina?

L'ORA DEL RATTO

 (Prima pubblicazione 29.04.2009)


Il sibilo iniziò alle ore 05.00, ora locale di Roma. Iniziò contemporaneamente in tutte le parti del mondo e nell'arco di un ora arrivò ad una intensità di decibel tale che nelle prime tre ore morirono seicento milioni di persone, chi colpito dalle schegge dei vetri esplosi, chi sotto le macerie dei palazzi ridotti in frantumi, chi semplicemente col cervello spappolato. Furono i più fortunati. Quando smise l'umanità era piombata nella paura, una paura inarrestabile, ancestrale. Il silenzio, caduto di botto, fu il preludio all'urlo, un urlo talmente devastante da distruggere dighe, provocare maremoti, far esplodere centrali nucleari e tutti gli armamenti nascosti negli arsenali atomici. Le radiazioni si sparsero sul globo come un mantello di agonia. Nel volgere di ventiquattro ore la popolazione mondiale venne ridotta a tre miliardi di persone, attonite. Poi, contemporaneamente, in tutti i cieli, sotto il sole, tra le nubi tossiche, nella notte comparve il Ratto. Immenso. Una visione di puro delirio che si incise nelle menti terrorizzate di chiunque ebbe la forza di alzare gli occhi. E parlò, a tutti, in tutte le lingue, in tutti i dialetti. Tutti compresero cosa stava urlando. Purtroppo. -" Non conoscete il mio popolo. Ma il mio popolo era prima di voi e resterà dopo di voi. Il mio popolo ha fede e innalza sacrifici, da secoli e secoli sacrifica carne al suo Dio e i sacrifici sono stati accettati. Nel segreto del suolo ha eretto le mie cattedrali, colonne di ruggine reggono altari di fango, e mi sono graditi. Avete pregato Allah, ma loro celebrano sotto la Mecca. Avete pregato Buddha, ma loro hanno roso le radici del Bipal. Avete pregato Cristo, ma loro sanno che fine ha fatto il suo corpo. L'ora del mio popolo è giunta, perché grande è la loro moltitudine, grande la loro fede e unito è il loro pensiero. Oggi vengo a riscuotere i debiti e a donare al mio popolo il mondo che gli è dovuto dalla antica alleanza." - Il muso del Ratto si contorse in un ghigno irreale, contornandosi di una luce pari a quella del sole, bruciando le retine a chi lo fissava. Poi scomparve e sul mondo scese il silenzio. Poi, i topi cominciarono ad uscire.

*Fine*

STUPORE

 (Prima pubblicazione 22.04.2009)


(N:B: un piccolo testo scritto all'epoca per la scuola da mio figlio bambino)


Salgo sopra un albero e rimango stupito del paesaggio: vedo un limpido ruscello, tantissimi alberi, un enorme vulcano, piccole montagne e in lontananza c’è anche il mare.

Non ho proprio idea di dove sono finito, però sento in lontananza il ruggito di un animale feroce ma dopo il silenzio. Ad un certo punto sento però un brontolio al mio stomaco, così infilo la mano nella tasca e prendo una delle mie merendine e la mangio affamato.

Sono veramente solo e desidero incontrare qualcuno, cammino, cammino e non trovo nessun umano.

Comincio ad avere un po’ di sete fortunatamente trovo un ruscello e mi metto a bere ma mi faccio il bagno. Nel ruscello trovo tantissimi pesci ma riconosco anche degli esseri che ho studiato a scuola: i nautiloidi e i trilobiti; ma non è possibile! Questi esseri sono scomparsi milioni di anni fa, sono finito in una foresta preistorica!

MAGNA' E DORMI' (Aldo Fabrizi)

 (Prima pubblicazione 21.04.2009)  un sonetto originale di Aldo Fabrizi


So' du' vizietti, me diceva nonno,

che mai nessuno te li pò levà,

perché so' necessari pe' campà

sin dar momento che venimo ar monno.

Er primo vizio provoca er seconno:

er sonno mette fame e fà magnà,

doppo magnato t'aripija sonno

poi t'arzi, magni e torni a riposà.

Insomma, la magnata e la dormita,

massimamente in una certa età,

so' l'uniche du' gioje de la vita.

La sola differenza è questa qui:

che pure si ciài sonno pòi magnà,

ma si ciài fame mica pòi dormì.

LA VOLPE

 (Prima pubblicazione 19.04.2009)


E' buia, del tutto, la strada che percorro, nel silenzio della campagna del parco di Vejo. Rare stelle dall'alto si domandano che diavolo ci faccia a quest'ora in giro, invece di starmene sul divano con mio figlio sulla pancia a guardarmi i pesci nuotare nell'acquario. Lo stormire quieto delle foglie degli alberi fa da tappeto al nero della notte. I fari dell'auto lo tagliano, nel mostrarmi il quotidiano asfalto da percorrere e lei sta lì, eccola, improvvisa, a far capolino dal bordo di un cespuglio, col suo muso appuntito, girovaga come me, anche lei alla caccia di qualcosa, che non sa se troverà, altre cose minuscole e pelose, cose che si muovono furtive ai limiti dello sguardo, cose che brucano, che masticano, che strisciano e non sanno che stasera moriranno. Lei sta lì, e mi osserva indecisa, pensa forse che farà in tempo a passare prima che io arrivi fino a lei, o forse pensa che sia meglio rinquattarsi tra l'erba e aspettare che questa cosa grossa e rumorosa passi oltre e si perda nel buio. La vedo, con il suo pelo giallo rossiccio, la coda lunga e piena, le orecchie appuntite e gli occhioni spalancati. Penso quanto sia dolce ritrovarla, ogni tanto, confortevole quasi, una compagna sperduta e inaspettata, protagonista di un appuntamento che non ci siamo dati eppure ritorna, casuale. Fa bene all'anima vederla e sapere che c'è, da qualche parte, come i ricci grassocci, come i fagiani dalla lunga coda, che anche loro, stanotte, stanno osservando le stelle. Rallento, mi piace riempirmene gli occhi, riempirmene la mente, proibirmi di scordarla.. e infine passo e la lascio laggiù, mentre selvatica zampetta rapida da un bordo all'altro della strada e già mi ha scordato, presa da sé e dai suoi famelici pensieri.