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giovedì 25 dicembre 2025

UNA SERA COME TANTE (un racconto drammatico)

 (Prima pubblicazione 21.09.2012) © Crenabog 

Questo racconto è stato pubblicato nel libro antologico I VOLTI DEL MALE edizioni Porto Seguro


Ah...mi scusi... non volevo urtarla, scusi ancora. Stasera non sto troppo bene. Devo aver bevuto un po' troppo. Birra anche lei, eh? Sempre buona, è un piacere. A me non piace molto bere liquori, ci si ubriaca subito e poi... ma sì, costano troppo, anche se volessi non potrei permettermelo. Sì, certo, posso comprarli al supermercato ma sa, vengo qui al pub, almeno sto con qualcuno, si trova sempre da far chiacchiere. Anche lei, eh? Bravo, bravo... ehh (cough, cooff...) scusi, la tosse, ultimamente no, non sto proprio bene. Mettici la stanchezza, mettici che sto sempre in giro. Si è messo pure a far freddo. Eheh, ah sì, le stagioni non sono più le stesse, dice, eh? Io non lo dico più, sa com'è, mi ricordo ancora quella vecchia battuta che faceva così: " Nel paese dove il tempo è sempre bello, di che parlano gli imbecilli? " Oh, ma no, mica le stavo dando dell'imbecille, no, mi scuserà, sono io che sto diventando sempre più imbecille. Mah. Sarà la vecchiaia. Vede? Una volta non avevo tutte queste macchie sulle mani. Son brutte, lo so. E' il tempo che passa... Mario, per favore, mi dai un'altra birra? Sì, grazie. Vorrà scusarmi se non gliene offro una ma, i soldi... non ce ne sono mai, anzi, non ce ne sono più. E lo so che non dovrei buttarli così, non dovrei fumare...Lei fuma? Sì, guardi una sigaretta gliela offro volentieri, se le piacciono queste. Lasci, l'accendino...eccolo . Non mi riesce di smettere, ci ho provato tante volte ma, levo il fumo, levo la birra... e che mi resta? Ahh, grazie Mario. Mmhhh, oh sì, Dio se è buona. Va giù quieta, e fa il suo lavoro con calma. Ci si mette tempo ad ubriacarsi, vero? con la birra, dico. Ti dà il tempo di parlare. Pure troppo a volte. Non è che la annoio? No, gentilissimo, fa piacere, sa, parlare con qualcuno. Dicevo, se levo anche queste cose non ho più niente. Già son povero di per me, così mi illudo che ho ancora qualcosa. Soldi da spendere in cose che non servono, già. Ha ragione. Illusioni. Ma sa, mica è stato sempre così, quando ero ricco...eh, lo so io, quel che facevo... mica come mi vede adesso. Va be', il giubbotto lo porto da anni, ma non è per i soldi, era un regalo di mia moglie. No, non c'è più. Anche la sua? Mi spiace. No, la mia non è morta, se ne è andata. Era ancora più stufa di me di quanto lo sono io. No, non è una battuta... Le case, oh, sì, ne avevamo due, e una villa, sa! con la terra e la vigna e gli alberi di frutta, quanto era grande... E dico, se lo ricorda, tutto quel che ci compravamo? Ahah, sì, anche noi, talvolta. Sì, con cinquantamila lire ci andavamo al ristorante in quattro, ora con venti euro ci prendi un panino e una coca al fast food. E i dischi, ma sì, gli ellepì, se li ricorda? Oh, ancora costavano tremila lire! Ma no, davvero, eh va be', magari lei è più giovane di me, sì? davvero dico, che ci prende adesso con un euro e mezzo, un pezzetto di pizza? Bianca, eh, neanche con la mozzarella. Se non disturbo me ne accendo un'altra... ecco qui, chi pensava mai che avremmo pagato diecimila lire per un pacchetto di 'sta roba... ci facevi la spesa, quasi, ti ci compravi una camicia magari. Roba buona, eh, che le portavi anni. Adesso vai al mercato, certo, sì, anche io oramai mi vesto lì, sa, c'è un banco di roba usata, con venti euro ci ho preso un giaccone, certo, dentro ho dovuto cucire tutti gli strappi, lo so, le misure non vanno mai bene... e poi, sempre quelle targhette, fato in PRC, ah, che ci hanno, paura? a scriverci repubblica popolare cinese? che pensano, che non lo sa nessuno? Che poi son le stesse robe che vedi in quegli scatoloni gettati lì nei negozi cinesi. Ma sì, su in piazza Vittorio. Bah. Che una volta lì le case erano storiche, e di lusso, e adesso nessuno le compra neanche regalate, con questi dappertutto... (Cough, cough...) Mi perdoni. Sarà il fumo... mica son più buone come una volta. Tutta la stessa robaccia, dentro ci trovi persino i pezzetti di gambo e si spengono. Mah. Le sigarette si spengono, le luci si spengono, il lavoro finisce, i soldi finiscono... Anche lei? Brutta, eh? Anche lei non trova niente? Io ho provato anche a chiedere di pulire i cessi, no, mi scusi, me ne vergogno, ma nemmeno quello mi han dato da fare. Che vuol fare, quando si deve mangiare... Ssst, guardi, gliela dico tutta, sono arrivato a guardare le vetrine e a pensare di entrare e rubare i soldi alla cassa. Ma non ci riesco, sono proprio un incapace. Ah sì, glieli raccomando i valori. Dice? Mah, forse, una volta era pure per quello, ma ora, lo so, sono un debole, ho paura. Non ci riuscirei. Lei dice? Ci vuol coraggio, eh, la capisco, magari perchè è più giovane, dice così, ma bisogna trovarcisi... E poi, forse, sto così male che magari anche se mi mettessero dentro, almeno mi darebbero da mangiare e da dormire... No. No, la casa non ce l'ho più da un pezzo, e anche se ce l'avessi chi ci starebbe dentro? I parenti son morti tutti, sì, anche loro così, ahhhh che ho il fegato a pezzi, mica lo so quanti anni ho ancora... No, ma che, sono un rottame, inutile scherzarci sopra. Se ho figli? Sì, avevo anche un figlio ma sa, si cresce, e un padre diventa un portafoglio e un portafoglio vuoto non lo vuole nessuno e così anche lui chi sa che fa. Sono anni che non lo vedo... Ma mi sa che è tardi... oddio, guarda che ora è, devo andare alla mensa, sì, la Caritas, almeno mangio qualcosa, mi danno una brandina, tiro avanti un altro giorno...come? L'orologio? Ah sì, è l'ultimo ricordo di mio padre che mi è rimasto. Sì, è d'oro. No, non l'ho mai impegnato, faccio finta di avere ancora mio padre vicino. Be', adesso vado... Mario ciao, quando posso ci rivediamo. Ah, viene via anche lei? E' tardi, sì, ha ragione... oh, quasi non mi reggo sulle gambe... aspe' che mi appoggio al muro... certo, se mi dà una mano, magari, con l'aria fresca alla mensa ci arrivo. Non è troppo lontano, con tutti questi vicoli ci si perde, sì... grazie che mi regge il braccio. Ma. Che sta facendo? No, l'orologio no, lascia, che fai, che cazzo stai a fa', non tirar...aahhhh! Che cazzo hai fatto! Ma che è. Sangue, ahhh , Dio se fa male, dove corri, aiuto, c'è nessuno? Oh, Dio... no, ecco. Oh perchè, il muro, è buio. Mi siedo. Devo tenere le mani sulla pancia... Quanto ne esce. I pantaloni sono tutti sporchi. Madonna, che male... Dio, che razza di regalo che mi hai fatto stasera, eh? ahhhh, male, fa male... no, basta, ah, scusa Dio, va bene così. Lo so che non sarei stato capace di farlo da solo... arrivo. Papà. arrivo...

Commenti scelti dei lettori dell'epoca :

back.tothefuture : Gran bel racconto, Crena. Ti sei superato nel far sentire a chi legge quel che tanti provano e temono. Grazie.

Lucrezya57 : Ciao Crena un racconto di una vita di oggi quante persone oggi soffrono la solitudine e si ritrovano in qualche posto per sorseggiare qualcosa e magari qualcuno si avvicina e incomincia il dialogo oggi purtroppo ci ritroviamo in parecchi ad essere cosi vuoi per le condizioni economiche vuoi che la gente è presa da altro se ne stanno tutti in casa rintanati....a volte vien difficile anche uscire...un abbraccio e un sereno fine settimana ops grazie per gli auguri a mia figlia che ricambia kiss Lucrezya

kesterGIRL90 : ogni volta che leggo le tue frasi mi disconetto da mondo per qualche istante..... molto riflessivo questo racconto..la vita è dura..ma la solitudine la rende ancora più triste........

gattina1950 : L'ho letto d'un fiato....forse ha fatto la fine migliore....e proprio per mano della persona a cui aveva dato l'ultima fiducia.

Hai raccontato in un modo emozionante la solitudine di oggi....in un mondo vuoto....ciao

Matt.44 : Profondità e rassegnazione attraversano questo bel post,scritto con la capacità di riuscire a vivere ed a parlare del nostro dramma sociale ed averlo sempre ben presente. In fondo siamo sempre noi attori passivi di una realtà che non cambia finchè non cambierà l'uomo e il suo modo di concepire le relazini sociali, il lavor e la famiglia.

Stringiamoci forte attorno a ciò che ci resta e lavoriamo insieme per credere davvero in un mondo migliore..nonostante tutto ci spero ancora..ciao Crena

Hamsho : Solo un genio come te può sputare in faccia alla realtà tante verità.

Notte Marco, ciao

serenella21 : lo spekkio di questa societa', solitudine egoismo e indifferenza, sei bravo marco, hai saputo descrivere cio ke tutti nn voglio vedere, la poverta' dilaga sia nell'ambito sociale ke interiore

unpensieroxte : Ciao Marco 

Non so ke dire xkè pensavo ad una “cosa qualsiasi” invece mi sono imbattuto in una specie di libro, l’ho letto, ho sentito e letto la musica del video, molto bella. La condizione di oggi raccontata da un “vecchio” al bar, o in un pub ma la cosa nn cambia, mi piace chiamarlo bar. Forse queste situazioni c’erano anke una volta, negli anni 60 o giù di li, vero ke c’era un benessere crescente ma si veniva dal dopo guerra.

Di gente ke stava male ce n’era anke allora, ma il lavoro era presente ovunque anke se mal pagato.

La kiakkiera, lo sfogo, la voglia di comunicare e di confessarsi, e ki non ce l’ha ?

si crede di parlare con persone a posto, ke ti ascoltano e invece le stesse persone ti infilano un coltello nella pancia x toglierti anke l’ultimo dei beni. Alla fine quando non hai + nulla e sei troppo debole, se ne accorgono, come sciacalli si avventano x sopravvivere pure loro, come se la guerra fosse solo tra i poveri, già xkè ogni guerra è messa in piedi dai ricchi x diventare ancora + ricchi, i poveri rimarranno sempre poveri.

Complimenti bella storia

giovedì 11 dicembre 2025

FAME

 (Prima pubblicazione 29.11.2009)


Quando ero piccolo, passavo le giornate a giocare in casa. Ero felice. Vedevo il sole alzarsi e poi la luna e le mie giornate erano fatte di giochi, carezze e cose buone da mangiare. Un giorno partimmo in auto per un viaggio ma non stavamo andando ad un negozio come sempre, andammo in un posto in campagna. Giocammo tanto poi, mentre tornavo con la palla, li vidi andare via. Non sapevo cosa fare. Io non so le cose. Sono sempre stato con loro in casa. Quando venne la notte piansi a lungo. Avevo fame. E freddo. I giorni dopo camminai tanto, mangiando frutta caduta dagli alberi che mi fece stare male. E poi vidi delle case. Ma nessuno giocava con me. Mangiai dei rifiuti ma avevano un sapore cattivo. Vomitavo. Ero stanco, e avevo fame, e freddo. A volte incontravo altri come me, più grandi, ma non erano buoni, mi facevano male, mi correvano dietro. Perché? Io sono sempre stato buono. Volevo solo giocare e dormire al caldo. Scappai di nuovo nella campagna. I giorni passavano. Fa sempre più freddo e a volte piove. Non ho più trovato da mangiare. Nessuno è più venuto a cercarmi. Non riesco più a piangere. Ho fame. Che cosa faccio? Non so pensare le cose. E' tutto buio, di nuovo, ma li sento. Quelli cattivi stanno venendo di nuovo. Forse vogliono mangiare me. Vedo una luce che arriva laggiù.  Va veloce. Sono stanco e ho paura. Non voglio essere mangiato. Posso fare solo una cosa. Attraversare la strada. Ciao. Mi dispiace tanto. Volevo solo giocare ancora un poco e mangiare cose buone.

lunedì 3 novembre 2025

ALLA RICERCA DEL TEMPO PERDUTO : 36

 (03.04.2009)

I primi ricordi, forse, sono della tua schiena sulla quale salivo a cavallo, piccolissimo, ancora incosciente di quel che fosse il mondo, per me tutto racchiuso in quella casa dal balcone coperto, e la pecora a dondolo e il topolino giallo da far galleggiare nella mia vaschetta. E i tuoi grandi sorrisi, orgoglioso di quel figlio che ti portavi appresso anche sui cantieri, dove guardavo stupito le grandi impalcature e le buche nel terreno dove si impastava la calce. Tutti i giorni, quando mi portavi a scuola e sempre ti ritrovavo all'uscita, anche negli anni bui in cui varcavo con terrore le porte dell'istituto certo di quel che mi avrebbero fatto i compagni e contavo i minuti pregando di arrivare allo squillo della campana e correvo per le antiche scale in cerca di rifugio nella nostra Dauphine blu, e non capivi cosa avessi, finché non confidai tutto a mia madre. Ricordo il giorno in cui, all'uscita, affiancasti i miei compagni e bastarono poche parole perché potessi nuovamente vivere qualche tempo tranquillo. Almeno fino a che non fui cresciuto a divenire carogna quanto loro e a riprendermi il rispetto con i pugni. Ricordo i grandi viaggi vagabondi con le tende in tutta Europa, alla scoperta di un mondo che ci trovava complici nel meravigliarci e dove io facevo da interprete e tu da spettatore curioso del mio parlare con chiunque capitasse. Ricordo gli anni passati a dipingere e a disegnare, sempre più, sempre meglio e il tuo ripetermi che non mi avrebbe portato da mangiare ma poi, quando arrivavano i trofei e salivo sui palchi per riceverli ti brillavano gli occhi. Ed il lavoro che seguimmo insieme, le albe gelide prima che venissero gli operai a sentire la pelle delle mani attaccarsi ai tubi dei ponteggi e le nottate ancora a finire i conti ed i preventivi, ed il tuo continuo arrovellarti per trovare da mangiare e lavorare per venti famiglie e tutto quello che sempre facesti per noi, sempre il meglio, le scuole, i club esclusivi dove andavo a nuotare con lo Scià di Persia ed a giocare a scacchi con Burt Lancaster per poi non capire perché tu giravi sempre con gli stessi vestiti.. Mi insegnasti che un contratto si può fare stringendo una mano, che dire una cosa obbliga a farla, che se ti prendi una moglie è per la vita. E l'ho fatto, Dio sa se l'ho fatto, perché io sono te, e finché io vivo tu vivi.. E non bevevi, e non fumavi, ed in cambio ne avesti una cirrosi epatica mai diagnosticata perché asintomatica, che rapida e maledetta ti portò alla fine, tra sbocchi di sangue e svenimenti, in quel letto del Gemelli attaccato a flebo e macchinari ed ancora - col terrore di quanto ci avrebbe aspettato - continuavi a scrivere appunti per il lavoro da svolgere. Il mio colpevole sfuggire alle visite, oggi perché gli orari del lavoro non collimavano, domani perché abitavo fuori Roma, ma in fondo solo per la scaramantica illusione che se non ti vedevo morire non saresti morto. E stavo accanto a te, indeciso se parlarti, senza trovare le parole, contando i minuti per fuggire, da quel bastardo che ero. Ci lasciasti così, in un giorno di luglio nel sole, a misurare i mesi che ci aspettavano prima del crollo che ci avrebbe portato via tutto insegnandoci quanto sa di sale il pane altrui, e la paura di vivere senza te. Mi restarono il tuo cappello col quale fingo di sentire i tuoi pensieri, i tuoi occhiali con i quali guardo il mondo che vedevi tu, il porcellino di plastica che bambino ti nascosi nel portafogli e lì lo ritrovai ed ora viaggia ancora con me. E la incalcellabile colpa di non averti mai detto "Ti voglio bene" tutte le volte che avrei potuto farlo. Aspettami nella luce, papà, presto saremo di nuovo insieme. Per sempre.