(Prima pubblicazione 05.08.2011) © Crenabog
Racconto comparso nell' antologia I VOLTI DEL MALE ed. Porto Seguro
No. Non lo avevo mai visto prima, quando aprì la porta del bar. Ricordo che si guardò intorno come a sincerarsi d'essere nel posto giusto poi venne verso di me e si sedette. - Un cognac, per favore - chiese e naturalmente lo servii. Non gli rivolsi la parola, neanche lo conoscevo, di solito sono loro che si rivolgono a me, quando la notte è fonda e han bevuto abbastanza per farlo. Ne chiese un altro, mi accorsi che aveva la mano che tremava e pensai che doveva avere qualche problema. Rovesciò qualche goccia sul legno lucido e farfugliò delle scuse, tentò di pulire con i fazzoletti di carta. Lo aiutai con lo straccio. Alzò verso di me gli occhi e brillavano di lacrime. Chiese ancora di bere e lo servii con pazienza. Sapevo che avrebbe finito per aprirsi e non intendevo fargli fretta, qualsiasi cosa avesse. Era una notte fredda, lo ricordo bene, i vetri del locale erano tutti annebbiati e i fari delle auto che passavano li rendevano a tratti giallognoli poi tornava subito la penombra del bar. Passò...che so... forse un ora o due, la bottiglia era vuota a metà quando improvvisamente abbassò le spalle, come se tutto il peso del mondo gli fosse caduto addosso e non avesse avuto più la forza per sostenerlo. Iniziò a parlare in maniera sommessa, forse più a sé stesso che a me:- Ci credi se ti dico che a noi i cani sono sempre piaciuti? Ho sempre voluto bene ai cani. Anche mio figlio era contento quando poteva accarezzarne uno. Figurati se gli avremmo mai fatto male. Di proposito, poi. Ma quando mai. No. Nessuno voleva fare male al cane. Accidenti a lui, era lì in mezzo alla strada quando facemmo la curva e ho cercato, sì, certo che ho cercato di frenare, non volevo fargli male. Ma gli ho sbattuto addosso, volò via, corremmo tutti fuori e andammo a vedere cosa era successo. Mia moglie era terrorizzata, il bambino si era nascosto dietro di lei. Mi avvicinai a quel cane lupo e pensai che era così grosso, così grossi non ne avevo mai visti. Non si muoveva più. Lo alzai a fatica e lo caricai nel cofano, poi corremmo da un veterinario. Ce ne stava uno che avevo visto andando al lavoro. Lo portai lì, disse che era grave ma che avrebbe fatto il possibile. Gli lasciai dei soldi e il numero del telefono così il giorno dopo mi chiamò per sapere cosa doveva farci. Col cane. Io, noi, avevamo pensato di tenerlo, ci dispiaceva tanto e se non era di nessuno... quando andai disse che non aveva tatuaggi così decidemmo di portarlo a casa. Gli avevamo preparato un posto comodo, gli facevamo da mangiare...sembrava che si riprendesse bene. Ma certe sere, mentre eravamo seduti a vedere la televisione mi giravo e me lo trovavo col muso vicino alla testa, a fissarmi. E non era amore quello che gli vedevo negli occhi. Sembrava in attesa. E, lo sai, dammi dell'altro cognac, era sì in attesa, quel maledetto. Aspettava il momento giusto. Dieci giorni fa siamo usciti, io e mio figlio, l'ho portato a scuola; mia moglie era uscita a portare fuori il cane e mi hanno detto che è caduta dalle scale. Non è caduta dalle scale. Quel maledetto l'ha tirata. E lei si è spaccata la testa...erano vent'anni che eravamo sposati. Avevamo ancora tutta la vita davanti. Quando l'abbiamo seppellita non sapevamo più cosa dire, mio figlio non faceva che piangere. Quando siamo tornati a casa era lì, seduto nel salotto, scodinzolava. Sembrava che ridesse. Così, il giorno dopo, appena ho lasciato il bambino a scuola, l'ho preso e l'ho portato al canile municipale e l'ho lasciato lì, ho detto di averlo trovato in strada e che non sapevo di chi fosse. E che per quel che me ne importava potevano anche gassarlo. Anzi. E me ne sono andato. Due giorni dopo mi telefona la scuola per dire che mio figlio non si trovava, sono corso subito, non c'era da nessuna parte. Abbiamo chiamato la polizia, abbiamo cercato dovunque. Mi hanno accompagnato a casa, sudavo freddo, non capivo più niente. E quando sono entrato il cane era lì. In salotto. Mi guardava. E aveva il muso coperto di sangue. Devo aver perso la testa perché ricordo che presi un martello, lo inseguii e lo massacrai a martellate. Guarda. Mi ha strappato la pelle dalle mani e dalle braccia ma alla fine era ridotto a un mucchio di ossa. Ho aspettato che si facesse buio, l'ho messo in un sacco e l'ho gettato nel fiume. Mio figlio non lo hanno più trovato. - Avevo la pelle d'oca e non sapevo cosa rispondere, mentre lui continuava a bere, un bicchiere dopo l'altro. - Ma non credere che sia finita. Eh no, magari fosse così facile. Quella carogna è morto, e speravo stesse a bruciare all'inferno. Ma stamattina, quando sono uscito, era in strada, guardava la casa dall'altra parte della strada, se ne stava lì. Fermo. E la sai la cosa assurda? No, non sono pazzo, il sole era alto e l'ho guardato bene. Non aveva ombra. Quando si è alzato e ha cominciato a seguire la macchina l'ho visto bene. Non c'era l'ombra. E quindi, amico mio, sì, lasciami qui la bottiglia... sai cosa farò adesso? Andrò a trovare mio figlio. - Alzò la bottiglia e bevve quel che era rimasto, mi lasciò sul bancone il portafoglio - Questo non mi serve, dove vado, - disse e si alzò barcollando per uscire. Girai il bancone col portafoglio in mano per ridarglielo, glielo misi in tasca e lo accompagnai alla porta. La aprii, non c'era nessuno in giro a quell'ora, solo la luce giallastra dei lampioni che gettava ombre vaghe sull'asfalto. Mi volle dare la mano, curioso, eh? come si comporta la gente a volte, e si allontanò sulle gambe malferme. Non fece in tempo ad attraversare che sentii un ululato, poi un altro e un altro, e ringhi da ogni parte della strada. Ma non c'era nulla, non vedevo niente. Cadde a terra, si agitava, urlava come un pazzo: tornai dentro a prendere un bastone, chiamai gli altri che stavano a bere e uscimmo di corsa ma quando lo raggiungemmo era a brandelli in un lago di sangue. La polizia ha pensato che fossimo tutti ubriachi e che una macchina lo avesse investito. Io invece lo so quel che è successo. Quel bastardo si è portato su tutto il branco da là sotto. Perciò ora me ne andrò a casa, ma prima per favore, dammi un altro bicchiere di whiskey , anzi dammi la bottiglia, eccoti i soldi. Il bar l'ho lasciato chiuso. Come perché... perché quando tornammo dentro vidi la porta che si apriva e si richiudeva. E in terra delle impronte insanguinate. E se pensi che voglia tornare là dentro, allora sei più ubriaco di me...
Commenti scelti dei lettori dell'epoca :
cicalasiciliana.SR : Mi sono accorta che hai scritto di getto da un'impercettibile sfumatura, ma per questo è il più bello in assoluto, sempre per me, perchè ti sei lasciato andare senza il cavillo di fermarti per rivederlo. Eravamo in due a leggerlo, la mia amica che mi sta ospitando ed io. Ci dovevi vedere, sedute sulla stessa sedia ci spintonavamo per farci spazio al PC. La mia amica, che non ti conosce, non voleva credermi quando le ho detto che era frutto della tua mente, poi mi ha creduto perchè sa che non mento. E' troppo bello per non piacere
SOGNANDO59 : dal titolo mi aspettavo qualcosa di diverso! Mi hai lasciato senza parole, sembrava quasi di assistere alla scena di un film horror, ...la foto evidentemente!! bella narrazione, fluida e anche accattivante!
da.ila : ottimo post. un racconto che si legge d'un fiato con una crescente tensione. scrivi molto bene!

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