mercoledì 24 dicembre 2025

PROFUMI E SAPORI (l'importanza dei sensi nei ricordi)

 (Prima pubblicazione 17,06.2019) © Crenabog 


Si può cercare di vivere in qualsiasi modo decidiamo, ponendo paletti e regole alle nostre esistenze per dargli un ordine, ordine inventato da altri ma al quale ci piace uniformarci, perché ci fa stare a nostro agio, probabilmente per via del fatto che collima in tutto o in parte con un qualche nostro personale retaggio. Ma c'è qualcosa al quale non possiamo sfuggire, e anche questo è inevitabilmente legato al nostro tessuto intimo, agli arzigogoli della mente, a vaghi ricordi o a potenti sensazioni che albergano nel nostro essere: ovviamente parlo dei profumi e dei sapori che ci smuovono, con i loro effluvi, verso scelte ponderate o meno e con risultati che a volte ci confortano. Profumi dunque, ognuno di noi, di voi lettori, ha le sue preferenze che non saranno del tutto ragionate ma istintive. Così come non posso dimenticare la caccia che diedi ad un sottile ricordo di infanzia, per anni ed anni, tentando di riandare con la mente a quegli anni così piccoli, analizzando quel profumo o forse era un sapore, vago, di cioccolato e noccioline che mi assillava scoprendo poi per puro caso come si fossero mescolati in modo anomalo i vari ricordi infantili. I sapori infatti provenivano da una associazione mentale, bambino piccolo andavo con mia madre per un viottolo di campagna che ci conduceva ad una sorta di dispensa dove compravamo qualcosa da mangiare, pane, uova, latte e c'erano delle piccole tavolette di cioccolato che mi comprava per premio, proprio quel sapore che mi scivolava tra lingua e palato mentre, grande ormai, tentavo di ricordare il vero profumo; ed ecco che tutto si risolse quando, abitando in una metropoli, mi trovai a camminare a fianco ad una gigantesca siepe di gelsomino, finendo inondato dai ricordi più cari e comprendendo che quello, e non altro, era il profumo che cercavo, grandi cespugli di gelsomino che lambivano il sentiero campestre nel quale passeggiavamo mano nella mano. Ecco cos'era. Gelsomino che ancora oggi mi vedi tuffare la faccia in ogni tuo cespuglio per tornare bambino, per sentire il cuore battere ancora. E sapori inusitati, che ho cercato di diffondere raccontandoli ogni volta che potevo, sperando che la loro memoria non andasse perduta, certo non come quel sapor di ipecacuana cantato dal Gozzano, bensì il gelato di vaniglia e limone favoleggiato da Ray Bradbury, nel quale incappai durante una delle mie letture, così magistralmente narrato, da far venire voglia di gustarlo subito e da lì la ricerca, nelle gelaterie, della mescola perfetta, prove su prove, mai neanche avvicinandomi a quella specie di ambrosia che il buon Ray intendeva propagare, fin che riuscii a trovare una gelateria dove facevano la crema con la vaniglia bourbon del Madagascar, piena, corposa, gialla di uova vere ma non con il gusto pesante dell'uovo bensì con quell'aroma esotico proprio della bacca di vaniglia, ed un sorbetto di limone siciliano che iniziai a miscelare trovando alla fine la corretta proporzione, tre parti di crema di vaniglia e una parte di limone, assolutamente non in cono ma in coppetta, e mescolata a lungo con il cucchiaino ed ecco il sapore favoloso, quello che ti può riportare a luoghi inaspettati della mente ed è - ci credereste? - esattamente come quello delle leggendarie caramelle Rossana. E l'amore? L'amore ha forse un sapore, un profumo? Quante donne hanno lasciato una traccia in questa vita e i loro profumi chi li ricorda più? Forse uno, forse due, forse Fidji di Laroche che copriva la pelle della ragazza con cui passai tutta la giovinezza, allora addirittura in pasta, in una minuscola confezione dorata a forma di rana, quanta bizzarria, o forse quel che combinasti tu, tu che mi leggi, che mi hai sempre letto e non lo hai mai ammesso, ma che lo so bene, era l'unico modo che avevi per conoscere tutto di me: sapevi bene come muoverti nella mia mente, eterna bambina, figlia, sorella, tutto quel che volevi essere per me, tu che hai attraversato più di quarant'anni della mia vita, tornando, e tornando, e tornando ancora ogni volta che uno spiraglio si apriva nella mia corazza. Tu, che ogni mio gusto - e veramente intendo tutti - sapevi e manovravi ed io mi lasciavo fluire nelle vene quel tuo diabolico essere, quella mia oscura controparte pronta ad apparire esattamente come desideravo.. mai trovato donna come te, di un abilità sopraffina, rapida ad apparirmi e fulminea a scomparire. Che profumo avevi tu? Il profumo che volevo io, non il tuo, non quel che mettevi per gli altri, ma puntualmente quello che sapevi mi avrebbe fatto capitolare, quella vaniglia inebriante che mi faceva perdere il controllo, subito, senza se e senza ma, non potevo non essere tuo. Dove sei, adesso, con chi sei adesso? Staremo ancora una volta insieme, prima di scomparire nel nulla? E che sapore , che profumo lasceremo dietro di noi, la mia pelle che sa di zafferano, il mio profumo di lavanda classico ed inevitabilmente signorile? La tua scia di vaniglia irresistibile? Siamo ricordi che si assommano ad altri ricordi, siamo fogli bianchi sui quali una mano ignota scrive partiture fatte da odorosi contrappunti. Nulla più.

Commenti scelti dei lettori dell'epoca : 

VirPaucisVerbo : Massimo Mongai ne "Memorie di un cuoco d'astronave" citava quello che poi ho scoperto essere un proverbio salentino: "mangia a gusto tuo e vesti a gusto degli altri"; questo per dire che, mentre nell'esteriorità siamo inevitabilmente coinvolti e condizionati (seppur restii) a quella che è la situazione sociale e geografica e storica nella quale viviamo, per quanto riguarda i sapori, ed il ricordo che le papille gustative rievocano ad ogni scoperta siamo (dovremmo) essere assolutamente liberi di scegliere. E' - appunto - mangiando che riscopriamo gli archetipi. Ad un gusto, un ricordo, ad un profumo un volto, un luogo, una situazione. E mica è detto che debba essere un gusto indimenticabile da chef stellato: il pane giallo che mangiai nella cassœûla da bambino, mi ricorda la maestra delle elementari. E il sapore dei fiori di glicine, mio papà. E lo stesso ricordo, il profumo della terra del sottobosco di montagna. La camomilla mi porta alla memoria il volto di mia nonna, per mio nonno devo sentire l'odore delle pannocchie. E così è per quasi ogni cosa. Ignari, siamo legati a doppio filo a quegli aromi che associamo a ciò che veramente è stato importante per noi.

friarielle : Chissà perché il valore di ciò che ti riporta al passato cresce con il crescere dell'età o quanto meno con l'acquisizione di una certa maturità. Fino ad allora è difficile soffermarsi su un profumo, su un gusto, ma anche su un suono, che ti riporta a ricordi che hanno segnato in qualche modo la tua vita. Fino ad allora siamo sopraffatti da ritmi di vita che non consente la riflessione interiore, ciò che definisci autoanalisi. Oggi, per quanto mi riguarda, ho la possibilità di soffermarmi sui sensi e su ciò che hanno rappresentato nel corso della mia vita, già perché ogni senso ha captato un particolare che ti proietta ai ricordi. Mi è capitato l'altro ieri mattina, quando alle 6,30 del mattino, in campagna, una voce di richiamo in lontananza, mi ha proiettato a quasi 50 anni fa, quando con mio padre demmo avvio ad un vigneto. Hai ragione, ognuno di noi potrebbe scrivere un libro di un milione di pagine. Un abbraccio


LA CASA DI AUFIDIA VALENTILLA NEL MUSEO ARCHEOLOGICO DI ROMA

 (Prima pubblicazione 23.09.2016) © Crenabog 


Nel 1982, durante i lavori di restauro e scavo nell'edificio dell'ACEA in via Eleniana, a Roma, venne alla luce un antica casa romana. Le decorazioni del triclinium datano al secondo/terzo secolo a.C. E' conosciuta come la casa di Aufidia Valentilla. Attualmente si trova nella zona giardino degli uffici e magazzini del Museo Archeologico di fianco alla basilica di Santa Croce in Gerusalemme.




Tutta l'area, fin dal IX secolo a.C. , fu a destinazione prevalentemente funeraria. Tra il V e il I secolo a.C. fu usata per la coltivazione del grano con mulini e impianti per realizzare il pane. Mecenate modificò l'area tra il 42 e il 38 a.C. creando un quartiere residenziale dove le famiglie più ricche eressero magnifiche ville. A seguire, nei secoli, si formò un complesso imperiale fortificato: con Costantino (tra il 306 e il 337) venne denominato Palazzo Sessoriano e usato come residenza degli imperatori. Con l'imperatrice Elena l'atrio fu usato per il culto della croce di Cristo col nome di Cappella Palatina; con la fine del IV secolo d.C. Roma decadde anche a seguito del trasferimento della vita politica e imperiale a Costantinopoli. La profonda trasformazione dell'intera area, fortificata con le Mura Aureliane, il saccheggio della città per mano di Alarico nel 410 d.C. e la pestilenza del 590 d.C. ridussero l'intera zona urbana a nuove piantagioni e il palazzo e le residenze dei cittadini all'intorno divennero rovine. L'unica a prosperare fu la basilica, meta di pellegrinaggi. Tra le poche cose che restano da vedere, al di fuori appunto di Santa Croce in Gerusalemme, questo scavo raramente fruibile dal pubblico se non in visite guidate su prenotazione.



Nelle foto che vi inserisco potete vedere i magnifici resti della pavimentazione, delle mura e degli affreschi della antica casa romana e qualche altra curiosità custodita nei magazzini - chiusi ovviamente al pubblico - quali zanne di mammuth e scheletri nei loro sarcofagi di pietra. Le visite alla Basilica Sotterranea di Porta Maggiore, sono possibili sempre però prenotando presso la Coopculture allo 06/39967700.


RUGGINE (il materialismo nel Natale)

 (Prima pubblicazione 25.01.2019) © Crenabog 


Il sapore del Natale ormai passato si trascina lentamente, diffondendo quell'amaro che già nascondeva, a ricordare quanto di illusorio, di costruito dagli altri, vi sia in quasi ogni manifestazione dei nostri comportamenti e arriva al cuore, spazzando via, come una scopa di saggina in mano ad un implacabile netturbino, quella leggera mano di romantica vernice che l'occasione annuale vi aveva depositato. Forse solo l'infanzia ha ancora ragione di credere, o meglio sarebbe dire godere, in tali celebrazioni, perché è l'età dell'innocenza e quell'innocenza andrebbe protetta come un tesoro, fonte miracolosa di una formazione interiore dell'animo, sin troppo labile e facile a distruggersi. Non solo dalla stolta frenesia degli adulti a ricordare loro che nulla di tutto questo esiste, spinti dalla voglia di addobbarsi della gratitudine per i regali fatti, ma ancor di più dalla corsa al consumo che vede i negozi chiamare al Natale anche tre mesi in anticipo. Quale aspettativa, quale sorpresa potrebbe ancora sussistere, quando anche il più puro dei piccoli istintivamente vede tutto questo solo ed unicamente come una celebrazione del regalo? Celebrazione dell'egoismo, questo è diventata, e con sé fonte di aspettative, mai del tutto risolte. Portati a chiedere, a volere, e destinati ad autogratificarsi comprando per sé quel che si sa non ci verrà donato da chi, intorno, è troppo a sua volta preso a non immedesimarsi, a non sprecare tempo e cuore per l'altro ma solo rapido, inutile, insensibile denaro. Così anche questo passa, come un fuoco d'artificio, un lungo lampo d'attesa, una troppo rapida esplosione, ed infine il ricadere della cenere. E ogni altra cosa, nella vita, non è che la stantia ripetizione dello stesso rito, le unioni affettive, le nascite dei figli, la stessa vita in toto, eccola lì, nella sua glaciale semplicità , fatta di illusioni, attesa, ricevimento e delusione. Quanta filosofia sprecata, quanta ricerca del chi siamo, dove andiamo e via dicendo, Secoli di ragionamenti hanno affinato un unica arma, quella che pungola al far girare i soldi, puro materialismo fine a sé e sceverato di ogni afflato sentimentale, orbato dai significati più o meno religiosi che siffatte occasioni nascondono, ma non solo d'essi che troppo riduttivo sarebbe, tutto viene intaccato da quella consunzione, quel male sottile che è il primo regalo che ci viene fatto al concepimento. La consapevolezza della caducità e la certezza della morte. Forse, solo accettandolo e vivendolo ogni giorno e ogni momento, c'è la possibilità di un riscatto, di una vita onorevole, che abbia un significato, che crei dei lasciti, che non sia solo un vorticoso niente in attesa del nulla. Fossimo anche fatti del metallo più temprato capiremo un giorno che la vita è una ruggine, che non prove chiede a chi la vive, ma una completa e autentica rovina.

Commenti scelti dei lettori dell'epoca :

AllegroRagazzo.Morto : @crenabog,

E' sempre un piacere inenarrabile legerti e risponderti, apprezzare i tuoi punti di vista e immergersi nei tuoi scritti e ciò non di meno nei tuoi pensieri, ti abbraccio con accresciuta stima e sincera amicizia.  Una volta o l'altro verrò ad importunarti nella tua terra seppur con la stanzialità di una saetta, questo piccolo mondo seppur piccolo mantiene lacune connettive che ormai segnano indelebilmente la mia terra, desolata, abbandonata ed incapace di qualsivoglia miglioramento. Io sono già vecchio e marcente e per questo motivo del tempo, francamente, me ne infishio, scrivo sempre due righe al giorno relativamente alla nostra storia comune, per un po' credo ci abbia davvero fatto stare meglio.

Ancora, a Te oh Magnifico!, un caro Abbraccio!

CARLETTO MANZONI , UMORISTA (L'unico amore, i libri rari)

 (Prima pubblicazione 12.04.2019) © Crenabog 


L'unico amore, quella passione ribollente, che mai mi ha abbandonato nella vita, lo ammetto, ed è sempre stato ampiamente ripagante quanto meno se rapportato agli amori sentimentali con ragazze o donne che ho conosciuto in questi lunghi anni, è e resta quello per la letteratura. Ma letteratura tutta, non solo quella "alta" o quella modaiola. Da maniaco bibliofilo ho accumulato oltre diecimila libri e chi sa quanti altri mi sono passati per le mani finendo rivenduti; ricordo ad esempio quando partii per Siena per regalare alla mia Contrada un lascito di circa cinquecento libri così che li potessero leggere nelle loro sale. E ancora ricordo l'unico libro che mai abbia fatto le corse a rivendere senza neppure averlo finito, tanto mi era risultato insopportabile (badate, io sono uno che legge da Stephen King all'Ariosto, quindi veramente di tutto), fu un libro di Galasso "Le nozze di Cadmio e Armonia", acquistato ahimè spinto dalle critiche e recensioni favorevoli. Mai più, da allora ho sempre cercato di scegliere e questo mi ha portato a formare collezioni di grande valore, dato che certosinamente andavo rovistando tra librerie dell'usato e antiquari, componendo quindi clamorose collezioni di Tolkien, Mishima, Celine, Huysmans (del quale, giusto per dire, la ricerca de "Le folle di Lourdes" mi è durata anni), D'Annunzio e tanti altri. Tra questi con orgoglio so che spiccano i moltissimi libri che amo definire degli Umoristi Italiani del Novecento, perle rare che si riescono a trovare - per alcuni autori - solo in economiche ristampe ma manchevoli nei listini di infiniti titoli. E mi è doveroso ricordare Marchesi, Mondaini, Metz, Mosca, Manzoni, Campanile e Guareschi. Di Giovannino esistono moltissime ristampe quindi è tuttora alquanto facile per l'appassionato avvicinarsi all'inventore di Peppone e Don Camillo, ma per gli altri - fatto salvo Campanile che viene ancora ristampato - bisogna lottare con denti e unghie per trovare libri d'epoca. Ne parlavo questi giorni appunto con gli amici di " progetto.mondopiccolo ", un gruppo su Instagram di appassionati di Guareschi che si chiedevano se veramente avevo i libri del Carletto Manzoni di cui favoleggiavo.


Carletto Manzoni, 16 aprile 1909-16 maggio 1975, fu uno dei più fini autori satirici che abbia attraversato il nostro paese, collaborando al mitico IL BERTOLDO di Guareschi, insieme a Giovannino e a tutte quelle belle penne i cui nomi citavo poc'anzi. I suoi racconti vanno dall'umorismo puro al demenziale, passando per la satira arguta ma salace, e alla strepitosa presa in giro dei gialli americani che nel dopoguerra la Mondadori aveva imposto nelle edicole. Manzoni si immedesimava a tal punto che è facile ricordarlo col baffetto, la pipa e il cane esattamente come il suo personaggio Chico Pipa - investigatore privato - e Scarpa il cane da fiuto che lo aiuta. Se si va a guardare Wikipedia si trovano citati meno di venti titoli, il che dimostra che la sua scheda è quanto meno poco accurata, considerato che la mia collezione, parte della quale vedete nelle foto, è di ventitre titoli, quasi tutti datati tra il 1955 e il 1964 quindi prime edizioni, cosa che - quando se la sono trovata davanti visivamente - ha fatto cascare le braccia agli amici guareschiani che non sono mai riusciti a mettere le mani su così tanti libri del Manzoni. C'è poco da fare, veramente l'amore per la lettura sa dare grandi soddisfazioni se lo si coltiva attentamente, prova ne è il mio vizio di creare collegamenti tra i libri, non ricercando unicamente titoli particolari ma sceverando dettagli che finiscono per formare quell'aura leggendaria che sempre ammanta le bizzarre scoperte del bibliofilo. Un esempio, nel celebre libro horror PASQUA NERA di James Blish c'è una scena in cui un demone femmina si presenta ad uno dei clienti del mago Theron Ware per sedurlo come succubo: questa donna bellissima ha al collo un pendente a forma di goccia con inciso "Cazotte". Nel libro nulla viene spiegato al riguardo ed il lettore facilmente ci scivola sopra come un dettaglio di poca importanza; qui invece il demone della curiosità che da sempre attanaglia il bibliofilo lo spinge sull'usta a cercare di saperne di più. Proprio questo mi portò, anni dopo e alla fine di bizzarre ricerche, a scoprire che veniva citato Cazotte, un antico scrittore francese autore de "Il diavolo in amore", storia simile di possessione erotica. Riuscii con grande soddisfazione a trovarne una copia ristampata da Franco Maria Ricci nella collana La biblioteca di Babele ma non posso non rimpiangere la ghiotta occasione che mi sfuggì dalle mani - tradotto in italiano volgare non mi bastarono i soldi - quando da un antiquario trovai la prima edizione italiana dell'ottocento ricca di illustrazioni. Ecco, queste sono - anche se non si riesce poi ad averle concretamente tra le mani nelle proprie collezioni - quelle cose che a chi come me è divorato da tale passione diventano racconti da narrare intorno al fuoco, quegli incontri rarissimi con certe arabe fenici che hanno illuminato un giorno i nostri sentieri per svolazzarsene allegre nelle biblioteche di chi sa chi altro. E potrei parlarne all'infinito ma la dimostrazione del mio essere, la più tangibile, è proprio quella che avete sotto gli occhi, quando non leggo scrivo, in un eterno circolo vizioso benché il piacere fisico dei fogli di carta, magari pesanti e dai contorni grezzi come un secolo fa, o fragili e ingialliti da maneggiare con amorevole attenzione sia ben lungi da quello della semplice, rapida, lettura nel web, che par di stare in una grande piazza rumorosa a tentare di afferrare qualche discorso la cui interezza sfugge e il cui ricordo non si mantiene. La carta, sì, l'inchiostro e i minimi solchi lasciati dai piombi tipografici... lasciatemi chiudere con una battuta ironica che forse sarebbe piaciuta alla buonanima di Paolo Poli. " se non avessi più la carta, non riuscirei nemmeno più ad andare in bagno..."

E buona lettura a tutti.


Commenti scelti dei lettori dell'epoca :

EtruscanLady : Sono entrata nel tuo blog, ho letto il post, ho messo un "mi piace" , nel frattempo qualcuno mi ha chiamata dicendo che era pronto in tavola, quindi non ho avuto tempo per il commento. Ero già al corrente del tuo amore per la lettura e la quantità di libri che possiedi, difficile per un comune mortale come me tra: lavorare, fare la moglie, fare la nonna, fare le faccende di casa riuscire a leggere quella quantità di libri che hai letto e puoi continuare a fare tu. Ognuno di noi ha un tipo di vita diverso e, un poco invidio i tuoi tempi per poterlo fare. In verità ne ho parecchi anche io ma almeno la metà devono ancora essere sfogliati. Un cliente alcune settimane fa al quale devo vendere un'azienda agricola nelle vicinanze, in occasione di una visita mi regalò con tanto di dedica in libro scritto da lui che purtroppo non ho ancora avuto il tempo di leggere e me ne dispiaccio perchè sicuramente si starà chiedendo il perchè di un mancato riscontro del mio pensiero su di esso. Il libro si intitola : Il mio nome è SENECA, mentre l'autore è Massimo Gregori Grgic, editore Il Ciliegio, è il suo IX libro. Vorrei avere il tempo di leggerlo e comunicargli le mie impressioni ma da un po' di tempo non riesco a concentrarmi sulla lettura di qualsiasi genere essa sia. Mi perdonerà., ho scorso le prime pagine e sembra interessante ma davvero mi mancano entusiasmo e volontà di poter continuare, almeno per il momento. La lettura è cultura, la scrittura è dimostrazione del nostro sapere e noi siamo tutto questo anzi Tu lo sei, e questo credo che nella vita sia molto importante. Mentre per me cito questa frase proprio di Seneca : "Avvilita è la mente che è ansiosa per gli eventi futuri..." Buona serata e un abbraccio.


TULLIO DE PISCOPO (il concerto live del 2017 a Porta di Roma)

 (Prima pubblicazione 25.07.2017) © Crenabog 


Per la rassegna estiva PORTA DI ROMA LIVE, si è tenuto domenica sera il concerto di Tullio de Piscopo, il celebre percussionista partenopeo, che con i suoi settantun'anni ha oltrepassato la clamorosa cifra di mezzo secolo di attività nel panorama musicale. Nella sua carriera de Piscopo ha spaziato praticamente ovunque, prediligendo il funky e il jazz, il soul e il blues senza tralasciare partecipazioni eccellenti a progetti di altri musicisti e band. Il live proposto all'arena-terrazza di Porta di Roma ha visto il radunarsi di un pubblico smisurato, già presente dal sound check e che lo ha seguito sin quasi alla mezzanotte. La cavalcata musicale è stata caleidoscopica, toccando - e modificando, creando, facendo proprie - canzoni anche di altri nomi del panorama jazz e soul, arrivando a rendere omaggio addirittura a Renato Carosone con "Guaglione" e " 'o Sarracino", ripescando sonorità e temi orientaleggianti, virando di bordo con i suoi cavalli di battaglia; spiccava "Andamento lento" ovviamente, omaggi anche a Pino Daniele, brevi siparietti di dialogo con il pubblico - pubblico in gran misura napoletano, felice di esserlo e vociante nel renderne partecipi tutti gli altri ascoltatori - tra l'umoristico ed il commovente. E ancora inedite fusioni con colonne sonore e la marcia dei Blues Brothers fino ad elencare tre bis, l'ultimo dei quali quasi un inedito perché fu presentato al concorso dell'Accademia di Francia e gli valse il primo premio, un assolo scatenato alla batteria che in ultimo si coniuga micidiale con le note di "O Fortuna" dai Carmina Burana. Un occasione rara, lontana dai teatri e dagli stadi, più umana forse, ma che ha permesso di realizzare la registrazione dell'intero concerto, che idealmente dedichiamo ai nostri lettori e cari amici partenopei in special modo, certi che lo gradiranno particolarmente, e naturalmente a tutti gli altri che vorranno cliccare qui sotto e godersi lo show.

Tullio de Piscopo Live

UNA FAVOLA POLITICAMENTE SCORRETTA (un divertimento esagerato)

 (Prima pubblicazione 03.07.2012) © Crenabog 


C’era una volta , in un paese lontano lontano , un signore molto ricco che, grazie al suo duro lavoro di rivenditore di prugne lassative adulterate - molto ricercate dalla popolazione gravata da una dieta di patate dolci, wurstel e cervogia – aveva potuto costruirsi un castello. Ma non un castello grande e grosso, più un castelletto, insomma una specie di grande fattoria circondata da frutteti di prugne ma abbellita da comignoli merlati e da un fossato tutt’intorno, che aveva riempito di sanguisughe perennemente affamate. Il signore non vedeva di buon occhio tutti i villici che andavano a farsi i salassi nel fossato e finì per far pagare un biglietto a tutti gli afflitti da gotta, malattie reumatiche e da eccessiva produzione di emoglobina. Il che lo arricchì ancor più. Aveva una moglie molto devota alle Sacre Scritture la quale, ad ogni accoppiamento annuale gli faceva dono di un figliolo. Si ritrovò così con sette figli maschi e diventò molto nervoso perché voleva una femminuccia. Una notte buia e tempestosa, messosi gli occhiali da sole per non farsi riconoscere, condusse i figlioli nel bosco deciso a farli perdere, sperando che la Provvidenza gli facesse giungere in cambio la figlia femmina. Benché avessero provato a seminare briciole di pane raffermo non trovarono la strada di casa perché l’ultimo, un dormiglione perennemente affamato dalle orecchie a sventola , le mangiò tutte. Resisi conto della grave situazione decisero che avrebbero dovuto mangiare e siccome il padre gli diceva sempre che per mangiare bisogna lavorare, si misero a lavorare. Non avendo altro con sé che dei picconi, scavarono e scavarono e scavarono, fino a realizzare una meravigliosa galleria. Trovarono un infinità di funghi e di essi si nutrirono, sviluppando una filosofia gastronomica salutista che portò il più dotto di loro a pubblicare un ponderoso volume subito esaurito nelle librerie, sulle virtù di certi funghetti allucinogeni. Poi, una volta cresciuta la barba e tatuatosi tutto, col ricavato comprò una Harley e si unì a Jack Kerouac per andare a vendere libri on the road. Gli altri sbucarono finalmente nel giardino privato della regina d’Inghilterra che, valutate le possibilità economiche di quel tunnel sotto la Manica, li fece rinchiudere nella Torre di Londra per non dargli la percentuale sul pedaggio autostradale. Da lì fuggirono anni dopo insieme ad Edmond Dantes travestiti da eremiti, benedicendo le guardie e spargendosi per le contee vicine dove fondarono subito varie sette scismatiche la più famosa delle quali vide tra i suoi più agguerriti sostenitori anche Tom Cruise. Nel frattempo il vecchio padre aveva ricevuto la desiderata figlia femmina, sicuramente bellissima, dotata di una voce incantevole e di una curiosa predilezione per i giochi nel caminetto, da cui spuntava completamente coperta di cenere. Un brutto giorno il padre contrasse una malattia tropicale nel tentativo di accoppiare le prugne del frutteto con delle banane d’importazione – sperava che l’alto contenuto di potassio avrebbe reso le sue prugne ancor più curative. Si tuffò nel fossato e le sue sanguisughe gli restituirono la salute, rendendolo però simile ad una delle vittime di Vlad Tepes. Curato lui, si ammalò la madre – di spavento, nel vederlo così smunto – e passò a miglior vita. Il padre, sentendosi molto solo, decise di impalmare una celebre spogliarellista bulgara di passaggio, le cui lontane origini romagnole gli erano state decantate da tutti i frequentatori del retroscena del circo itinerante dove l’aveva incontrata. Lei accettò di buon grado, alla vista del suo conto in banca. Portò con sé , nella fattoria, due figlie che soffrivano di forti turbe psichiche da quando le foto dei loro enormi piedi erano state postate su Feisbù da certi spasimanti respinti. La dolce figliola del signore era perennemente triste, nel sentire i mugolìi del padre provenire dalla camera da letto della matrigna, giorno e notte, pomeriggio, sera e a volte persino all’alba. Un brutto giorno il padre sparì, nel senso che la matrigna si alzò dal letto e del padre c’erano rimaste solo le pantofole felpate di Karl Lagerfeld , le mutande di Calvin Klein negligentemente gettate sulla dormeouse e una papalina con fiocco nappato eredità dell’arcavolo buonanima, Geppo. Di questi si diceva che fosse stato un buon diavolo e tutti lo chiamavano “Geppo il Diavolo Buono”. Anni dopo ci fecero persino un serial a fumetti. Insomma, com’è come non è, la figliola stava uscendo di testa, non ne poteva più di sentire il rumore continuo dei grandi piedi delle sorellastre. Perciò un giorno, preso di soppiatto lo specchio della matrigna, fece una macumba voodoo e subito apparve il Cacciatore, con i suoi calzoni di cuoio lucidi, palestrato, tartarugato e imbrillantinato. La gentile figliola gli fece portare le sorellastre nel bosco e in cambio si fece dare una testa di cervo impagliata che indubbiamente abbellì molto il salotto. Il Cacciatore portò le sorellastre fino alla sua baita e lì visse a lungo con loro, sprofondando negli abissi morali del feticismo podale. La matrigna se ne tornò in Ukraina, dimostrando che non era né bulgara né bolognese, dove fondò una scuola di lap dance e divenne ricchissima, al punto tale da potersi comprare una Trabbant di seconda mano con la quale scorrazzava per la città ubriaca di vodka. Rimasta sola nella grande fattoria la cara, bella e sporca di cenere ragazza si annoiò al punto tale da cadere in catalessi sul grande letto a baldacchino eretto dalla matrigna. L’unica cosa che le venne da pensare prima di addormentarsi fu “ Mi è semblato di avel sentito un pisello, qua sotto…” . Non si sbagliava. La matrigna dall’incerta provenienza coltivava infatti una insana passione fedifraga per un antico amico circense, e lo nascondeva là sotto da anni per averlo a disposizione quando desiderava. Era un celeberrimo freak, che aveva partecipato a tutti i film di Todd Browning, dove purtroppo, essendo film in bianco e nero, non si poteva apprezzare la sua carnagione verde brillante. Le sue orecchie a trombetta, sì, cosa che lo faceva rivaleggiare con Stan Laurel e Oliver Hardy. Quando Squeck, il freak, uscì dal suo nascondiglio, vide la graziosa cinerea addormentata, valutò i pro e contro e se la portò nella sua dependance vicino alla palude, dove ne godette i favori per anni. Alla fine, l’unico che veramente trasse imperituro guadagno da tutto questo fu un certo Pisney, che ne trasse una lunga serie di lungometraggi animati che andava mostrando nei cinema all’aperto, possibilmente vicino a dei boschi per mantenere intatto il fascino delle ambientazioni. La cooperativa dei venditori di popcorn tutt’ora celebra la Giornata Pisney per ringraziarlo devotamente di avergli fatto lievitare le vendite nei cinema…

Commenti scelti dei lettori dell'epoca :

gattamannara : ma tu sei pazzo come un cavallo, lo sai? Ho le lacrime agli occhi, grazie per questo momento di ilarità, un bacione. Crena, tu sei sicuramente conscio del tuo valore come persona e... credimi, è assai consistente!

parnassius2 :  Ma è pazzesco.....ma che testa hai???? La tua fantasia arriva alle stelle, sei superlativo!!!!!

Complimenti Marco è stato veramente un bel leggerti....bravissimo!!!!

albaincontro : Con le lacrime da folli risate ti scrivo che era un pezzo che non mi divertivo così. E' una geniale contaminazione di favole e realtà diverse che solo tu potevi realizzare. Non ti fermare,non mi è sembrato lungo ma gustosissimo!!!!! 

Lucrezya57 : Nooooooooooooooooooooooooooooooo sei super tremendo mi ci voleva una lettura cosi alternativa credimi oggi .....che dirti non dico che mi hai fatto sorridere ma da te una verve cosi spasmodica te possino carissimo amico vedi che è stato giusto entrare solo per sorridere un pò ciao dolce Crena sei un mito ma io te lo dirò sempre perchè lo sei!!!!! by Lucrezya

THE CABIN IN THE WOODS ( Quella casa nel bosco. Recensione)

 (Prima pubblicazione 25.05.2012) © Crenabog 


QUELLA CASA NEL BOSCO (The Cabin in the Woods) è un film horror che vede coinvolta la Metro Goldwyn Mayer e la United Artists in uno sforzo produttivo durato anni: doveva infatti uscire già nel 2010 ma varie vicissitudini hanno finalmente portato la Lions Gate a distribuirlo adesso, in 3D. Il film è diretto da Drew Goddard. In questi anni di film horror se ne sono visti a ripetizione ed è diventato oggettivamente difficile riuscire a vedere qualcosa di innovativo e originale, se si fa eccezione per la saga di SAW e per quella di FINAL DESTINATION. La pecca, in certi film, a parte gli effetti speciali, è quasi sempre la storia, di solito già vista e ripetitiva. Fortunatamente, con QUELLA CASA NEL BOSCO ci inoltriamo invece in un curioso meta-cinema che va ben oltre quel che si vede. Questo film infatti abbonda di citazioni cinefile, da SHINING a THE CUBE, forse persino a GANTZ; un gruppo di giovani affitta una villetta isolata tra le montagne e dovrà affrontare orrori di ogni genere, inconsapevoli dell'enorme macchinazione che c'è dietro. E questa è la parte più intrigante, perché il tema del sacrificio umano offerto per placare l'ira dei Grandi Dei Antichi, benché già abusato in film new age come THE WICKED MAN, rimodellato tramite la fiction, la visione in diretta e il controllo da parte di un enorme staff di addetti ai lavori, collegato ad altri sacrifici in contemporanea in altre parti del mondo, va a discendere direttamente dalle tematiche portate alla fama letteraria dal "Solitario di Providence", quell' Howard P. Lovecraft che ha inciso con le sue saghe horror i nostri incubi da metà del novecento ai giorni nostri. Lovecraft aveva creato una sua cosmogonia, svelando l'esistenza degli Antichi, gli dei primordiali tuttora abitanti un universo parallelo e perennemente alla ricerca di un varco per tornare e distruggere tutto. Li avevamo già visti all'opera in IL SEME DELLA FOLLIA e in HELLBOY parte prima, in DAGON, e Brian Yuzna ne aveva cantato le gesta nei suoi film.Esiste anche un mondo cinematografico parallelo, poco conosciuto alle masse, dove un gruppo di agguerriti fans di HPL sta da anni portando sugli schermi le trasposizioni dei suoi molteplici racconti, sovente in film muti e splendidamente orchestrati, girati in bianco e nero, magnificamente retrò. In THE CABIN IN THE WOODS troviamo richiami, cinicamente beffardi, persino ai film di fantasmi orientali, così di moda da qualche anno, laddove vediamo la disperazione degli addetti ai lavori nell'assistere alla sconfitta del fantasma giapponese da parte di un gruppetto di bambine della scuola elementare, piccole ma già perfettamente a loro agio nel ricorrere a buffi contro incantesimi. Gli attori sono ben calati nelle loro parti, che se a prima vista appaiono scontate, nella realtà vanno comprese perché sono essi stessi dei clichè, dei "luoghi comuni", dei "tipi" allineati a quanto richiesto dalle ancestrali modalità dei sacrifici umani. Quando il regista dietro gli schermi comincia a parlare di "tritoni" capiamo subito che non ci stiamo muovendo nel classico campo dell'horror ma stiamo sconfinando nel fantasy e tutto assume una luce diversa. Il disastro finale è da incubo, le mostruosità liberate svolgono il loro sporco lavoro e cominciamo a ricordare i "Magri Notturni" cantati da HPL e a sentire il flauto suonato da Azatoth, il dio cieco e folle, nelle profondità dello spazio. E' l'ora della venuta di Shub Niggurath, il Nero Capro dai Mille Cuccioli, di Nyarlathothep che da millenni vaga tra le sabbie. Persino Cthulhu sta per risvegliarsi dalle profondità della perduta R'lyeh. Inappuntabile il finale alla Cloverfield. Un film imperdibile per chiunque abbia mai letto anche uno solo dei racconti di Lovecraft e comunque un valido horror, ben scritto e solidamente diretto.