(26.10.2008) Ieri ero particolarmente skizzato causa la ferale mancanza di sonno da troppo prolungata , perciò come faccio sempre quando sono particolarmente in vena di efferatezze mi sono armato di macchinetta tosatrice e gli ho dato giù nella mia più riuscita interpretazione di Flash Gordon, l'eroe dello spazio creato da Alex Raymond negli anni 30, con quella nuca rasata e il ciuffetto eroico che si stagliava virile contro le falangi dell'imperatore Ming. Che ne dite, mi è riuscito abbastanza bene? eh eh eh!
**Questo blog raccoglie nuovi post e la riproposta dei post storici più letti dal pubblico ed apparsi, dal 2008 al 2025, nel mio vecchio blog sulla piattaforma Chatta.it che non esiste più. Tutti i racconti presenti su questo blog sono opere originali e protette da diritto d'autore. Copyright Crenabog. E' vietata la riproduzione non autorizzata.** Buona lettura e se serve usate il traduttore nella sidebar.**
martedì 11 novembre 2025
UNA NOTTATA PESANTE
(25.10.2008) E non solo per via che non riuscivo a postare quasi nulla né a connettermi ma anche perchè nelle cucine ho trovato una pirofila di pasta con gamberi e zucchine (circa quattro porzioni), due piatti di pregiato e costosissimo sushi, una cuccuma di macedonia di proporzioni gargantueliche e due bottiglie di Coca Cola.. Voi che avreste fatto? Quel che ho fatto io? Ah, allora ci troviamo tutti a farci una doccia col bicarbonato..
* questo post ricordo è decisamente legato all'epoca in cui lavoravo la notte presso un grande studio di avvocati al centro e allora le connessioni si facevano con le chiavette attaccate ai pc, a forza di kb e megabyte, non come oggi che abbiamo internet a giga illimitati sui cellulari..*
martedì 4 novembre 2025
TACCUINO DI VIAGGIO : TERMINILLO
(02.10.2009) Ci è capitato di fare una scampagnata al Terminillo, la ben nota località montana, dove abbiamo trovato quasi tutto chiuso per via che non è né stagione estiva né ancora invernale, ma abbiamo avuto una piacevole sorpresa presso il ristorante ROMA. Abbiamo infatti potuto gustare il seguente menù: gnocchi al ragù di cinghiale, fettuccine al sugo, polenta con i funghi, entrecòte con funghi, patate fritte, bieta, ossobuco alla salsa rosa, dolce al cucchiaio di crema di mandorle à la chef, mezzo litro di rosso locale, acqua e pane, il tutto al prezzo invero contenuto di 60 euro in totale, e con la massima soddisfazione dato che era tutto davvero buono. Se vi capita fateci un viaggetto!
COLLEZIONISMO BIBLIOFILO
(27.09.2008)
Siccome sono un onnivoro divoratore di libri e ne ho a migliaia, mai ho saputo resistere alla tentazione di fare la collezione degli autori che preferivo, anche se questo mi ha spinto sovente a spendere cifre esagerate. Da anni, ad esempio, raduno tutto ciò che ha scritto Guareschi (s'era capito?) e sapevo che nel 1967 aveva scritto un piccolo raccontino, LA CALDA ESTATE DEL PESTIFERO, una sorta di raccontino morale su dei bambini che diventano amici di un bambino fantasma. L'aveva scritto affinchè facesse da veicolo pubblicitario per un suo amico che produceva i gelati Tanagra (l'ultima volta che vidi un Tanagrino fu in calabria nel 1982...) e infatti il testo finiva con i bambini che mangiavano tutti questo gelato. La casa editrice lo diede da illustrare al mitico Paul, che faceva Toto e Tata, Angelino e tanti altri personaggi su Carosello. Paul però modificò tutto il testo e ne uscì un librone cartonato che Guareschi, appena lo vide, perse il lume della ragione, fece causa e ottenne che tutte le copie fossero mandate al macero: anni fa, girando per Roma, mi imbattei in un banchetto di libri per ragazzi, chiesi se aveva qualcosa di Guareschi e mi tirò fuori proprio LA CALDA ESTATE DI GIGINO IL PESTIFERO, titolo fatto da Paul, poi mi scrutò e disse:- Viene tre euro, ma tu sei un collezionista e allora sono cinque euro! Io mi misi a mercanteggiare poi me ne andai a passo di samba...Quel libro, per noi bibliofili, è una sorta di Araba Fenice, non lo trovereste manco a smuovere le montagne. Gli avrei lasciato un assegno in bianco per averlo, altro che cinque euro. Sono un pazzo? Chi ama i libri, e Guareschi, mi capirà!
lunedì 3 novembre 2025
ALLA RICERCA DEL TEMPO PERDUTO : 38
(24.04.2009)
In fondo, fu solo la paura per il lavoro che non c'era, i soldi che non sarebbero bastati, a legarmi le mani per così tanto tempo. Ero realista, o forse, soltanto terrorizzato all'idea di non poterti dare tutto quel che mio padre aveva dato a me. Alla fine, più per salvare un matrimonio che per vera convinzione mi decisi e mi ritrovai così ad aspettarti. I giorni si accavallarono frenetici tra una visita medica e un giro per comprare corredi e varie cose, tutto quel necessario imposto dalle idee comuni che colora piacevolmente il tempo dell'attesa non dando più spazio ai pensieri ed ai ripensamenti. Te ne stavi lassù, tra le nuvole, aspettando il tuo momento di venire tra noi, beato, nella minuscola incoscienza che accomuna tutte le creature di Dio che ancora non sanno come il mondo vada. E alla fine anche tu ti sedesti nel trenino volante dei bambini, con la tua valigetta piena di desideri e di speranze e ti affacciasti alla luce. Restai vicino a lei fino al momento del parto poi mi ritirai in buon ordine come tutte le persone dovrebbero fare, tranne i malati di protagonismo modaiolo che usano star tra i piedi anche alle levatrici, rispettando l'aura misterica insita in quel momento così naturale. E dopo un po' l'infermiera ti sollevò da dietro i vetri a mostrarmi tutte quelle piccole dita, come se mai me ne fosse importato qualcosa se per caso ne avessi avuta qualcuna in meno. Eri un cosino minimo e nessuno sconvolgimento, pure atteso, mi attraversò il cervello perché se ti avevamo chiamato era ovvio tu fossi lì. Un padre: in quel momento realmente capii che sarei morto. L'idea balzana e giovanile di una presunta immortalità svanì come spire di fumo e mi ritrovai a contare i granelli di sabbia della mia vita che iniziavano il conto alla rovescia. Iniziavi tu e cominciavo a finire io. Furono tempi curiosi nell'inventarsi un ruolo che nessuno ti insegna, a vederti piccolissima cosa bisognosa di pappe e bagnetti man mano diventare quel bricconcello che già eri e il tuo primo pianto mi fece sprofondare in un abisso di vergogna e inutilità, di dolore persino, incapace com'ero di rendere la tua vita solo un sogno. E passo a passo, giorno dopo giorno crescevi e a te mi rapportavo parlando e parlando di tutte le mille cose che nella mente mi han sempre frullato, crescendoti fin troppo e troppo presto, tentando - è vero - di equilibrare questo mio peccato con le tante favole che sempre ti inventai lì, sul momento, da quel vecchio cantastorie che sono, regalandoti i sogni più bizzarri. I primi anni per me furono un distillato d'inquietudine a causa del lavoro vago, fittizio nel quale mi barcamenavo poi trovai quella stabilità inattesa che tante cose ci ha permesso di realizzare ed iniziai a vivere la notte, per poterti essere sempre vicino nell'andare e venire dalla scuola, presente ad ogni tuo bisogno quando altri orari lavorativi non avrebbero permesso a tua madre d'esserlo. Che questo mi stia consumando non importa, quel che conta è che quando ti servo ci sono, quasi sempre è vero, ché i tuoi pianti notturni non sono io ad asciugarli, e me ne dolgo anche perché spesso son pianti dovuti alla mia lontananza. Ma stai crescendo e vedo la tua innocente fanciullezza ogni giorno limarsi e modellare in te il ragazzo che sarai, sempre col tuo sorriso e la tua scapigliata voglia di far birbonate. Ne provo gioia e dolore assieme, perché non so più essere un bambino e ti lascio giocare da solo quando invece compagno dovrei esserti, ora, adesso, fin che ancora mi vuoi. Ma resto a scaldarmi vicino al camino, con una sigaretta in bocca, a volte persino infastidito del fracasso che fai, mentre sul tappeto ruzzoli con tutte le tue piccole cose che in quantità ti compro, dimentico delle mie scarpe bucate o dei pantaloni lisi. Che tu sia felice, non io, io la mia parte l'ho fatta e Dio ne benedica mio padre, ora tocca a te avere quel che desideri. Presto verranno i giorni in cui sarò solo il genitore, se non addirittura un portafoglio, o un intralcio e avremo perso lo splendore della tua infanzia, le meraviglie della tua fanciullezza, le tue bambinerie. Bevo di te ogni attimo, figlio mio, e ne faccio tesoro di ricordi dorati, per farmene scudo ai momenti brutti che inevitabilmente verranno e provo orgoglio d'averti, un devastante amore che ogni briciola di me penetra e pervade rendendoti l'unica cosa che mi fa vivere. Ricordalo questo, ricorda tutti i momenti vissuti assieme, che ti siano compagni per sempre. Un giorno forse leggerai questo mio lascito e tante altre cose di me, che ti aiuteranno a conoscermi, ma un unica cosa dovrai rammentare: tuo padre ti amava.
ALLA RICERCA DEL TEMPO PERDUTO : 37
(09.04.2009)
C'era una volta, ai tempi dell'era preisterica, la gente tranquilla, quella che aveva del tempo e sapeva come adoperarlo. E di solito lo usavano per fare cose che gli procuravano soddisfazione. Una di queste cose, lo si deve ammettere, era fumare la pipa. Un vizio meno delirante del farsi fumare da una sigaretta, quella cosa bianca che fa tutto da sé. Mi ero accostato a questo piacere già da giovane , in virtù di una certa pipa squadrata e irlandese che mio padre mi aveva regalato, quasi per gioco, forse perché anche lui ne possedeva una a boccetta, di legno scuro, priva di marca, nella quale a volte metteva del tabacco americano da un pacchetto giallo e quadrato la cui marca ormai mi sfugge. Amavo vederlo compiere tutto il rituale del caricare e fumare la pipa e così, avanti negli anni, mi ci dedicai anche io. Solo che, da quel maniaco collezionista di tutto che son sempre stato, anche qui mi lasciai prendere la mano e invece di fumare una pipa come tutti i gentlemen di campagna che si rispettino, iniziai a comprarne ad ogni occasione, a farmele regalare, a collezionare intere raccolte. Le preferite - lo ammetto - son sempre state le irlandesi Peterson's, sia perché economiche sia perché fatte benissimo con dei legni pregiati, delle ottime radiche ad occhio di pernice, e a volte persino le fiammate che si trovavano a prezzi contenuti. Rispetto naturalmente alle italiane Brebbia e Savinelli le cui fiammate, quelle pipe il cui legno mostra dal fornello all'alveo le rigature verticali della radica, avevano ed hanno costi salatissimi. Prediligevo le Peterson's lucide e con l'anello in argento, di solito le Rhodesian squadrate, angolate o diritte, a volte persino le curve alla Sherlock Holmes e anche le militari opache. Ottime pipe, già preparate, nel fornello, per essere rodate dalla prima accensione, mentre con certe italiane bisognava prima spalmarne il dentro con un velo di miele, aspettare che asciugasse e poi caricarlo basso così da cristallizzare le pareti e fare attaccare meglio il carbone. E le magnifiche Stanwell's, dai lunghi cannelli e dai colori accesi, i legni lavorati ad aniline, scuri o violentemente rossastri, con l'anello in ottone superiore e a volte il coperchietto per proteggere la brace dal vento del Nord, quei vecchi marinai la sapevano lunga, e nel fumarle all'aperto, d'inverno, ti potevi immaginare pastore in una brughiera.. Abituato a sperimentare di tutto, compravo, sì, i tabacchi confezionati, meravigliose miscele aromatiche come il Borgia, il Navy Cut, la gamma della Dunhill già all'epoca carissima, ma alla fin fine quel che mi dava gioia era prepararmi in casa le miscele, sia seguendo le ricette che trovavo sui libri sia sperimentando in maniera vorticosa e a volte invero bizzarra. Era facile infatti trovare i pacchetti di tabacchi puri del Monopolio con i quali si facevano le mescole. Mezzo pacchetto di Regolare, un antico toscano sbriciolato per dare forza, un pizzico di tabacco Perique azzurro per il retrogusto piccante, un abbondante manciata di Latakia, il tabacco turco grasso affumicato nelle stalle al fumo lento dello sterco dei cammelli, che una volta era il nerbo stesso delle celebri Camel mentre ora avendo raggiunto costi proibitivi per la lunga lavorazione, è stato surclassato da surrogati chimicamente simili al gusto originale. Tritavo tutto alla stessa misura e ne riempivo i vasi, aggiungendovi dei piccoli orciolini di terracotta riempiti di liquore o di estratto di arancia, che diffondevano aroma e umidità al tabacco. Dopo qualche mese erano finalmente pronti per essere caricati nei fornelli, spinti giù col pollice, accesi con lente boccate e ti godevi quieto la tenera brace che, amica, sapeva dare conforto nei momenti bui o quando il freddo scendeva nel cuore, magari leggendo un buon libro sulle pipe, ma sì, di Gianni Rodari, o i consigli sui tabacchi che trovavo nella rivista Smoking di Fincato. E quelle meravigliose pipate fatte sul pontile di Ostia, al freddo dell'inverno, col vento che ti strappava i pensieri lasciandoti a tu per tu con l'anima e null'altro, allungando i minuti della propria vita nel rituale lento e sapiente del caricare e riaccendere, tenendo due dita sul fornello a confortarsi, come un uomo delle caverne vicino al fuoco in una grotta buia con l'incertezza nel futuro...Quale conforto sapeva dare una buona pipa, che senso di legame forte col passato, un gioco per bambini ormai troppo cresciuti, il profumo delle radici smarrite. Quanta tristezza nel vederle ora allineate nella vetrina del mobile dei tabacchi, che in casa c'è il pupo e non si fumano, che al lavoro sei circondato da contagiosi fumatori di sigarette che ti guardano come un matto e le tradisci così, con un rimpianto, ma senza più vergogna. Poter avere tempo..
ALLA RICERCA DEL TEMPO PERDUTO : 36
(03.04.2009)
I primi ricordi, forse, sono della tua schiena sulla quale salivo a cavallo, piccolissimo, ancora incosciente di quel che fosse il mondo, per me tutto racchiuso in quella casa dal balcone coperto, e la pecora a dondolo e il topolino giallo da far galleggiare nella mia vaschetta. E i tuoi grandi sorrisi, orgoglioso di quel figlio che ti portavi appresso anche sui cantieri, dove guardavo stupito le grandi impalcature e le buche nel terreno dove si impastava la calce. Tutti i giorni, quando mi portavi a scuola e sempre ti ritrovavo all'uscita, anche negli anni bui in cui varcavo con terrore le porte dell'istituto certo di quel che mi avrebbero fatto i compagni e contavo i minuti pregando di arrivare allo squillo della campana e correvo per le antiche scale in cerca di rifugio nella nostra Dauphine blu, e non capivi cosa avessi, finché non confidai tutto a mia madre. Ricordo il giorno in cui, all'uscita, affiancasti i miei compagni e bastarono poche parole perché potessi nuovamente vivere qualche tempo tranquillo. Almeno fino a che non fui cresciuto a divenire carogna quanto loro e a riprendermi il rispetto con i pugni. Ricordo i grandi viaggi vagabondi con le tende in tutta Europa, alla scoperta di un mondo che ci trovava complici nel meravigliarci e dove io facevo da interprete e tu da spettatore curioso del mio parlare con chiunque capitasse. Ricordo gli anni passati a dipingere e a disegnare, sempre più, sempre meglio e il tuo ripetermi che non mi avrebbe portato da mangiare ma poi, quando arrivavano i trofei e salivo sui palchi per riceverli ti brillavano gli occhi. Ed il lavoro che seguimmo insieme, le albe gelide prima che venissero gli operai a sentire la pelle delle mani attaccarsi ai tubi dei ponteggi e le nottate ancora a finire i conti ed i preventivi, ed il tuo continuo arrovellarti per trovare da mangiare e lavorare per venti famiglie e tutto quello che sempre facesti per noi, sempre il meglio, le scuole, i club esclusivi dove andavo a nuotare con lo Scià di Persia ed a giocare a scacchi con Burt Lancaster per poi non capire perché tu giravi sempre con gli stessi vestiti.. Mi insegnasti che un contratto si può fare stringendo una mano, che dire una cosa obbliga a farla, che se ti prendi una moglie è per la vita. E l'ho fatto, Dio sa se l'ho fatto, perché io sono te, e finché io vivo tu vivi.. E non bevevi, e non fumavi, ed in cambio ne avesti una cirrosi epatica mai diagnosticata perché asintomatica, che rapida e maledetta ti portò alla fine, tra sbocchi di sangue e svenimenti, in quel letto del Gemelli attaccato a flebo e macchinari ed ancora - col terrore di quanto ci avrebbe aspettato - continuavi a scrivere appunti per il lavoro da svolgere. Il mio colpevole sfuggire alle visite, oggi perché gli orari del lavoro non collimavano, domani perché abitavo fuori Roma, ma in fondo solo per la scaramantica illusione che se non ti vedevo morire non saresti morto. E stavo accanto a te, indeciso se parlarti, senza trovare le parole, contando i minuti per fuggire, da quel bastardo che ero. Ci lasciasti così, in un giorno di luglio nel sole, a misurare i mesi che ci aspettavano prima del crollo che ci avrebbe portato via tutto insegnandoci quanto sa di sale il pane altrui, e la paura di vivere senza te. Mi restarono il tuo cappello col quale fingo di sentire i tuoi pensieri, i tuoi occhiali con i quali guardo il mondo che vedevi tu, il porcellino di plastica che bambino ti nascosi nel portafogli e lì lo ritrovai ed ora viaggia ancora con me. E la incalcellabile colpa di non averti mai detto "Ti voglio bene" tutte le volte che avrei potuto farlo. Aspettami nella luce, papà, presto saremo di nuovo insieme. Per sempre.







