giovedì 4 dicembre 2025

L'ORA DEL RATTO

 (Prima pubblicazione 29.04.2009)


Il sibilo iniziò alle ore 05.00, ora locale di Roma. Iniziò contemporaneamente in tutte le parti del mondo e nell'arco di un ora arrivò ad una intensità di decibel tale che nelle prime tre ore morirono seicento milioni di persone, chi colpito dalle schegge dei vetri esplosi, chi sotto le macerie dei palazzi ridotti in frantumi, chi semplicemente col cervello spappolato. Furono i più fortunati. Quando smise l'umanità era piombata nella paura, una paura inarrestabile, ancestrale. Il silenzio, caduto di botto, fu il preludio all'urlo, un urlo talmente devastante da distruggere dighe, provocare maremoti, far esplodere centrali nucleari e tutti gli armamenti nascosti negli arsenali atomici. Le radiazioni si sparsero sul globo come un mantello di agonia. Nel volgere di ventiquattro ore la popolazione mondiale venne ridotta a tre miliardi di persone, attonite. Poi, contemporaneamente, in tutti i cieli, sotto il sole, tra le nubi tossiche, nella notte comparve il Ratto. Immenso. Una visione di puro delirio che si incise nelle menti terrorizzate di chiunque ebbe la forza di alzare gli occhi. E parlò, a tutti, in tutte le lingue, in tutti i dialetti. Tutti compresero cosa stava urlando. Purtroppo. -" Non conoscete il mio popolo. Ma il mio popolo era prima di voi e resterà dopo di voi. Il mio popolo ha fede e innalza sacrifici, da secoli e secoli sacrifica carne al suo Dio e i sacrifici sono stati accettati. Nel segreto del suolo ha eretto le mie cattedrali, colonne di ruggine reggono altari di fango, e mi sono graditi. Avete pregato Allah, ma loro celebrano sotto la Mecca. Avete pregato Buddha, ma loro hanno roso le radici del Bipal. Avete pregato Cristo, ma loro sanno che fine ha fatto il suo corpo. L'ora del mio popolo è giunta, perché grande è la loro moltitudine, grande la loro fede e unito è il loro pensiero. Oggi vengo a riscuotere i debiti e a donare al mio popolo il mondo che gli è dovuto dalla antica alleanza." - Il muso del Ratto si contorse in un ghigno irreale, contornandosi di una luce pari a quella del sole, bruciando le retine a chi lo fissava. Poi scomparve e sul mondo scese il silenzio. Poi, i topi cominciarono ad uscire.

*Fine*

STUPORE

 (Prima pubblicazione 22.04.2009)


(N:B: un piccolo testo scritto all'epoca per la scuola da mio figlio bambino)


Salgo sopra un albero e rimango stupito del paesaggio: vedo un limpido ruscello, tantissimi alberi, un enorme vulcano, piccole montagne e in lontananza c’è anche il mare.

Non ho proprio idea di dove sono finito, però sento in lontananza il ruggito di un animale feroce ma dopo il silenzio. Ad un certo punto sento però un brontolio al mio stomaco, così infilo la mano nella tasca e prendo una delle mie merendine e la mangio affamato.

Sono veramente solo e desidero incontrare qualcuno, cammino, cammino e non trovo nessun umano.

Comincio ad avere un po’ di sete fortunatamente trovo un ruscello e mi metto a bere ma mi faccio il bagno. Nel ruscello trovo tantissimi pesci ma riconosco anche degli esseri che ho studiato a scuola: i nautiloidi e i trilobiti; ma non è possibile! Questi esseri sono scomparsi milioni di anni fa, sono finito in una foresta preistorica!

MAGNA' E DORMI' (Aldo Fabrizi)

 (Prima pubblicazione 21.04.2009)  un sonetto originale di Aldo Fabrizi


So' du' vizietti, me diceva nonno,

che mai nessuno te li pò levà,

perché so' necessari pe' campà

sin dar momento che venimo ar monno.

Er primo vizio provoca er seconno:

er sonno mette fame e fà magnà,

doppo magnato t'aripija sonno

poi t'arzi, magni e torni a riposà.

Insomma, la magnata e la dormita,

massimamente in una certa età,

so' l'uniche du' gioje de la vita.

La sola differenza è questa qui:

che pure si ciài sonno pòi magnà,

ma si ciài fame mica pòi dormì.

LA VOLPE

 (Prima pubblicazione 19.04.2009)


E' buia, del tutto, la strada che percorro, nel silenzio della campagna del parco di Vejo. Rare stelle dall'alto si domandano che diavolo ci faccia a quest'ora in giro, invece di starmene sul divano con mio figlio sulla pancia a guardarmi i pesci nuotare nell'acquario. Lo stormire quieto delle foglie degli alberi fa da tappeto al nero della notte. I fari dell'auto lo tagliano, nel mostrarmi il quotidiano asfalto da percorrere e lei sta lì, eccola, improvvisa, a far capolino dal bordo di un cespuglio, col suo muso appuntito, girovaga come me, anche lei alla caccia di qualcosa, che non sa se troverà, altre cose minuscole e pelose, cose che si muovono furtive ai limiti dello sguardo, cose che brucano, che masticano, che strisciano e non sanno che stasera moriranno. Lei sta lì, e mi osserva indecisa, pensa forse che farà in tempo a passare prima che io arrivi fino a lei, o forse pensa che sia meglio rinquattarsi tra l'erba e aspettare che questa cosa grossa e rumorosa passi oltre e si perda nel buio. La vedo, con il suo pelo giallo rossiccio, la coda lunga e piena, le orecchie appuntite e gli occhioni spalancati. Penso quanto sia dolce ritrovarla, ogni tanto, confortevole quasi, una compagna sperduta e inaspettata, protagonista di un appuntamento che non ci siamo dati eppure ritorna, casuale. Fa bene all'anima vederla e sapere che c'è, da qualche parte, come i ricci grassocci, come i fagiani dalla lunga coda, che anche loro, stanotte, stanno osservando le stelle. Rallento, mi piace riempirmene gli occhi, riempirmene la mente, proibirmi di scordarla.. e infine passo e la lascio laggiù, mentre selvatica zampetta rapida da un bordo all'altro della strada e già mi ha scordato, presa da sé e dai suoi famelici pensieri.

martedì 2 dicembre 2025

LA PAZZA STORIA DEL MONDO - i primi del Novecento

 (Prima pubblicazione 10.08.2011)


L'inizio del Novecento, almeno dal punto di vista della stirpe dei Boghi, non poté essere più prodigo di cattivi auspici. Crenaldo Bogoli, discendente in linea direttissima di San Boga dal Piè detto l'Inascoltante, santo unico nel martirologio cattolico in quanto celebre per non rispondere mai alle richieste di soccorso dei suoi fedeli (molto pochi, in verità), si trovava a Cherbourg , in Francia, per ovvii motivi di lavoro - quale che fosse purché remunerante - quando ebbe la malaugurata idea di cambiare drasticamente vita. E si imbarcò su un famosissimo transatlantico che di là faceva scalo nella sua prima traversata. Per poter salire a bordo dovette subire una selezione feroce e durissima da parte degli impiegati inglesi: riuscì comunque a dimostrare di essere in possesso dei regolamentari baffi e barba, della valigia di cartone, del mandolino e di un gilet con camicia. Cominciò a dare segni di nervosismo quando il Capitano Edward Smith si rivolse a lui con voce sprezzante negando che le sue pulci fossero realmente italiane e dimostrandosi alquanto sospettoso circa l'uso che Crenaldo avrebbe fatto dello scacciapensieri in ottone. Ma quando Crenaldo, in linguaggio forbito e purissima cadenza nostrana proruppe in epiteti quali: "Coacervo di iniquità! Sentina di nequizie! Figlio di un maiale e di una scimmia lebbrosa!", lo Smith capì di avere a che fare con un uomo di grande cultura, alta levatura morale e due pugni dall'aspetto inquietante e gli concesse di salire a bordo. Del Titanic.. che poi, anzi che salire, Crenaldo più che altro scese, fino all'ultima scala per recarsi con la massa di emigranti nelle stive buie e maleodoranti. Lì si diede ad organizzare lotterie di vario genere, salto della rana, corsa dei topi, lancio dei nani e un molto remunerativo giro di scommesse clandestine imperniate sulle capacità personali degli emigranti quali l'emissione di flatulenze, l'ingestione di fagioli, lo schiacciamento delle noci con gli attributi genitali. In capo a due giorni aveva accumulato una fortuna che barattò per un frac, uno sparato inamidato e due etti di brillantina, con i quali poté mescolarsi ai viaggiatori di prima classe. In poche ore aveva creato lo scompiglio totale, facendo invaghire di sé e della sua apollinea bellezza Lady Madeleine Astor, aveva vinto al gioco un palazzo a Sir Cosmo Duff-Gordon e aveva venduto i diritti di fotografare il Colosseo a Henry Harris, un produttore di Broadway. Era sul ponte, alle 23.35 del 14 aprile 1912 e stava tentando di mettere illegalmente incinta la figlia minorenne di un baronetto inglese a scopo puramente didattico e di intrattenimento, quando gli cadde nel bavero della camicia slacciata un pezzo di ghiaccio: alzò gli occhi e vide la massa bianca dell'iceberg frangersi contro la nave. Essendo italiano e quindi figlio naturale di un popolo di artisti, santi, eroi e trasmigratori capì subito cosa stava succedendo e prese le sue precauzioni: barattò la figlia del baronetto con un fischietto presso un marinaio, col fischietto chiamò il superiore e si fece indicare i bagni, nei bagni trascinò Lady Astor e la convinse ad un fugace ma sollazzevole rapporto durante il quale le eclissò una favolosa collana in lapislazzuli, collana che immediatamente dopo rivendette all'usuraio di bordo, tale Ephraim Ben Gogol e con la somma ricevuta corse subito da Charles Lightoller - il secondo ufficiale che stava ancora dormendo ignaro nella sua cabina - e si comprò una scialuppa. Dopo di che, mentre sul ponte scoppiava il caos Crenaldo, avvolto nel suo giaccone da marinaio e edonisticamente fumandosi una sigaretta turca, si avviò con aria molto dandy e tranquilla verso le scialuppe, mostrò la ricevuta ai marinai e se la fece calare in acqua. Assistette quindi da lontano all'affondamento della nave e alle seguenti operazioni di recupero da parte del Carpathia, che lo ricevette a bordo con tutti gli onori quando tirò fuori di tasca il portafoglio di un lord inglese che aveva raccolto sul ponte prima di svignarsela e distribuì biglietti da visita su pergamena. Giunto a New York la mattina del 18 aprile si eclissò subito e tenne d'occhio i giornali per diversi giorni per poi presentarsi a reclamare i suoi possedimenti che rivendette alcuni mesi dopo. Con l'enorme cifra ricavata comprò mezza Louisiana, dove diede vita ad un fiorentissimo commercio di bambole voodoo e zuppa di gamberi bayou in lattine, che molti anno dopo vennero immortalate da Andy Warhol nelle sue fotografie. I suoi discendenti recentemente hanno fatto causa a Cameron per non aver parlato di lui nel suo film ma quando lo staff di avvocati della Jhonson,Jhonson & Jhonson li avvisò bonariamente di aver rintracciato tutti gli effettivi movimenti dell'avo, hanno rinunciato in cambio di una buonuscita di 15 dollari.


                                                                         *Fine*

LA PAZZA STORIA DEL MONDO - i primi dell'Ottocento

 (Prima pubblicazione 30.06.2011)


Mentre il Settecento lascia scorrere i suoi ultimi anni nella clessidra del Tempo, nasce in un ridente isolotto dell'arcipelago delle Bislack Islands un simpatico frugoletto, figlio di Obadhja Bog Bogol, nipote del celeberrimo Jebedhja Bog Bogol laggiù rifugiatosi con la ciurma del Bounty in fuga da un isola all'altra per sfuggire ai capestri della corona inglese. Jebedhja era stato il barbiere di bordo del Bounty e si era particolarmente distinto per tre cose: la capacità di ingollare rhum delle Antille in quantità industriale, il luccicare sinistro dell'occhio di vetro ricavato da un unico blocco di giada trafugato dall'imperatore Wang the Perverted - famoso in tutto il Katai per le sue diaboliche pratiche consistenti nel racchiudere poteri malefici nei blocchi di giada (cosa di cui Jebedhja non era stato messo al corrente dal cinese che glielo aveva venduto in cambio di un dente di tricheco istoriato pazientemente durante il viaggio con scene del kamasutra) e la furia devastatrice con la quale aveva fatto la barba in maniera drastica agli ufficiali di bordo durante l'ammutinamento. Jebedhja venne prontamente accolto su una delle scialuppe dall'equipaggio in fuga quando si accorsero che, dal cespuglio nel quale lo avevano lasciato legato, proveniva un raggio luminoso che saettava alla loro ricerca. Profondendosi in scuse lo presero con loro e non osarono più lasciarlo indietro. Jebedhja e gli altri trovarono riparo e sollazzo in un arcipelago che secoli dopo sarebbe diventato un mitico resort per nababbi iracheni e signori della droga colombiani nonché per patetici parvenu italiani sommersi dalle cambiali. Così, tra un latte di cocco, una bistecca di maiale selvatico e le deliziose abitanti native prolificarono spaparanzati al sole , dediti all'arte del tatuaggio tribale. Obadhja si distinse in quest'arte al punto da avere un' agenda di appuntamenti tale che doveva essere trasportata da due selvaggi locali felici di essere stati totalmente istoriati dal maestro. Grande fu la curiosità nel villaggio quando nacque Zebulon Bog Bogol, in quanto di pelle chiarissima, occhi azzurri e una chioma sorprendente già da piccolissimo. Lo stregone del villaggio vide in lui lo spirito di Jebedhja e profetizzò che avrebbe avuto una formidabile carriera nel fare barba e capelli a tutti. Zebulon si esercitava su tutto quel che si muoveva, inizialmente grosse pecore pelose giunte nell'arcipelago a nuoto dopo essere sfuggite agli incendi della Nuova Zelanda e alle orche fameliche che non gradivano bocconi pelosi, poi raggiunta che ebbe la necessaria abilità cominciò a depilare con lame microscopiche le temibili vedove nere, velenosissime e soprattutto incazzate bestialmente con chi le rimetteva in libertà lisce e rosee tra gli sghignazzi di vermi, lumache e scimmie platirrine che non le temevano più. Dopo una scazzottata tremenda con Uruk Kranhandagipotjpotay, il bullo dell'isola ( duecento chili di massa muscolare, duecento tatuaggi guerreschi fatti da Obadhja e duecento vittorie all'attivo sul ring) che non aveva gradito il taglio new age delle sopracciglia sperimentato su di lui da Zebulon, perse l'occhio destro e si fece installare quello del nonno gelosamente custodito e tramandato in una foglia di palma. Questo gli conferì la magica capacità di puntare fino al più piccolo pelo e la sua arte di barbiere sconfinò nella leggenda. Giunta un giorno una goletta inglese, ancora alla ricerca degli ammutinati, ed essendosi nascosti tutti nelle grotte per non farsi prendere, sfacciatamente Zebulon si presentò sulla spiaggia completamente agghindato (e rasato) denunciando di essere stato colà abbandonato da un sampang malese che lo aveva truffato sul pacchetto vacanze all inclusive. Gli inglesi abboccarono e lo portarono con sé nella fumosa Londra dove nell'arco di pochi mesi aprì bottega e si diede a rasare, imbellettare e profumare chiunque si presentasse. In tre anni guadagnò una cifra spropositata e attirò su di sé le mire erotico-matrimoniali della pasticciera che ogni giorno lo rimirava dal negozio di fronte. Madam Muffin, gloriosa nella sua lattea bellezza, decadente nella ciclopica capigliatura scarmigliata (che molti anni dopo avrebbe ispirato la Saraghina di Federico Fellini) e abilissima nel ricavare torte e pasticcini dagli ingredienti più disparati ed illegali riuscì a soggiogarlo con quotidiani biscottini ammollati nell'oppio che le procurava il cinese della lavanderia, Obi Wan. Zebulon, da tutti conosciuto come "Sweeney" per il fisico alto e dinoccolato, immerso in angeliche visioni di Madam Muffin dove la vedeva esile, bionda e virginea si lasciò irretire e convolò a nozze con lei nella chiesa di San Lope de Vega. Passarono tre settimane a letto, lui drogato fino al midollo e lei che lo incitava continuamente a possederla, ingozzandolo di ginseng, zenzero, peperoncini habanero e tuorli d'uovo sbattuti in quel che chiamava il "Mandrillo Drink". Zebulon finì con l'avere un crollo fisico che lo lasciò seduto in poltrona, debilitato e stordito; Madam Muffin, incapace di tenere a freno la propria sessualità, iniziò a vendere sottobanco il Mandrillo Drink a qualsiasi avventore, dal nobile ammuffito al portuale più bieco e flautolente. Mentre Zebulon lentamente riprendeva le forze sua moglie scendeva i gradini della perversione. Quando la vide versare ghignando il Drink nella ciotola di Gorgo, un enorme mastino scappato dalle tenute di lord Baskerville, perse definitivamente la pazienza, si alzò di scatto brandendo i suoi amati rasoi d'argento di Siviglia, rasò Gorgo fino all'osso, depilò brutalmente la moglie e si fece consegnare l'agenda con tutti i nominativi di chi se l'era fatta. Poi, gettatosi il mantello sulle spalle, uscì nella notte nebbiosa e maleodorante di Londra pronto ad entrare nel mito. Di lui ci restano circa trecentosei libri alla memoria, una diecina di film, alcuni musical e diverse reliquie nascoste nelle segrete della Torre di Londra tra cui un gigantesco materasso riempito dei peli tagliati a tutte le vittime e un festone - realizzato da lui per una festa di Halloween - al quale si dice siano appesi più di trecentocinquanta membri colpevoli di aver visitato Madam Muffin. Ancora oggi si vocifera che le principesse inglesi vadano a dare una sbirciatina (per ispirarsi) quando i mariti non le soddisfano ed è entrato nel parlare comune l'intercalare di Sweeney rivolto ai nuovi clienti: "Diamo una bella sfoltita?"

*continua*

LA PAZZA STORIA DEL MONDO - il Seicento barocco

 (Prima pubblicazione 23.06.2011)


Bogolini Marcellino fu Agenore erede Torquato, della nobile ma ahimè decaduta casata dei Bogolini, Custodi della Sacra Cravatta di Giovanni Battista, Borgomastri di Krankenfurter, Principi dello Scoglio-Vicino-A-Gibilterra, Braccio armato dell'Imperatore di Pizzico Ronciglioso, si barcamenava alla bell'e meglio mentre intorno a lui fioriva ed impazzava il Barocco seicentesco. In tutto quel tripudio di esagerazioni, forte della cassa piena di titoli ineligibili ma ancora sorprendenti, riuscì a farsi assumere come ragazzo-allo-scopettone dal celebre Ausonio Audiger, di passaggio in Italia per un tour gastronomico nel 1660. Audiger , perennemente teso a ricercare ghiottonerie da presentare a corte, acquistò una cassa di microscopici pisellini novelli scambiandoli per i semi dell'albero delle polpette verdi che gli erano stati offerti da due loschi figuri, uno con una benda sull'occhio, alto e dinoccolato, dalla insolita capigliatura e l'altro notevolmente claudicante ora da destra e ora da sinistra - come se non ricordasse se era veramente zoppo oppure no - basso e vagamente siciliano, dalla risata cachinnosa ed inopportuna e dal continuo ritornello "Ci-iccio!" che dava gran fastidio durante le conversazioni. Durante il lungo viaggio in carovana i pisellini si seccarono e, giunti a corte, Audiger diede immediatamente la colpa a Marcellino Bogolini, imponendogli di riparare al danno. Bogolini, per non saper che fare, li immerse tutta la notte in un intruglio d'acqua, sale, cardamomo e citronella. Al mattino erano gonfi, satolli, profumatissimi e non sembravano più dei semi. Terrorizzato al pensiero delle conseguenze, Bogolini tentò di asciugarli mettendoli a cuocere in una padella ma visto che la cosa peggiorava ed emanavano ancora più sapore, li occultò dentro un cappone e si rifugiò nelle scuderie. Audiger, ignaro, mise il cappone nel forno per il pranzo dell'eccellentissimo Colbert che, quando affettò la monumentale bestia, se la ritrovò farcita da quegli imprevisti affarini verdi. Il piacere che ne ebbe fu tale che suggerì al Re di rendere omaggio ad Audiger dandogli il privilegio di aprire nella reggia un minuscolo ma ben arredato spaccio di beveraggi alcoolici. Cosa molto apprezzata da tutti i dignitari che si diedero a sbevazzare senza ritegno misture esotiche, caffè e cervogia tiepida della Britannia. Audiger purtroppo non conosceva la ricetta del cappone farcito e, di fronte alle rinnovate richieste della corte, capitolò e dovette implorare il Bogolini per averla: Marcellino approfittò sfacciatamente dell'occasione, chiese la riabilitazione regale di tutti i suoi titoli e l'assunzione a tempo indeterminato, pensione, 13°14°15° e 16° mensilità, ferie, assistenza del cerusico di corte, col grado di Secondo Cuoco Regale. Audiger, a denti stretti ma a conti fatti, capì che gli sarebbe comunque convenuto e fece quanto richiesto. In capo a due mesi nelle cucine regali si poteva incontrare un Bogolini sempre più pasciuto, rubizzo e dittatoriale intento ad elaborare demenziali piacevolezze barocche tali da stupire sia l'Infanta Castellana che il Marajà di Trafalmadore, casualmente ospiti. Prebende e riconoscimenti fioccarono e venne insignito dell'Ordine del Babà d'Oro, del Cavalierato dei Santi Involtino e Farcìa, della Gran Commenda del Mestolo Pieghevole. Creò il Sontuoso Pasticcio di Pollo Morbido, variegato al tartufo, la Pizza Spiattata annegata nel pomodoro gustabile sia col cucchiaio che con curiose cannucce in liquerizia che gli davano un vago sapore speziato e la formidabile Torta Bogolini realizzata nel cortile della Reggia davanti ad una folla muta, stupefatta ed infine osannante. Si trattava di una vasca in argento niellato con putti ed amorini, riempita di crema chantilly allo zabajone nella quale vennero inseriti non meno di seicentododici minuscoli bignè ammorbiditi con l'alkermes e riempiti di creme al pistacchio, alla nocciola, al mascherpone svizzero e alla cioccolata dei Caraibi. Il tutto sontuosamente nascosto da una nuvola di panna montata mista a polvere di granella di nocciole del Piemonte e di Pistacchi della Calabria. Quando Bogolini, col suo mantello di zibellino iniziò a riempire le coppe da distribuire, l'ovazione trionfale scosse le vetrate della cattedrale. In tarda età Bogolini infine tornò in Italia dove, forte delle sue smodate ricchezze, acquistò il castello avito, lo rimise a nuovo ma sempre in stile barocco - l'architetto, Rocco, vide poi nella sua discendenza alcuni bizzarri stilisti dal gusto demodèe - e passò felicemente i suoi ultimi anni allietando la popolazione locale con omelette panciute alla salsiccia e salsa tartara, il piccione caffeinato, il cervo in agrodolce al cioccolato fondente, cedri canditi e vinaigrette. Ogni cinque aprile, da allora, la stirpe dei Boghi venera e festeggia il Bogolini col Pranzo del Ringraziamento, cercando spesso inutilmente di riprodurre le sue spropositate pietanze. Sua è la celebre frase "Si vive per mangiare, non si mangia per vivere" .

*continua*