lunedì 20 ottobre 2025

ALLA RICERCA DEL TEMPO PERDUTO : 15

(05.11.2008)

 Ricordo ancora mio padre negli anni della mia infanzia, con le sue sigarette Gallant, nella loro livrea rosso e blu, il pacchetto morbido nella tasca del giaccone di fustagno col quale andava a caccia. Tanto mi intrigavano che desideravo rubarne una e provare a fumarla, per sentirmi grande anch'io; papà ben comprese quel che stavo per combinare e ritenne giusto avvertirmi che non era una buona cosa per la salute ma al tempo stesso mi insegnò a fumare e mi regalò il primo pacchetto. Una sensazione nuova di libertà le accompagnava, il senso profondo della padronanza di me stesso e delle mie scelte, lontano dal luogo comune dell'emulazione bieca dei compagni ma la vicinanza a lui e ad un rito antico e carico di gesti e significati. La condivisione dell'offerta del fuoco, il dono magnanimo della sigaretta a chi la chiedeva, la ricerca dell'aroma perfetto che sempre mi ha ossessionato negli anni...mai legato ad un solo tipo, provai tutte le essenze sul mercato collezionando scatole e scatole meravigliose, le EVA dagli infiniti fiorellini colorati, le Turmac ovali nel pacchetto piatto, le fantastiche Camel ancora fatte con il Latakia affumicato negli stallaggi turchi, le Celtique col guerriero a spada alzata, le confezioni più colorate e disegnate che si potesse sognare, anni luce lontane dalla piatta monotonia di questi anni, le Pack al mentholo italiane, le MS Venezia commemorative con le gondole in bella vista. E le Sobranie russe col filtro d'oro e ognuna d'un colore diverso, verdi, viola, rosa...Mio nonno, povero caro, prediligeva le Muratti Ambassador ed io il sabato sera, manco fosse Radio Londra, mi incollavo alla radio per seguire il Fumorama Show di RadioMontecarlo, all'epoca l'unica radio "libera" che trasmetteva da fuori Italia, con Herbert Pagani che cantava la sigla inneggiando alle Muratti e mi sembrava una cosa grandiosa. Passavano gli anni, mio padre raccontava che nella sua giovinezza, gli anni della boxe, se non avevi le dita sporche di nicotina le donne neanche ti guardavano, e nonno raccontava di quando durante la guerra si usava fumare la cicca retta con uno spillo per arrivare in fondo e con i resti del tabacco si formavano nuove cartine per risparmiare. L'ineffabile gusto di giocare col fumo, farne cerchi nell'aria, espirarlo ed inspirarlo con le narici in un lieto ritorno, divertimenti minimi. Ed il pacchetto di Lucky Strike infilato nella manica rimboccata della t-shirt bianca come James Dean, o la sigaretta sull'orecchio alla Teddy Boy, quanta importanza ci davano, che pose, che scene con le ragazze e con gli amici. E lo Zippo? che dovevi accenderlo strusciandolo sui jeans, sempre bruciacchiati sulla coscia...La boccata profonda, liberatoria, prima di un esame, prima di chiedere a Lei di mettersi insieme, e poi i cinema affollati e fumosi, piccoli ritrovi della periferia alla Pasolini, tra le cartacce in terra e le cicche rosseggianti mentre si rubavano baci nascosti dagli schienali delle poltroncine. I nuovi sapori, corrotti dai composti chimici, avvelenati da dosi di nicotina sempre più massicce per schiavizzare, ma così ingenui nelle moderne confezioni tutte simili, quasi tristi, prive di mordente, di fascino, persino dalle Camel è scomparsa la città turca con le colonne ed i muezzin, chissà, forse per qualche fatwa...restano a tenere la barricata le leggendarie sigarette dell'AustriaTabak, con i loro profumi di vaniglia e cioccolata, o le novissime Sunday's Fantasy inglesi, figlie bizzarre del tabacco da pipa ben più conosciuto, che quando le annusi ti avvolgono in un alone di pasticceria fresca, travolgente...ma tutto questo resterà nei ricordi, accompagnando la gioiosa gioventù che mai ritorna, svanita, fuggita, lieve, come un sogno nell'alba, come l'acqua della Vita stessa che qualche misteriosa inesplicabile fessura nell'anima ha lasciato scivolare via, piano, piano...e la ricerca disperata di quel gusto, di quel sapore mitico della mia prima sigaretta sempre anelato, lo compresi bene un giorno, quando mi resi conto che era semplicemente diverso perché all'inizio, il fumo, non lo aspiravo. Tutto qui. Un trucco, e nulla più, che non avevo mai afferrato. I ricordi, in fondo, sono i trucchi che il cuore regala all'anima per ingannarla..



ALLA RICERCA DEL TEMPO PERDUTO : 14

 (31.10.2008)

A metà degli anni settanta, facevo lo sbarazzino in sella ad una Vespa 50 special rosso fuoco, quella col faro quadrato, che adesso va tanto di moda tra i collezionisti, e andavo a tutta birra per la città consumando le suole delle scarpe in curve da brivido rette solo col piede in fuori a lasciare il nero: ma sentivo ovviamente il richiamo di quel qualcosa in più che mi avrebbe consentito una maggiore libertà di movimento e sopra tutto l'andare in due con la ragazza di turno. Perciò mi misi di punta a romper l'anima a quel brav'uomo di mio padre che alla fine, fattisi i conti in tasca e visto anche quanto disponevo del mio, si presentò un giorno con una meravigliosa Gilera 98 regolarità grigia metallizzata, che aveva trovata usata da un negoziante di Porta Castello, il cui aiutante, un certo Peppinello, godeva fama di gran trescatore ed era dunque riuscito  spuntarla ad un prezzo ancora accessibile alle nostre devastate tasche. Ovviamente mi precipitai subito a customizzarla, cambiando il manubrio con uno a corna di bue, mettendo una marmitta Silentium che rombava come una Harley, mettendo il famoso "gas rapido" della Tommaselli, il porta targa in caucciù da cross, la sella ribassata da corsa. Ne venne fuori un ibrido da combattimeno sul quale vissi anni fantastici, addirittura scalando senza sella e in prima l'enorme scalea Vezio Mezzetti, quella altissima che porta all'hotel Hilton, con sotto tutta la banda a applaudire: Ebbi la bella idea di montarci il tubolare para gambe cromato e un giorno mi salvò la pelle, quando mi arrivò addosso sparata una berlina da dietro una curva, aveva invaso la mia corsia e piegò completamente il para gambe ma me la scampai senza graffi. Avevo per la mia moto una specie di affiatamento extrasensoriale, ci capivamo al volo, ci salivo e sapevo che quel giorno mi sarei ammazzato perciò scendevo e andavo a piedi o in macchina.  Girarci era una gioia, era frenesia, era la vera libertà: libertà di portarci la ragazza, persino - ma sì! - di farci l'amore sopra, libertà di sentire il vento in faccia (il casco non era così obbligatorio, anche se mi ero fatto un bel Nava integrale nero). Poi un giorno, a piazza Pio XI, arrivai ai semaforo rosso e mi affiancai ad un altro biker, ci guardammo e cominciammo a sgassare.. scattò il verde e partimmo  accoppiati e su una ruota sola...a parte il fatto che da sinistra, passando tranquillamente con il rosso, mi arrivò addosso una Mercedes che trascinò via la moto per cinquanta metri e mi fece imparare a volare. Atterrai sulla schiena e l'ultima cosa che vidi furono le ruote delle auto che passavano a dieci centimetri dalla mia faccia.  La moto non si fece nulla, era una vecchia bastarda tutta d'acciaio, si piegò soltanto il pedale poggia piede sinistro e si ruppe la luce posteriore; io ci guadagnai un trauma cranico e il giaccone in cuoio da motociclista di mio padre (lui da giovane girava col Saturno 500...) grattato qua e là. Per parecchio tempo restammo entrambi a riposarci in garage, motociclisticamente parlando, salvo riprendere la fiducia e le scorribande tempo dopo. Quest'anno, come ricorda chi lesse i miei post di qualche mese fa, l'ho dovuta lasciare definitivamente, ed è a lei che dedico il mio ricordo con questa che è l'unica foto che ne conservo, trent'anni e venti chili fa. Non eravamo male, vero?



ALLA RICERCA DEL TEMPO PERDUTO : 13

 (24.10.2008)

Verso la metà degli anni '70, in pieno liceo, capitava a volte di concedersi qualche fuga dalla scuola, magari in compagnia dell'innamorata di turno, per andare a fare lo struscio al centro, quasi sempre in via del Corso. Vi si affollavano i ragazzi che, mattinieri, avevano condiviso la bella pensata, tutti intenti ad esaminare con aria desiderosa le lussuose vetrine dalle inavvicinabili mercanzie, o a spettegolare l'un l'altro. I gruppetti sempre ben divisi, le femmine avanti  a far mostra di sé e i maschi intruppati dietro, a ridacchiare immaginando chissà quali prove di virilità che puntualmente restavano confinate nella sfera del sogno. Io amavo recarmi alla scalinata di Piazza di Spagna a prendere il sole e quando era il periodo della mostra delle azalee mi beavo dell'essere circondato dai vasconi onusti di piante rigogliose che emanavano l'inconfondibile sentore dell'estate in divenire. La colpevole gitarella fuor di scuola culminava , per me, quasi sempre in un preciso itinerario gastronomico, in via della Croce infatti c'era una panetteria che sfornava i formidabili Kranz austriaci, sorta di enorme pane dolce, dalla pasta gialla e ben lievitata, carico di armelline, pinoli, zibibbi passiti e canditi di cedro. Il tutto laccato di bagna al miele e granella di zucchero. Occhieggiavano tentatori dalle vetrine colme di Pretzel e salumi ed io non mancavo mai di mettermi in fila e comprarmi un Kranz intero, che di solito pesava sul mezzo chilo. Me lo nascondevo nella borsa di Tolfa sgangherata e mi trovavo un gradino soleggiato e pulito dal quale osservare il passeggio o, se ero in compagnia, incasinarmi in lunghe discussioni sui massimi sistemi o sulla possibilità di portarla al cinema per fare sesso...Ci voleva un po', ma il Kranz spariva tutto, e con quale gioiosa soddisfazione, nel mio stomaco goloso e lì giungeva quella blanda satollaggine, quella completa soddisfazione che ti rimetteva in pace col mondo. Il favoloso profumo dei Kranz è oramai fuori moda, raramente capita di trovarne, senza i canditi, ridotti a strana presa in giro di sé stessi, vaghi cornetti super cresciuti e incellophanati d'importazione. Persino la mostra delle azalee è diventata un soggetto a rischio, considerato che l'altr'anno sono riusciti a rubarsi i pesantissimi vasconi scendendo i gradini di Trinità dei Monti con un camioncino..



ALLA RICERCA DEL TEMPO PERDUTO : 12

(21,10,2008)

 Nei primi anni 60, arrivati allora allora a Roma, con tutto il futuro ancora da inventarci, trovavamo mille semplici modi per economizzare il possibile ricavandone quelle minime gioie che ci facevano sentire dei gran signori. Quando era domenica, ad esempio, ce ne andavamo a Porta Portese, allora ancora ammantata di quell'alone leggendario, la patria dei trovarobe, sorta di girone dantesco dove ogni minuscola cosa sembrava preziosissima e realmente si poteva trovare di tutto, dal banco delle noccioline tostate lì per lì, al venditore di porcellini d'India con le loro gabbiette, ai vestiti militari che i soldati andavano a vendere alla fine della naja, alle reliquie dei Santi trafugate nelle chiese, in quell'aria che controsole brillava di un inesauribile pulviscolo creato dallo struscio di mille piedi sul selciato, dalla polvere vetusta delle carabattole...Con papà andavamo a fare il "provvistone" che consisteva nell'andare al banco dei giornalini usati e con pochi soldi portarci via un bustone di Mandrake, Uomo Mascherato, i favolosi Flash Gordon a puntate e gli Albi della Rosa che erano i predecessori dell'attuale Topolino, grandi più del doppio di quelli odierni, tant'è che dalle copertine ritagliavamo le facce di Paperino, Pippo e gli altri, così grandi, che le avevamo attaccate sui muri della nostra camera a mo' di poster. Nonno a volte si concedeva l'acquisto di un 45 giri che suonavamo a casa nel mobile Grundig stereofonico che aveva e che ancora troneggia nel mio salotto, tirato a cera, per durare altri sessant'anni. E a volte, quando era in vena di facezie, osava comprare dei dichi di stornelli romaneschi che ascoltava a pranzo con i miei, ma solo dopo aver mandato via me e mio fratello non volendo, Dio lo benedica, turbare le nostre orecchie innocenti con le avventure scapestrate di Alimò e Taccitù, i due fratelli indù...Papà custodiva gelosamente il "provvistone" e ce ne centellinava il contenuto giorno per giorno, così da evitare che gli dessimo fondo subito e noi ci infilavamo nel lettone dei miei, belli comodi, a leggere e a sognare. Molti di quei giornali li ho conservati, altri col tempo li ho ritrovati. Ricordo ancora quando regalai, già almeno trentenne, a mio padre, una sontuosa edizione anastatica di Cino e Franco, che lui aveva sempre vagheggiato da piccolo ma che per la mancanza di soldi non si era mai potuto concedere. La faccia che fece, da non crederci. Valse tutta la spesa, non indifferente, e lo riportai indietro alla sua infanzia..




ALLA RICERCA DEL TEMPO PERDUTO :11

(15.10.2008)

 Mentre gli anni sessanta avevano appena visto la luce, noi continuavamo la nostra vita in quel di Bari, mio nonno e mio padre con la loro impresa costruivano i palazzi dell'Università e io me ne andavo all'asilo dalle suore, una grande costruzione circondata da un piazzale in terra dove scendevamo per giocare.  Tutti  in fila con i nostri grembiulini, e una volta alla settimana ci recavamo in un ala dove, seduti educatamente su tante piccole panchette di legno, assistevamo alla proiezione cinematografica, che di solito era un film tipo La Bibbia, o I Dieci Comandamenti, tutte cose molto edificanti e soprattutto che ci davano la gioia di vedere uno spettacolo che altrimenti non avremmo potuto godere, dato che i cinema erano costosi e quando con mia madre passeggiavamo davanti al Teatro Petruzzelli, sul lungomare, ci sembrava una cosa di un lusso sfrenato con i suoi stucchi e i suoi decori e i sontuosi tendaggi che occhieggiavano nell'ingresso. Essendo piccolo e gracile, mi capitava di soffrire di mal di gola e alle tonsille, quindi su consiglio del medico di famiglia i miei presero decisioni drastiche ma, non sentendosela personalmente, una mattina mi affidarono a nonno che mi portò a fare una passeggiata con la promessa di una bustina di pescetti rossi di liquirizia; mi portò invece dal medico che mi mise sul lettino e cercò di addormentarmi col cloroformio. Spaventatissimo, gli sparai un calcio in faccia che ricordò per anni, poi riuscirono nell'impresa e mi risvegliai privo di tonsille ma con molta poca fiducia in mio nonno. Mamma, per consolarmi, mi preparava una sua piccola specialità, nata dall'esigenza - per noi un abitudine - di risparmiare: stendeva sul piano di marmo un velo di burro, metteva a sciogliere lo zucchero in un pentolino, poggiava sul burro degli stuzzicadenti poi ci colava sopra lo zucchero fuso che, stendendosi e raffreddandosi, dava vita a meravigliosi lecca lecca color oro, autentiche ghiottonerie  con le quali passavo le ore, mentre in tivù guardavo Magilla Gorilla e Braccobaldo e mio fratello si rotolava nel suo box. Adesso i lecca lecca li fanno con i coloranti e su quello che si vede in televisione, meglio sorvolare..



ALLA RICERCA DEL TEMPO PERDUTO : 10

(15.10.2008)

 Nel profondo della Romagna c'era un paesino, tutto raccolto attorno alla piazza centrale col suo porticato e i minuscoli negozi che lo affollavano, il legnaiolo, la mesticheria, la rivendita dei tabacchi con le nazionali e le esportazione da vendere sciolte...era l'inizio del novecento e i miei nonni, allora bambini, giocavano come gli altri loro compagni con il cerchio, la palla o a rincorrersi. Nonno bambino seduto sul seggiolo del fotografo a farsi una lastra in nitrato d'argento vestito con un costumino da pastorello, campeggia ancora nella mia camera da letto. Le Guerre erano  un brutto sogno da ubriachi ancora da venire e tra il lavoro nei campi e la visita in chiesa la domenica il tempo passava quieto, poi crebbero, si sposarono e la bufera imperversava nel mondo, mio padre bambino a fare il Figlio della Lupa sognando di diventare Moschettiere del Duce e le sorelle intente a brigare per portare avanti la casa. Ricordo i lunghi viaggi con l'alfa verde 1600 di nonno, da Roma a Russi, per tornare a trovare la vecchia zia suora, che mi riempiva di santini e di stampini di gomma da inchiostrare per imparare a disegnare. Si radunavano i parenti, nonna lavorava al vecchio tombolo di sua madre quei meravigliosi ricami che avrebbe fatto per tutta la vita, si creavano montagne di tortellini da cuocere nel grasso, sapido brodo di gallina, che bastava il profumo a sanare tutte le malattie. A ottobre si festeggiava la Fera dei Sitt Dulur, e tutti ci si riversava in piazza a sentire la banda, quella piazza ormai irriconoscibile con una fontana e un giardino al centro, dove ora si suona il rock metallico. I parenti andavano alla fiumara a caccia di rane e le preparavamo fritte, con quel loro gusto di coniglio così delicato, e poi si uccidevano i maiali ed erano salami, prosciutti  lasciati nelle cantine ad asciugare e le fantastiche salsicce che spalmavamo sulle grandi fette di pane sfornato da poco. Ora lassù, di noi, non c'è più nessuno, l'antico albero genealogico nobiliare diluito e svanito nelle ceneri di archivi comunali distrutti dalla Guerra, vaghe eco risuonano ancora nei registri di piccole parrocchie di campagna dove i nuovi giovani preti non riescono neanche a leggere le calligrafie ornate in uso all'epoca...E nei campi che ancora, grazie a Dio, resistono all'espansione urbana, svettano gli stessi fiori che mio nonno coglieva timoroso per mia nonna, sotto quel sole d'agosto che spacca le teste come nei libri di Don Camillo, e quando penso a loro spero crescano per sempre.



ALLA RICERCA DEL TEMPO PERDUTO : 9

 (13.10.2008)

Nella nostra casa a Bari, di giocattoli ce n'erano pochi, non avevamo grandi cose. C'era l'orsetto di pezza marrone e il topolino giallo di gomma con il quale facevo il bagno e che gettavo sempre dalla finestra, costringendo mio padre a scendere dal meccanico sottostante a riprenderlo. Fu quindi una grande gioia quando un giorno papà si presentò con una pecorella a dondolo che scatenò le mie fantasie minuscole; avevamo l'abitudine di starcene tutti seduti davanti alla televisione, la sera, un vecchio cassettone in bianco e nero, dove guardavamo gli unici due canali a disposizione della Rai, che invariabilmente trasmettevano un western al lunedì, un giallo al martedì e lo sport il mercoledì. Quando ce ne stavamo lì tranquilli sul divano con le zampette in ottone in puro stile anni 60, papà disegnava e ritagliava, per poi distribuirceli, dei biglietti di cinema e noi ci illudevamo di esserci, visto che al cinema - i soldi non bastavano mai - non ci si andava che una o due volte all'anno. Il western con John Wayne era più che un abitudine, era quasi un rito perciò quando potevo mettermi il costume da cow boy che mi avevano regalato i nonni a carnevale e salire sulla pecorella a dondolo impersonavo gli eroi del momento e la camera diventava una prateria. Mio fratello, da dentro il box, piccolissimo, con delle penne in testa tenute con l'elastico fingeva di essere Toro Seduto. Così, conservando nel cuore quelle antiche meraviglie, moltissimi anni dopo mi misi anche io a cercare un dondolo per mio figlio, ma ci credereste? A Roma sembravano estinti...dopo una lunga ricerca ne trovai uno sugli annunci di un giornale, attraversai la città e finalmente trovai il cavallino che cercavo, me lo nascosi in macchina e quando il piccolo dormiva la notte, passavo le ore a pulirlo, smacchiarlo, spazzolarlo e a sistemare le viti rugginose del dondolo. Quando lo misi davanti al pacco, enorme per lui, era spaventato ma una volta aperto, aveste visto la sua faccia...valse tutto il tempo perduto. Ci gioca ancora di tanto in tanto, quando non fa il bagno col mio topo giallo o non dorme col mio orsetto di pezza. Certo, li avevo conservati per lui, era ovvio..