(Prima pubblicazione 14.05.2012) © Crenabog
Mi son permesso il calembour come titolo ma a pensarci bene non è una cosa tanto sbagliata. Declinante perché. Perché lo intendo come "declino" ovvero qualcosa che va scemando, rovinandosi. Dal futuro tutti si aspetterebbero miglioramenti, aumenti, cose che cambiano in maniera positiva, e se lo aspettavano pure i dinosauri, nel loro piccolo intelletto, immagino. Si è ben visto come è andata. Io non riesco a ragionare sui particolari, di solito, amo guardare servendomi dei grandi numeri, delle lunghe distanze, del cannocchiale: ragion per cui mi diverto a fare paragoni e a srotolare il cervello per strane strade. Vediamo un po': prendiamo la musica, s'era cominciato con i tam tam, con i flauti di osso, evolvendo sino alle immense sinfonie con i più elaborati strumenti musicali e siamo arrivati a suoni nuovamente tribali ma prodotti con le campionature elettroniche. Prendiamo il desiderio di conservare, magari una immagine, un frammento di vita. Siamo passati da Daguerre e dai Lumiere alle imponenti fotocamere reflex, alle Hasselbad con teleobbiettivi enormi fino alla eliminazione di tutto, le pellicole, i bagni chimici, le pazienti lavorazioni, tutto ridotto a microcamere digitali, chiavette usb e fotoritocchi virtuali depositati nelle clouds del web. E chi amava una pellicola voleva tenersela sulle cassette Beta, sui super 8, poi sulle vhs, e poi sui dvd e ora sugli hard disk e poi neanche più quelli, basta guardarsi un film in streaming e dimenticarselo. I libri? siamo passati dalle tavolette d'argilla e dai rotoli del Mar Morto fino al libro elettronico dove non esiste più niente, solo parole che compaiono su uno schermo e svaniscono. L'arte? dalle statue di Abu Simbel, ciclopiche, ai capolavori del Bernini, lavorazioni raffinatissime, fino al decò, agli esperimenti futuristi, sempre più piccolo, sempre più semplice, Henry moore e l'Angelo Caduto, una stele di marmo e basta. Dov'è il lavoro, il sudore, gli anni di pena per creare opere che varcano i millenni? Immolate sull'altare della comunicazione spicciola, un manifesto, quindici giorni appeso e via, sotto un altro. Uno squarcio su una tela, dei chiodi su una tavoletta colorata da schizzi fosforescenti. La "cacca d'artista". Con buona pace dei mecenati rinascimentali. Una Cappella Sistina? Ora? Ma non scherziamo, graffiti incomprensibili, se vi dice bene, se no nemmeno quelli. La cultura, il culto del bello e della creatività? Millenni di scienza ridotti a quiz, a prove invalsi, a test for dummies, secoli di evoluzione del costume sociale e morale che si accartocciano su sè stessi per tornare a riti tribali, al neopaganesimo, all'etica del coatto, al sudicio è bello, un Massimo Inardi che si rivolta nella tomba guardando dall'alto dei cieli i tronisti farfuglianti. E acclamati. Certe teorie ritenevano che l'estinzione dei grandi rettili fosse dovuta al tedium vitae, più che a certi meteoriti fuori rotta. Me li vedo, i T-Rex guardarsi intorno smarriti, certi improvvisamente di aver fatto tutto quello che la loro capacità evolutiva prospettava, calare in una sorta di accettazione zen del "non ho altro da fare" e lasciarsi morire così. Che al futuro ci pensassero le scimmie, avranno bofonchiato tra di loro, ma le scimmie ci hanno solo messo più tempo, per raggiungere lo stesso risultato . Si riduce tutto ad un unica visione illuminante: la vita è solo il preludio della morte e serve a far crescere in sé il seme della propria distruzione. Allo stesso modo riflette in tutte le sue espressioni questo concetto atavico e inamovibile, qualsiasi cosa evolve per arrivare alla involuzione. Pensate non sia così? Però, i nuclei rimasti immoti nei millenni sono solo certe tribù ancora allo stato primitivo in via di estinzione. Solo chi non ha conosciuto l'evoluzione ha retto alla prova del Tempo. Cinicamente, viene da chiedersi se non sia meglio non pensare più al futuro e non alzare più un dito oltre alla blanda ripetitività necessaria alla sopravvivenza. In fondo, ma sì, che ci pensino le scimmie.

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