(Prima pubblicazione 14.07.2010)
C'è gente ovunque, peggio che nella ritirata di Russia. Gli scioperi dei treni si sono sommati ad un concerto di un grosso nome che ha portato centinaia di ragazzi fuori dalle porte a vetri, tutti convinti di poter entrare a qualsiasi ora e nessuno a conoscenza del fatto che all'una, massimo alle due come in questo caso, si chiude e si riapre alle quattro e mezza. Scene di panico e smarrimento si susseguono, alla fine si sbragano in terra nel polverume lasciato dalle auto e dai senza tetto e iniziano a bivaccare sul marciapiede. All'interno cominciamo la bonifica, accompagnando fuori chi non ha biglietto. La massa di cenciosi, ladri, stranieri che si sono nascosti ovunque si confonde tra i passeggeri in attesa ed è un impresa titanica prenderli e portarli all'uscita. Improvvisa la chiamata di un collega mi porta in fondo ad un binario: vicino ad un treno ha fermato un negro che stava sbattendosi una barbona totalmente ubriaca e priva di conoscenza. Sta lì che urla che lui vuole scopare, che deve scopare, che quando gli si alza il cazzo deve venire per forza. Già ci fremono le mani. Lo tratteniamo fin che non arriva la forza pubblica, lo interrogano, dice che è la sua donna da sei mesi ma non ne sa il nome. Quella sembra una morta, sta lì gettata, quasi nuda, un corpo devastato dagli anni e dal pessimo vino. Indegna. Lui dà fuori di testa, parte una rissa, alla fine lo ammanettano e inizia ad urlare che ci ammazzerà tutti. La risvegliamo a schiaffi, io in inglese gliene urlo di tutti i colori, dice che non lo ha mai visto e che l'ha presa a pugni. Li portano via entrambi. Resta una panchina con del sangue sopra e cartoni di vino vuoti in terra. I pulitori guardano schifati. Iniziamo il giro dei magazzini, l'aria greve si incolla alla pelle, la limatura di ferro si alza dalle rotaie della metro su cui fanno i lavori e si infila sotto le palpebre peggio della sabbia di El Alamein. Manca il fiato. Torniamo alle vetrate. Davanti ai ragazzi stesi in terra passa lentamente un giovane rumeno, li guarda, osserva, valuta le prede poi torna dietro alle mura per fare rapporto al gruppo di ladri tunisini che aspetta, come sempre. Quando iniziano a camminare, pronti allo scippo e alla coltellata, usciamo rapidi una, due, cinque volte facendoli scappare. La massa dei giovani venuti da tutta Italia guarda, e non capisci se sono contenti che gli stai salvando la pelle o se il partito gli ha detto quanto siano bastarde le guardie. Quando gli avranno aperto le tasche con un rasoio allora decideranno a chi credere. Un uomo ci viene a dire di essere stato derubato, la descrizione corrisponde ad uno zingaro che sta con i tunisini, lo accompagniamo e lui esplode aggredendolo, il gitano prende una bottiglia e la rompe per sfregiarlo, li dividiamo, iniziano tutti a citare leggi secondo le quali loro sono bravi ragazzi che non hanno fatto niente perché addosso non hanno niente e vogliono denunciarlo. L'uomo se ne va bestemmiando. I tunisini ridono. Siamo costretti ad andarcene. Dico al maresciallo che se potessi andrei a lavorare in Cile. Annuisce. Lentamente si avvicina l'alba. Le macchinette automatiche sono ormai vuote, niente acqua, le fontane sono tutte chiuse, i barboni ci si facevano il bidet nudi davanti ai passeggeri. Bambini piangono. Trovo, dietro il magazzino di un ristorante, una scatola con tre ravioli cinesi freddi. Li mando giù. Mi faccio schifo da solo. Untuosi. Proteine per tirare avanti. Sembro un sorcio di trincea. Alla fine apre il primo bar, apriamo le porte ed entrano tutti, loro e le bande in attesa. In molti tra poco faranno la fila al commissariato. Partono allarmi dai negozi. Corro qua e là, senza senso, a controllare. Alla fine arrivo a casa distrutto. Mi butto sotto la doccia per sgrumare il lezzo di dosso, ma dall'anima non va via. Il vapore mi confonde i sensi. Vedo sul portasapone il topolino giallo di gomma con cui fa il bagno mio figlio. Il topolino con cui facevo il bagnetto io da neonato. Lo prendo, me lo stringo sulla faccia, inizio a piangere. I singhiozzi mi squassano, mi viene da vomitare. Mi sento come Sven Hassel. Siamo tutti maledetti da Dio.
Commenti dei lettori dell'epoca :
Antelao : Feldmaresciallo Erwin Crena ad El Alamein. La volpe del deserto. Ogni volta che descrivi una tua nottata di lavoro mi montano i brividi. L'ho gia' detto una volta e lo ridico: non so come fai. Io non resisterei due notti cosi'...
serenella21 : maròò xro' ke vita ke lavoro il tuo
massacrante orrendo..ogni volta ke leggo il rissunto delle tue notte mi vengono i brividi
fai bene piangi sfoga tutta la tua tensione il tuo skifo x qsta sporca vita
papino ti ho dedicato un post..e ti ho fregato pure la foto
nun t'arrabbia eh?
un bacione forte forte...

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